Esiste una formula di sviluppo locale nell’era della globalizzazione? (2010)

Una dopo l’altra le città-fabbrica americane hanno visto il proprio cuore economico strappato dalla chiusura e rilocalizzazione degli impianti in Messico o in Cina. Risultato? Perdita netta di 5,6 milioni di posti di lavoro, un terzo del totale nazionale nell’industria, dal 2000. Ma ci sono voci pacate che continuano a rassicurare amministratori ed esponenti delle città post-industriali sul fatto che saranno in grado di reinventarsi anche senza i posti di lavoro tradizionali — e relativo reddito — una volta superata la Grande Recessione.

Per farlo, però, e città devono prima abbandonare qualunque regola imposta alle imprese. Con questa premessa c’è chi, come il giornalista economico del New York Times Thomas Friedman, o il guru della consulenza per lo sviluppo Richard Florida, o il politico conservatore repubblicano Paul Ryan (Wisconsin), sostiene l’idea che una volta che si sia rinunciato senza discutere a tutti questi posti di lavoro, le città potranno costruirsi un futuro su nuove fondamenta. Questi nuovi teorici della ripresa predicano un vangelo secondo cui un atteggiamento più amichevole nei confronti dell’impresa, la ri-formazione di lavoratori che portano la tara di capacità “obsolete”, la predisposizione di figure imprenditoriali, farà nascere nuove attività in grado di sostituire le vecchie industrie ad elevati salari, e spesso forte sindacalizzazione.

Il problema, è che questa formula di rinascita economica non funziona. “Non conosco un solo caso di città industriale del Midwest che sia riuscita con successo a sostituire ai posti di lavoro industriali altri posti a parità di salario, vantaggi e sindacalizzazione” spiega il politologo Gordon Lafer dell’Università dell’Oregon, autore di The Job Training Charade (Cornell University Press, 2002).
Richard C. Longworth, ricercatore esparto al Chicago Council on Global Affairs, ha studiato negli aspetti economici e sociali i casi di decine di città piccole e medie del Midwest nel suo
Caught in the Middle: America’s Heartland in the Age of Globalism (Bloomsbury, 2007). Ma ne sa citare solo due che sembrano in qualche modo reagire alla marea montante della deindustrializzazione.

Una è Greenville, Michigan, che ha visto l’impresa svedese Electrolux spostare 2.781 posti di lavoro a Juarez, Messico, dove tra salario e contributi costano 3,65 dollari l’ora. Lasciando ospedale, prigione e Wal-Mart a fare i principali datori di lavoro di questo centro da 8.000 abitanti. «Da allora [2006] però, Greenville ha cominciato a riprendersi» scrive Longworth. Una ripresa che consiste in 1.200 nuovi posti di lavoro non regolari da una fabbrica di pannelli solari. «Una parte va agli ex lavoratori Electrolux, ma forse no. Greenville sopravviverà. Magari un po’ più piccola … però resteranno dei posti di lavoro, e la cosa diversa è che si tratta di settori con un futuro». Ma il reddito medio di una famiglia di Greenville, 32.466 dollari, ben alle spalle di quello medio del Michigan di 48.591, e il tasso di povertà per i più piccoli è del 18,6%. Difficile, parlare di travolgente rinascita economica.

Altro esempio citato da Longworth è quello di Warsaw, Indiana, cittadina di 12.500 abitanti, 100 con un titolo di dottorato, gran parte dei quali lavora nel settore ortopedico. Warsaw è un ottimo esempio della strategia di sviluppo che Longworth definisce «di aggregazione, con impianti che producono articolazioni artificiali, sostengono innovazione nel settore e spingono nuove imprese a iniziare l’attività nell’area». Ma ancora il reddito medio del nucleo familiare di Warsaw di 36.564 dollari è molto al di sotto della media nazionale di 50.233. Longworth scrive che «il futuro appare ottimo» ma ammette che «il futuro remoto è più incerto».
A parte i pochi casi di successo citati, Longworth ammette che «
complessivamente il Midwestern appare punteggiato da relitti di città, non più pienamente attive, non ancora centri fantasma, piccoli punti di civiltà che rispondevano alle necessità economiche di un’epoca tramontata». Ma fa capire che secondo lui le città sono diventate “relitti” grazie alla mano invisibile del mercato, anziché a causa di specifiche scelte delle imprese e decisioni pubbliche. Lamentando come spesso si dia tutta la colpa a «commercio e in particolare al NAFTA» per la dismissione dell’industria americana, Longworth liquida questo tipo di analisi come semplice ricerca di un capro espiatorio: «la globalizzazione ispira schiere di demagoghi e teorici della cospirazione».

Per le città del Midwest che — a differenza di Minneapolis o Chicago — non sono centri di rango regionale per finanza, immobiliare, assicurazioni e settori paralleli (consulenza, PR, servizi legali, pubblicità, grafica ecc.), il quadro è desolante. Longworth avverte che città fortemente dipendenti dall’industria come Milwaukee o St. Louis hanno poca probabilità di trasformarsi «da motori della produzione in nodi globali». Sia Milwaukee che St. Louis soffrirebbero di «pesante eredità industriale» che in qualche modo ostacola «ambizione e innovazione».
Longworth forse confonde la mancanza di «
ambizione» con la carenza di occasioni. Milwaukee è stata colpita particolarmente forte, ha perso il 65% della propria base industriale tra il 1977 e il 2002. La disoccupazione fra i cittadini afroamericani maschi di età fra i 16 e i 24 anni era del 64,5% già nel 2007 pre-recessione. Risultato: «Nel 1970, il reddito medio della famiglia afroamericana era del 19% superiore a quello medio afroamericano nazionale; 30 anni più tardi siamo sotto del 23%».

Longworth sottolinea la necessità di maggiore istruzione e formazione. Sostene che i genitori del Midwest non abbiano instillato nei propri figli un sufficiente rispetto per lo studio. «La gente del Midwest – scrive – non capisce il significato dell’istruzione per l’intera regione, per il suo futuro nell’epoca globale».
Ma l’istruzione non offre più un atterraggio sicuro di certezza economica. L’economista di Princeton Alan Blinder ha calcolato come esistano circa 40 milioni di posti di lavoro qualificati —ingegneri, programmatori di computer, tecnici di laboratorio e molti altri — «altamente esportabili« verso India e Cina, dove personale competente può essere assunto a salari molto inferiori a quelli Usa. Secondo le proiezioni del Servizio Statistica dell’Ufficio del Lavoro:
• Sulle 30 tipologie di lavoro che si prevede cresceranno di più nel prossimo decennio, 23 non richiedono una formazione a livello di
college, e molte nessuna preparazione particolare.
• il 55% della prevista crescita occupazionale avverrà in categorie dove il reddito è di 32.380 dollari, o meno.
• nel 2018, solo il 22% dei nuovi posti di lavoro previsti avrà bisogno di un titolo di diploma universitario.

In moltissimi centri del Midwest settentrionale, il direttore della United Auto Workers Region 4 dell’Illinois, Dennis Williams, ha visto lavoratori qualificati perdere il posto e trovare poi solo lavori dequalificati e a basso salario, anche dopo lunga ri-formazione. «E dobbiamo chiederci, formarsi per che cosa? Per quale salario? Quali sono gli impatti per un lavoratore che passa da 27 dollari l’ora a 10? Sono domande che una società deve porsi. Altrimenti, vuol dire che siamo diretti verso una struttura sociale da terzo mondo».
Domande del genere di solito vengono ignorate dai teorici della ripresa, che preferiscono guardare oltre le vittime della globalizzazione, sottolineando solo la necessità di allevare nuova imprenditoria. Per le città che sono disperate per il proprio futuro, Richard Florida propone la sua soluzione: attirare la «classe creativa»: giovani senza legami che daranno vita a un
boom economico. Florida dice che questa classe creativa si può attirare con una politica culturale, la tecnologia, la promozione del talento, di uno spirito tollerante specie nei confronti di gay e lesbiche. E ci sono schiere di amministratori che umilmente lo considerano qualcosa come una via di mezzo fra il salvatore economico e una rock star.

Nel 2006, il New York Times salutava Racine, Wisconsin — vittima della pervasiva deindustrializzazione — che aveva seguito la sua strategia: «Se Racine, Wisconsin, non si è ancora trasformata negli Hamptons del Midwest, non è certo per mancanza di impegno» scriveva il giornalista Steve Lohr.
L’ex fuligginosa cittadina industriale, circa 50 km a sud di Milwaukee sulle sponde del lago Michigan, ha cercato negli ultimi dieci anni di reinventarsi come colonia artistica e meta turistica. Tra le iniziative l’inaugurazione nel 2003 del Racine Art Museum da 11 milioni di dollari sulla Main Street, e la creazione del quartiere dei galleristi attorno alla vicina Sixth Street.
Ma l’articolo di Lohr si basava su una premessa assai improbabile, ovvero che un museo e 12 gallerie d’arte potessero colmare il cratere economico lasciato dalla distruzione di 14.000 posti di lavoro industriale e relative famiglie. Il tasso di disoccupazione a Racine era del 15,1% a dicembre.
Anche John Russo, direttore del Center for Working Class Studies alla Youngstown State University, nota come nonostante la rivista
Entrepreneur classifichi Youngstown al primo posto fra le città che promuovono chi si assume dei rischi, la sua economia continua a restare in una situazione instabile.

«Magari si guadagnano 50 posti di lavoro con un call center – spiega Russo – ma poi se ne sono persi 10.000 per via della recessione».
«La vicenda di Youngstown è quella dell’intero paese. Non è neppure possibile descrivere davvero tutta la crisi, il crollo della popolazione, la criminalità, i costi sociali. Secondo me si tratta di un equivalente di quanto avvenuto durante la Depressione».
Eppure, qualunque nuova piccola attività che inizia viene enfaticamente salutata come una speranza, un segnale di ripresa. «C’è molta tendenza ad apparire ottimisti: si vuole comunicare speranza» continua Russo.
Col loro vangelo della «città rimbalzo«, i nuovi teorici della ripresa hanno suscitato entusiasti clamori locali fra le élite economiche e gli amministratori. Ma tutto il fervente predicare salvezza attraverso libero mercato e adattamento culturale, riesce solo in parte a nascondere l’incapacità di costruire economie in grado di rispondere ai bisogni delle famiglie dei lavoratori.

da: In These Times, numero del 25 marzo 2010 – Titolo originale: ‘Rebound City’ Hustle – Traduzione di Fabrizio Bottini
si veda anche il tag Richard Florida a piè di pagina 

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