Il verde urbano fa bene: ok! E quindi?

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Foto J. B. Hunter

C’è qualcosa che inseguiamo vagamente tutti da generazioni: il cosiddetto riavvicinamento alla natura. L’inizio di questo eterno inseguimento possiamo più o meno datarlo al momento in cui la natura ha iniziato ad allontanarsi un po’ troppo, diciamo pure più dello stretto indispensabile. Prima il problema non si poneva neppure, anzi c’era quello opposto, di un rapporto quotidiano fin troppo stretto con quella natura e i suoi fastidi. Costruirsi un solido pavimento sotto il sedere per separarlo, il sedere, dal fango e dal freddo, mettere delle pareti intonacate sopra quel pavimento, e un bel tetto ancora sopra le pareti, è stata un’ottima idea, non a caso replicata identica da qualche nostro collega lì accanto, e accanto ancora, fino a costruire la città. Bastava dare un’occhiata dal davanzale per goderne a sufficienza, e pure troppa, di natura a profusione, e c’era anche da badare ogni giorno che la poca ammessa in casa, vuoi nel cortile vuoi dentro a qualche vasca o vaso, non si allargasse troppo a far danni nel nostro prezioso artificio architettonico e infrastrutturale. Poi con lo scatenamento dell’energia e della meccanica si è iniziato a vedere quel verde prima opprimente farsi lontano e mitico: da lì prima la pensata dei parchi a interrompere per una boccata d’aria il continuum dei nostri contenitori murari, e poi una vera e propria modellistica degli aggregati cementizi auspicabili, interrotti dalla fascia continua di verde, o cunei verdi che si insinuavano dalla campagna fino a ridosso del centro, o cinture di cementizia castità a impedire che la metropoli esplodesse senza ritegno sul contado.

Dalla forma urbana alla politica ambientale

Certamente è molto più di un caso, se fra le pochissime antenate nobili di quella che chiamiamo (ognuno un po’ a modo suo, vabbè) urbanistica, spicca quella landscape architecture che da subito seppe unire da un lato la capacità di intarsiare dentro la trama urbana esistente spazi aperti di qualità, dall’altro iniziare a concepire altri spazi, del tutto nuovi, che incorporavano sul nascere questa idea di convivenza equilibrata. Poi le cose sono andate in direzioni un pochino diverse, perché ovviamente la natura così come la si vedeva inquadrata guardandola dal davanzale della finestra, non era tutto, e quell’approccio estetizzante non risolveva ogni problema. Oggi c’è una montagna (intere catene di montagne) di ricerche e casi studio a documentare quanto quel gradevole colore corrisponda a una infinita serie di funzioni, che il nostro istinto solo vagamente intuiva, e che vanno molto oltre la pura camera di compensazione fra le origini scimmiesche e il presente meccanico-razionale. Per esempio il verde urbano collabora addirittura proprio con il mondo macchinistico a modo suo, assorbendone alcuni scarti schifosi invece di rifilarli a noi, dato che si fa carico di tante sostanze inquinanti, o degli eccessi di temperatura da attività produttive.

Tutte le tonalità del verde

Consola sapere almeno che questo effetto, come ci suggeriva il vecchio istinto di osservatori da davanzale, lo fa qualsiasi forma fogliuta immaginabile, dalle alberature stradali, alle varie superfici calcolate dai cosiddetti standard urbanistici, a roba creativa tipo tetti erbosi arbustati o boschi verticali assortiti: tutto è verde ciò che finisce verde. A maggior ragione vale per quelle grandi forme di verde che sono le immense greenbelt territoriali, agricole o naturalistiche per il tempo libero, le quali a loro volta o separano da altre zone urbane, o nei casi migliori danno accesso alla natura vera e propria, montana, di pianura, di latifondo agricolo ecc. Ecco, ma posto che questa natura urbana e regionale continua a svolgere per noi, e per i nostri prolungamenti artificiali, un ruolo essenziale nella salute, nell’efficienza, nel controllo di certi nostri eccessi esuberanti da emissioni, Che tipo di equilibrio dovremmo cercare di realizzare, per non ripetere su altre scale e in altri termini errori analoghi a quelli dei vecchi landscape architects? Loro operavano in base alle conoscenze scientifiche del loro tempo, noi come detto in apertura abbiamo accumulata e disponibili una quantità infinitamente maggiore di dati, sia di settore che altri. Basterebbe pensare, piccolo esempio, alla possibilità che quel generico verde, magari scelto sulla base di caratteristiche estetiche o climatiche, assuma anche valori alimentari, o sociali, o energetici. Oppure che si possano esplorare ulteriormente le potenzialità, non solo produttive, dell’ancora misteriosa intuizione della vertical farm. Ed ecco che forse – finalmente, sarebbe il caso di dire – il senso stesso della parola urbanistica, comunque la vogliamo intendere, dovrebbe iniziare a cambiare, perché non interessa più solo una parte, ma il tutto. Almeno finché qualcuno non perfezionerà davvero il teletrasporto alla Star Trek, ovviamente, liberandoci dalle pastoie dello spazio fisico, dell’ambiente e delle distanze. Nel frattempo, meditiamo.

Riferimenti:

AA.VV. The impact of green space on heat and air pollution in urban communities, David Suzuki Foundation, marzo 2015

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