Estetica nazionalpopolare e scena del crimine

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Foto (non posata, giuro) di F. Bottini

Dietro casa mia c’è un miscuglio di cose abbastanza frequente nelle aree in trasformazione: lotti con edifici a corte ristrutturati o in via di ristrutturazione, altri praticamente ingombri di macerie, o già riempiti da quel complemento indispensabile della città moderna che gli immobiliaristi chiamano loft. Poi ci sono naturalmente i fabbricati industriali ancora in piedi, quelli utilizzati e quelli in attesa di sentenza definitiva, che sfumano (per fortuna nostra) in aree libere che si auspica restino tali, diciamo qualche scampolo di campagna versione metropolitana. La via che attraversa questo ultimo tratto è stata soprannominata dai giornali “strada dei delitti”, il che un pochino ti fa impressione ad esempio quando rientri in una sera nebbiosa d’inverno, e sotto la luce giallastra dei lampioni vedi spuntare davanti a te qualcun altro sul marciapiede in lontananza. Ma la cosa più interessante è ragionare un istante sul motivo per cui quel posto è stato soprannominato strada dei delitti, visto che in fondo (almeno per la media di tante altre strade del centro) non ci è successo nulla di particolare, salvo trovare parcheggiate due auto con dei cadaveri, frutto di esecuzioni della malavita organizzata.

Cioè, i delitti erano successi altrove, ma lì era più comodo smaltire i rifiuti indifferenziati visto che per via dei lotti vuoti non ti vedeva nessuno. E poi i giornalisti cercano sempre il nomignolo a effetto, certo, nonostante ci siano certe strade alla moda dove di delitti ne succedono una dozzina la settimana, cinquantadue settimane l’anno, ma lì invece pare tutto tranquillo. Insomma siamo dalle parti dello stereotipo per bambini deficienti: ci sono strade sicure per definizione, e altre dove il delitto è di casa per via dell’organizzazione urbanistica, almeno nella testa di qualcuno. Nell’ultima settimana sono arrivati agli onori della cronaca due casi speculari, di efferati crimini in zone “tranquille e insospettabili”, e guarda caso di nuovo i toni della cronaca si sono adeguati allo stereotipo, raccontando il contrasto fra questo copioso scorrere di sangue e l’evidente (secondo la leggenda metropolitana) arcadia urbanistica.

Perché se il capannone o il casermone ispira naturalmente il delitto, la villetta a schiera o singola è sinonimo di pace e serenità. Esattamente come il bianco biondo in cravatta sprizza ordine e onestà da tutti i pori, mentre il colored paludato casual fa scattare comunque il primo livello di allarme sociale, anche se sta mandando messaggini al telefono. Succede allora che i racconti dei cronisti si organizzino sempre in forma di percorso tipo montagne russe: giù negli abissi splatter della psicologia criminale, e poi su a respirare in superficie la calma rasserenante della vietta dietro la parrocchia, delle villette con giardino dietro la loro recinzione con cane abbaiante di complemento, con la telecamera all’ingresso, senza alcun marciapiede perché tanto da lì ci si sposta solo in auto, e quindi senza nessuno che passa mai salvo la colf immigrata che scarpina verso la fermata dell’autobus all’incrocio … E viene da chiedersi: non è invece proprio questo, invece dei capannoni dismessi, lo sfondo ideale, la fabbrica perfetta, dell’efferato delitto?

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