Gentrification: il problema è un altro

water tower

Foto J. B. Gatherer

Vi sarà capitato di sicuro, se abitate in città, di discutere con qualcuno delle gioie e dolori della trasformazione urbana, che chi sta provando a dialogare con voi magari non chiama affatto gentrification, vuoi per ignoranza, vuoi per evitare riferimenti scivolosi. Ma spesso, anzi quasi sempre, in una o nell’altra delle varie sfumature del fenomeno si inciampa comunque. A volte è il grosso progetto di riqualificazione atteso da parecchi anni, che finalmente si è sbloccato iniziando come un sasso nello stagno ad allargare i suoi effetti ben oltre gli isolati effettivamente ristrutturati o ricostruiti ex novo. Altre volte, e magari su quartieri assai più estesi, ai non addetti ai lavori (di solito i più loquaci e decisi nelle opinioni nette pro o contro) l’idea di gentrification o semplice rinnovo non passa neppure per l’anticamera del cervello, dato che colgono solo effetti «secondari» nei comportamenti, nella gestione, negli eventi temporanei pop-up delle iniziative, del commercio, delle promozioni. Ma basterebbe magari inserire la semplice parola chiave dentro il sito di qualche rivista internazionale di informazione, per scoprire che quei segnali, regolare come il decorso dei piccoli malanni di stagione, altro non sono che un sintomo certo del medesimo processo, solo diversamente spalmato sullo spazio-tempo soggettivo di chi magari abita i luoghi assai parzialmente, pur vivendoci fisicamente dentro.

Il rovescio del rovescio della medaglia

Purtroppo, salvo qualche lodevolissima parziale eccezione (tipo il New York Times con l’archivio catalogato dei pdf immagine ritagli a salato pagamento) la nostra ricerca per parole chiave non riesce a risalire all’inizio del processo, per il semplice fatto che esso si colloca un po’ prima dell’irrompere di internet nell’informazione. Altrimenti, se iniziassimo a raccogliere tematicamente ritagli e articoli senza questa barriera insuperabile, arriveremmo subito alla scomparsa delle ciminiere e loro relativa nostalgia, quell’epoca grigiastra a cavallo fra i primi telefilm dove la scena madre avviene in un capannone abbandonato con le finestre in frantumi, e qualche isolato schizzo di architetto post-moderno dove al posto delle fabbriche spuntano giardini e immancabili palazzi residenziali, lasciando magari in piedi qualche brandello ornamentale del neologismo conservazionista industrial heritage. Lì, almeno in prospettiva storica, si dovrebbe iniziare a intravedere la frattura, multipla e trasversale, fra innovatori e conservatori, fra destra e sinistra. Si noti che non ho usato la classica equivalenza innovatori = sinistra e conservatori = destra, per il semplice motivo che nella riqualificazione o trasformazione urbana postindustriale le cose non sono così facili e lineari. E per un motivo invece assai semplice e noto: gli innovatori volevano innovare si, ma molto a modo loro, mentre i conservatori avevano un’idea piuttosto confusa di cosa conservare, di solito un indifendibile status quo.

Gli sconfitti della storia

In pratica, la difesa dei posti di lavoro così com’erano, della «classe operaia» nelle forme comprensibili alla sinistra occidentale dell’era delle grandi delocalizzazioni e della nascente globalizzazione economica, si è tradotta in un semplice lasciar incancrenire la cosiddetta (la definizione è copyright della destra ovviamente), «nostalgia delle ciminiere», che ridicolizzata significava culto della fuliggine, dei calli, di una qualità urbana che non voleva più nessuno. Nel frattempo guadagnava momento la nuova forma di gentrification-sventramento di cui oggi iniziamo a vedere dispiegati gli effetti sull’arco di un paio di generazioni, che per la città sono in fondo un battito di ciglia: grandi operazioni di ricostruzione totale, e violenta sostituzione sociale a cerchi allargati, alimentata sia dalla nuova cultura liberista dilagante che dal nuovo paradigma urbanistico dettato dal libero mercato. Gli scenari, così come si vedono oggi nella fase diciamo così relativamente matura, sono quelli che tempo fa parevano sogno o ideologia vagamente fantascientifica: i quartierini della classe creativa usciti dagli opuscoli pubblicitari e diventati realtà tangibile, moltiplicati tante quante sono le aree di dismissione/recupero. E tante altre che ancora aspetterebbero un destino analogo con ansia. Ma serpeggia concreto anche il dubbio: non è che abbiamo lasciato combinare uno sciocchezza madornale? E il sintomo è il solito rovescio della medaglia territoriale, la dispersione del disagio, il dilagare dello sprawl povero e/o industriale da strapazzo, dentro sacche di cui già si intravede non troppo vagamente la dismissione prossima futura. Per cui è già nata la teoria del suburban retrofitting, o della demallizzazione, o ricucitura di tessuti per i più ideologizzati. Se ne esce, dal cortocircuito dettato dall’assenza di un’idea seria di città sostenibile? Certamente evitando di dar retta alle sciocchezze mercatiste-suburbane del sempre viscido Joel Kotkin, mal intervistato nella seconda parte dell’articolo pur interessante del link.

Riferimenti:
Alexander Nazaryan, White city: the new urban blight is rich people, Newsweek, 2 aprile 2016

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