La suburbanizzazione della città

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Foto M. B. Fashion

Ci sono parecchi modi di guardare quel che ci accade attorno, e forse è sempre meglio assumere varie prospettive di osservazione, fermo restando che poi il giudizio positivo o negativo non debba per forza cambiare. Quando per esempio alcuni anni fa Anna Minton leggeva la diffusione nel mondo dei Business Improvement Districts come privatizzazione dello spazio pubblico, pareva un pochino difficile seguirne (se non forse animati da certi furori ideologici un po’ fuori tempo) il ragionamento sino alle ultime conseguenze. Perché appariva innegabile che l’effetto di quel modello, addirittura assunto in un corso di urbanistica del MIT come traccia teorica ed esercitativa per parecchi semestri, fosse di complessiva rivitalizzazione di tanti quartieri e città che l’avevano adottato. In pratica, adottando un criterio derivato dalla gestione degli shopping mall suburbani, il BID a partecipazione mista pubblico-privata, mescolando soggetti a interessi e dimensioni varie, finiva per costituire una specie di amministrazione locale complementare per una zona, migliorandone servizi tecnici, sicurezza, vitalità. Alla fine però si intuiva, la denuncia della Minton, quando seguendo i suoi articoli tematici sui quotidiani britannici si scopriva cosa significasse, forse in casi estremi ma non per questo meno significativi, consegnare a questa logica da centro commerciale l’intera rivitalizzazione di un quartiere, come nei casi emblematici di Liverpool One, con le sue vie pattugliate dalla onnipotente vigilanza privata, o più tardi nei due grandi Westfield londinesi, ultimo quello dell’area olimpica diventato famoso in tutto il mondo perché era di fatto obbligatorio attraversarlo, per raggiungere il sito.

Quello che conta è il metodo

Insomma, privatizzazione dello spazio pubblico non era da intendere tanto e solo come costruzione di barriere fisiche, eliminazione o frammentazione di vie e piazze, ma come sottrazione di diritti e competenze ai cittadini e alle loro forme di rappresentanze elette. Qualcosa per esempio che tanto dibattito architettonico-urbanistico si ostina a non cogliere: a parità di qualità spaziali, c’è una differenza abissale fra un luogo che esprime certi valori e uno che ne esprime altri. E prima o poi quella differenza salta agli occhi, ad esempio quando il vigilante per incarico di una amministrazione tecnica attenta solo al business allontana discrezionalmente qualunque indesiderabile. Indesiderabile perché, cos’ha fatto per diventarlo? Nulla, qui vince la vera e propria filosofia dell’essere: quel signore o signora ha una identità indesiderabile, a insindacabile giudizio della direzione. Il che la dice lunga su quanto pubblica ancora sia quella parte di città, magari riqualificata e tirata a lucido, ma a spese della collettività nel senso che questa ne viene esclusa in quanto tale. In pratica “importare alcuni metodi di gestione dello shopping mall” implica sottilmente anche portarsi in casa quel carattere tutto suburbano, privatistico, autoritario, della segregazione funzionale estrema, che poi porta a questi schematismi: c’è un posto per qualcosa/qualcuno, e un posto dove quel qualcosa/qualcuno non hanno alcun senso.

Post-gentrification

A ben vedere, uno dei motivi per cui certi processi che oggi si continuano a chiamare di gentrification sono, invece, assai peggio, è proprio per l’importazione degli schematismi segreganti suburbani. E ancora già Anna Minton avvertiva sul rischio aggiunto delle gated communities in ambiente cittadino. Oggi, cancelli o non cancelli all’ingresso, succede che certo approccio immobiliarista alla riqualificazione urbana, nella scia speculativa delle idee di riqualificazione genericamente affidate agli investimenti in creative class, produca una trasformazione post-gentrificante di interi settori urbani, in cui non solo avviene una pesante manomissione edilizia e dei tessuti (mentre la gentrification classica vede prevalere la sostituzione sociale), ma il processo è quello di una vera e propria desertificazione, da tutto quanto non è coerente con la nuova monocoltura. Salvo i caratteri specifici delle casette unifamiliari e simili, i nuovi ambienti sono del tutto analoghi al suburbio per l’uniformità micidiale imposta: tutti la medesima fascia di età, reddito, consumi, servizi, tagli di appartamenti, prezzi, mix di amenities. Con la resilienza zero di tutti questi ambienti, che quando entra in crisi una componente crollano su sé stessi per effetto domino. Quindi se non si interviene in qualche modo ad arginare certe tendenze spontanee del mercato, ci si potrebbe trovare per un motivo qualunque (per esempio una evoluzione tecnologica, un crollo occupazionale, ecc.) di fronte a deserti urbani identici a quelli della deindustrializzazione, ma il cui dilagare sarebbe quasi istantaneo. Cose che evocano, quantomeno e ancora una volta, il nascere di una idea di urbanistica e politiche urbane un po’ meno semplificate, e un po’ (un bel po’) più integrate. La città del terzo millennio se le meriterebbe, di gran lunga.

Riferimenti:

Stephanie Hanes, The new ‘cool’ cities for Millennials, The Christian Science Monitor, 1 febbraio 2015

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