Filosofia del vivere lo spazio pubblico

Foto M. B. Style

Quante persone abbiamo sentito letteralmente ruggire di rabbia perché «mi stano impedendo di andare a casa mia»? Può darsi sia successo anche direttamente a noi qualche volta, di «non poter andare a casa nostra». E forse qui è meglio tradurre subito la dizione in linguaggio onesto: nessuno stava o sta impedendo di andare da nessuna parte, quando in genere per un piccolo cantiere di manutenzione o riparazione si bloccano venti metri di strada. Solo, il tossicodipendente automobilistico che c’è in noi entra in crisi di astinenza al solo pensiero di non potersi trascinare la sua protesi sin davanti o dentro casa, lasciandola a qualche decina di passi. Ecco qui l’affronto, che per chiunque voglia ragionare un po’ diventa a volte anche uno spunto di sperimentazione, addirittura di liberazione. Una forzata passeggiatina all’aperto, molto più corta di quelle che facciamo senza battere ciglio in un centro commerciale o in un aeroporto, e si scoprono luoghi, prospettive, tempi inediti. Si scopre che certo manca qualcosa, il guscio protettivo e sicuro dell’abitacolo coi suoi odori rumori vibrazioni, ma dentro quel vuoto irrompe tanto di più (e di meglio, si capisce gradualmente), nella forma della vita urbana e di relazione che ci eravamo del tutto scordati imboccando il tunnel senza fine della dipendenza mentale automobilistica. Che è qualcosa di diverso, completamente diverso, dall’usare l’auto per spostarsi, ma di cui davvero non ci accorgiamo mai, se non aiutati da qualche piccolo choc imposto.

Urbano suburbano e ritorno

La transustanziazione suburbana novecentesca si porta appresso prevalentemente quell’aspetto, di vera e propria cancellazione sia dell’idea di spazio pubblico e di relazione complessa, sia della consapevolezza di rinunciarci. Resta il filo conduttore, a volte sottile, del ricordo o dell’esperienza di full immersion forzata dentro quel contesto, di cui pur confusamente riconosciamo le positività. Può derivare, quella vaga consapevolezza, dagli stimoli più vari: il ricordo dell’epoca adolescenziale pre-patente quando si andava a scuola e a fare tutto il resto a piedi o coi mezzi, o l’esperienza quotidiana di pendolarismo multi-modale, in cui l’auto serve al massimo per raggiungere il terminale della ferrovia o della metropolitana, e poi il resto della giornata – lavorativa e a volte anche di consumi o tempo libero – si svolge in città dentro lo spazio pubblico e collettivo; infine se si è sufficientemente ricettivi basta lo stimolo della sempre più frequente esperienza turistica urbana, nelle città esotiche o d’arte e cultura, ad evocare una vera e propria sensibilità differente. E a determinare la scelta di vita fondamentale del trasloco, che rappresenta quasi sempre un punto di non ritorno, dell’investimento chiave nella casa che poi si trascinerà tutto il resto. Di particolare interesse proprio la «forzatura economica antiautomobilistica», quando di fronte al costo urbano della infrastruttura privata o pubblica indispensabile, e sua relativa scarsezza rispetto all’ambiente suburbano degli ettari di asfalto e cemento dedicati, scatta di nuovo la scoperta.

Disintossicazione a propria insaputa

Il famoso «non mi lasciano andare a casa mia» da cui partivano queste note, per chi decide di trasferirsi in città quasi sempre diventa una sorprendente inattesa (all’inizio) quotidianità: la rimessa sotto casa è inesistente o inarrivabile, spesso anche il posto auto negli immediati paraggi, e capita quasi subito di rinunciare alla seconda auto che nel suburbio è di normale ordinanza come i calzini dentro le scarpe. Anche con la prima di auto non sono rose e fiori, e così senza alcuna grande scelta ideologica, per pura forza delle cose, da quell’abitacolo si comincia a uscire mentalmente, oltre che fisicamente. Gradualmente ci si risciacqua gioco forza dell’automatismo secondo cui uscire di casa significa saltare in auto, e solo dopo pensare precisamente dove andare e cosa fare. Scoprendo (in effetti la cosa non era così chiara neppure a chi aveva consapevolmente optato per l’abitare urbano) che quello spazio non è semplicemente da attraversare per raggiungere un certo punto, una certa funzione, ma è tutto disponibile al 100% se si cambia prospettiva. Servizi e occasioni di cui si è sempre fatto a meno, andandone a cercare pallide imitazioni cacciate dentro il solito scatolone in mezzo a uno svincolo, adesso stanno lì davanti, e non si tratta solo di prodotti da acquistare, ma di un intero stile di vita, che cambia e ci cambia. Il tutto, a partire da quella riscoperta dello spazio pubblico determinata dalla disintossicazione automobilistica, che si trascina il resto. Disintossicazione da verificare sul campo, appena possibile, risalendo in macchina per un bel giretto «nostalgico» nel suburbio, al brico center dei barbecue giganti di cui oggi non sappiamo che fare.

Riferimenti:
Jonathan Morgan, Swapping the suburbs for city living, The Yorkshire Post, 30 settembre 2018

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