Guerra tra bande

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Foto F. Bottini

Un signore si sente così minacciato da un tassista camminando sulle strisce, che prima gli danneggia l’auto, e poi lo prende a botte. Quello cade per terra, batte la testa, e ci lascia le penne. Una buona cosa, pur nella tragedia, che tutto avvenga in un quartiere benestante, e non tra i soliti palazzoni razionalisti e prati spelacchiati delle zone popolari: così certa puzza sotto il naso tipica della cronaca non ha proprio modo di lanciarsi in congetture sul degrado sociale il disagio della crisi o chissà cosa. Lì non c’era altro da dire: un comportamento aggressivo, una reazione del tutto spropositata a un gesto solo scorretto, come il non fermarsi per lasciar attraversare sulle strisce pedonali. Il tranquillo pedone, si è sentito provocato, ha visto il suo territorio invaso dall’alieno tassista, e si è messo in caccia, spietato e feroce.

Il contesto normale dovrebbe far riflettere, in senso molto più lato, sulla necessità di nuove regole di convivenza e nuove prospettive, oltre che di diverse forme degli spazi in cui interagire. L’aggressore percepiva un rischio, e probabilmente quel rischio era anche concreto se pensiamo alla quantità di incidenti che coinvolgono i pedoni, e su cui in tante città si sta provando a operare sulla forma stradale e le regole di circolazione, per ridurlo a zero quel rischio. Ma ci sono tantissime altre forme di convivenza e spazio condiviso da coltivare, governare, su cui costruirsi pazientemente regole di comportamento e sensibilità. Convivere con la natura, nel senso di farlo quotidianamente e veramente (non nel modo ideologico così di moda anche sui giornali), può essere una sfida del genere: vegetali, animali, gli spazi che occupano e pretendono, i comportamenti che inducono nei cittadini umani, sono qualcosa di totalmente inedito nelle dimensioni assunte oggi. Basta pensare al problema delle deiezioni canine, o a quello del disordine e dei fastidiosi parassiti inevitabilmente portati da campi, orti, serre, piccoli allevamenti o pollai, mescolati a case, capannoni, uffici infrastrutture.

Il disagio aumenta, così come dovrebbe parallelamente aumentare anche la nostra capacità collettiva di reazione, quando al tessuto metropolitano o urbano si mescolano fasce e cunei di vero e proprio spazio rurale e naturale, in comunicazione diretta con la regione esterna. Qui avviene il curioso fenomeno dell’urbanizzazione di animali selvatici che parrebbero del tutto estranei al mondo degli incroci semaforizzati e dei giardinetti di petunie. Ma, vuoi perché è la città ad essersi sovrapposta al loro habitat, vuoi per altri vari motivi, non solo queste specie circolano per le strade, ma iniziano un vero e proprio adattamento nelle abitudini, alimentazione, a volte autentica mutazione. Sono ormai regolari gli studi sugli effetti riproduttivi o comportamentali del contesto urbano su uccelli, insetti, mammiferi, o il loro specifico rapporto con questa o quella caratteristica del nuovo ambiente. E come ci raccontano puntualmente egli scienziati, non si tratta di fenomeni occasionali, ma di una situazione destinata a permanere e consolidarsi. Diventiamo una società urbana non solo multietnica, ma multi-specie.

Anche qui esistono i razzismi, i solidarismi a senso unico, e tutte le infinite posizioni intermedie fra i due estremi, dove probabilmente si trova il buon senso. Razzismo, nel caso di chi non è umano, è cosa che si esprime direttamente con progetti di sterminio totale: sono bestiacce infestanti che devono sparire. Il solidarismo a senso unico è una svagata e quasi sempre campata per aria accettazione fatalista, che non tiene nel minimo conto la realtà della convivenza: una bestiola può essere assai carina e simpatica in sé, ma quando si moltiplica velocemente in migliaia e migliaia di esemplari in uno spazio limitato, senza alcuno sfogo possibile, rischia di desertificarlo. Al momento, comunque, sembra proprio prevalere l’approccio numero uno, quello razzista, anche per mancanza di vere e sostenibili posizioni intermedie. Ovvero, di solito ci si accorge del problema troppo tardi, quando l’unica reazione possibile sembra appunto lo sterminio.

Avviene con nutrie e cinghiali nelle nostre campagne periurbane e suburbi, sta avvenendo con lupi e orsi nelle fasce collinari e montane, e altrove sta addirittura crescendo una specie di letteratura horror metropolitana, tra volpi che rubano bambini nelle culle a Londra, o coyote che si mangiano il barboncino in qualche periferia di villette Usa, magari scambiandolo per uno zucchero filato. Ma il caso dei cervi è davvero particolare, perché mescola al peggio tutti gli ingredienti della tragica farsa: istinto cacciatore della domenica, istinto umano da animale territoriale che si sente invaso da chi gli bruca l’insalata, terrore irrazionale nel vedere qualcosa che lì non dovrebbe proprio starci. E invece tra case, semafori, idranti, parcheggi di centri commerciali, in certi posti di cervi ne spuntano sempre di più, facendo gridare al cervo al cervo anche le amministrazioni dei trasporti. Eh si, questo pare il vero peccato mortale degli ungulati: interferire col traffico automobilistico, non sia mai. E così nei tanti stati del Nord America dove si sono registrate questo genere di sgradite convivenze, si è scatenato lo sport della caccia urbana, particolarmente ideologico, scemo, rischioso perché allarga a sua insaputa il raggio delle prede ai vicini di casa umani. Qualcuno riuscirà prima o poi a spiegare a questi eroi della domenica, patetici scimmiottatori del gruppetto immortalato da Michael Cimino nel suo Deerhunter, che stanno imboccando una strada sbagliata? E che la guerriglia urbana comunque intesa, quando si comincia, non si sa dove andrà a finire? Non vorremmo che fra le mutazioni di comportamento della fauna metropolitana, arrivasse anche la capacità di armarsi e rispondere al fuoco.

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