Guida galattica al galateo dell’urbanizzazione planetaria

1 – La danza della metropoli silenziosa

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Foto M. B. Style

Arrivano le belle stagioni, e torna il problema classico delle zone a funzioni miste, ovvero la compatibilità acustica: volete far convivere molte attività e fasce sociali? Beccatevi anche la movida, perché fa (lo dice quasi la parola stessa) parte della vida. Però quella che sembrerebbe la pietra filosofale del problema, l’idea emergente della cosiddetta «silent disco» suscita già commenti ispirati a una certa diffidenza, in realtà dettata dal fisiologico bisogno di adattarsi al nuovo. Di cosa si tratta? Di una cosa che, diciamocelo, potevano anche pensare tanto tempo fa: quando vai in discoteca non c’è musica nell’aria, ad ogni utente viene assegnato un paio di cuffie da cui si ascolta la musica. Si balla nel soggettivo silenzio di chi quelle cuffie non le ha, e non sente nulla.

Il commento più frequente è che si tratta di qualcosa di surreale, per una clientela di veri psicopatici, il ballo degli zombies. Forse, ma proviamo a guardarla da un’altra prospettiva. Ad esempio quella di chi abita vicino (o lavora dentro) un simile locale o spazio di fruizione della musica. Oggi persone del tutto estranee al rito danzante o musicante (scarafaggi topi e passerotti inclusi) sono ad esempio obbligati a godersi sollazzi come il saluto estremo del deejay alle cinque del sabato mattina, quando ci sono già i portelloni spalancati. Tutti questi, davvero se le sognerebbero come una specie di vacanza meritata, le danze dei morti viventi. Le vorrebbero regolamentate da apposite leggi sanitarie, una nuova moda, trendy come non fumare, roba da sottoproletari tossici.

In fondo quella delle cuffiette o simili per l’ascolto sociale della musica da ballo o assimilati, altro non è che l’evoluzione quasi naturale in epoca social network del vecchio (spero per voi vi siate scampati la tamarrissima stagione) ghetto blaster, che scuoteva le viscere di un intero quartiere per svolgere una funzione poi rapidamente assunta dal Sony Walkman e suoi discendenti; mentre prima le cuffie erano cose visibili solo nelle stazioni radio. Bisognerebbe inventare qualcosa di simile anche per i concerti dal vivo, tipo quando compri il biglietto ti viene installato un microchip individuale sotto pelle per ascoltare (anche stando a cinquecento metri) al volume preferito anche i più laceranti assoli dell’ultimo bis, senza per questo svalutare gli immobili entro il medesimo raggio dal luogo del concerto. Insomma le cuffiette del futuro sarebbero un fondamentale strumento di politica urbana, da introdurre senz’altro nei programmi di smart city.

2 – Galateo metropolitano secondo l’Elettrotecnico Super Mario

Però al rincoglionimento collettivo non c’è limite, specie quando si traveste da progresso senza star lì troppo a perder tempo sulla scelta della direzione in cui progredire. Alcuni fresconi della sociologia urbana pret a porter avevano coniato quel neologismo campagnolo che suona Città Infinita (poi riciclato per venderci altre cose): un infinito sulla cui confusione poi pare lecito allineare ogni sciocchezza. Moltitudine di soggetti, ambienti, equilibri, e anche casino, tanto casino, nel senso acustico del termine. Una bella notizia era stata il diffondersi della discoteca silenziosa, dove il vecchio concetto anni ’70 della cuffietta individuale per l’ascolto, diventava strumento di politiche acustiche urbane spontanee. Vuoi ascoltare un concerto dal vivo a un volume che spacca le orecchie? Ottimo, siamo in una democrazia e nessuno te lo può impedire, salvo che tu lo faccia senza spaccare anche le orecchie altrui, cosa finalmente resa possibile (in effetti bastava pensarci) dai dispositivi senza fili. Ma poi, poi, entra in campo il solito trionfo del mercato a sciupare ogni cosa.

Lo vediamo tutti che ci prendono per i fondelli. Ad esempio, fosse per i fabbricanti di rasoi usa e getta (quando li inventeranno riciclabili, a proposito?) cercherebbero strategie di marketing per rifilarcene uno che taglia solo i peli della guancia destra, un altro per il mento, un altro ancora per le finiture sopra il labbro e via di questo passo. Con gli aggeggi elettronici è spudorato da lustri, questo trattamento del consumatore alla stregua di fetta di carne lobotomizzata, ad esempio con quei caricatori di batterie più pesanti dell’aggeggio che dovrebbero ricaricare, costosissimi, e assolutamente non intercambiabili. Ci si sono messe pure certe amministrazioni di grandi città adesso, con i cosiddetti Atolli Digitali che accettano in pieno quel criterio (non ci sarà lo zampino dei produttori?) evitando come la peste di introdurre le prese unificate e promuovere così un po’ una vera economia di mercato fuori dagli stupidi ricatti. Adesso è il turno della ex metropoli infinitamente silenziosa grazie alle cuffiette per fracassoni. Dicevano il vecchio Joseph Kennedy e – citandolo – John Belushi: when the going gets tough the tough get going. E nella metropoli silenziosa è entrato in campo il tosto geometra del mercato libero. Si fa per dire.

Il nome proprio del tizio (segnatevelo nell’agenda segreta) è Rodney Perkins, chirurgo e imprenditore specializzato in startup, che da bravo filosofo conformista si è fatto il classico ragionamento: perché diavolo puntare a un segmento di mercato minoritario come i frequentatori di discoteche e concerti? Tentiamo il colpo invece con tutti gli altri, i miliardi di cittadini che non hanno alcun interesse ad ascoltare musica, almeno in quel momento e luogo. E miracolo: dalla silent disco si è passati in prospettiva a quella che potremmo definire loudspeaker metropolis: un casino infinito da cui proteggersi, naturalmente grazie ai fantastici aggeggi elettrotecnici del dottor Perkins, tipo la panciera del dottor Gibaud o gli zoccoli del dottor Schöll. In realtà qualche progresso c’è, ovviamente, perché lo zoccolo panciera elettronico del dottore, lavorando al contrario ovvero impedendo al fracasso di arrivarci all’orecchio, è a quanto pare universale, adeguato alla metropoli del casino infinito: non blocca solo la musica da discoteca, ma anche il rombo dei camion, e se è per questo anche le sciocchezze dei sociologi del territorio taroccati.

Per dirla con le parole del solito commentatore sulla stampa, tra l’impettito e l’imbarazzato: «un apparecchio che apre un nuovo mercato: quello di chi non vuole passare un’ora di inferno in un locale affollato cercando di capire dal labiale quel che sta dicendo chi gli siede di fronte». Ovvia l’inversione concettual-elettrotecnica rispetto alla discoteca silenziosa, o in genere alla metropoli un po’ meno casinara: non conteniamo i rumori in quanto tali, ma vendiamo i gadget del dottor tal dei tali ai disturbati, naturalmente insieme alle pillole contro il colesterolo, o alla villetta immersa nel verde e lontano dal peccato della città. Facile prevedere che, come tutte le stronzate costruite per affrontare i problemi nel modo peggiore, anche la trovata del dottor Perkins avrà un successo travolgente. Unica consolazione, poter sintonizzare l’apparecchio in modo da non ascoltare i trionfalismi degli speculatori di borsa, o magari dei sindaci che la adotteranno per i propri cittadini invece di far qualcosa di utile a contenere il rumore.

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