Il Centro Sociale strumento di comprensione reciproca (1911)

Non credo di meritarmi l’onore di stare qui in questa occasione a tenere quello che è stato cortesemente definito il discorso generale, visto che sino a cinque mesi fa non conoscevo il movimento. Non ho preso parte attiva in esso, e non voglio a differenza di quanti mi hanno preceduto dare per scontato che tutti lo conoscano. Vorrei quindi se non altro allo scopo di chiarire il mio pensiero, riassumere brevemente di cosa si tratta. Scopo principale del movimento è fare del complesso scolastico il centro civico della comunità, per lo meno in quelle zone che non hanno altro luogo di uso comune.

Pronto all’uso: lo strumento di concertazione della vita comune

È noto che gli edifici scolastici in gran parte delle aree vengono utilizzati solo in alcune ore del giorno, ore durante le quali il resto degli abitanti è occupatissimo guadagnarsi la giornata. L’intuizione di chi ha iniziato il movimento è che appartenendo gli edifici scolastici alla comunità fosse perfettamente legittimo usarli per scopi propri quando non erano occupati dai più giovani. E che, dunque, fosse una ottima idea tenerci ogni genere di incontro, di natura sociale, ricreativa, congressuale, divulgativa, e altre legittime attività per stare amichevolmente insieme dentro quei complessi scolastici. Questo, per come lo capisco io e nei suoi termini essenziali, è il movimento per i centri civici: le scuole che diventano anche un luogo di incontro, dove ci si possa conoscere l’un l’altro tra i membri di una comunità, discutere la vita comune, le azioni comuni.

Sviluppi spontanei

Studiare il centro civico è studiare la vita spontanea della comunità. Si spalancano le porte della scuola, si tengono accese le luci anche la sera, e si dice: «Ecco un luogo dove siete tutti i benvenuti per fare ciò che volete». E la cosa interessante di tutto il movimento è che le persone hanno finito per farci davvero tante cose in quell’edificio scolastico, cose di tipo sociale, cose culturali, cose politiche: una delle ragioni per cui la politica assunse nuove sfumature nella città in cui il movimento era nato, è che chi la sera andava nella scuola continuava a discutere di ciò che accadeva, ma iniziando a discuterne tante cose smettevano di accadere. Perché sono davvero tante le cose che succedono nella politica e che diventano impossibili quando se ne parla, e qualcuno ascolta. La cura per la cattiva politica funziona esattamente come la moderna terapia della tubercolosi: basta esporla all’aria aperta.

Ora occorre andare alle radici della questione per capire cosa intendete fare di questo movimento. Servire la vita delle comunità, la vitalità che esiste, quella che non si può creare dal nulla, ma si può invece liberare dandole nuove occasioni. Cos’è e dove sta quella vita? Quello è il problema che mi interessa. Non può esistere vita in una comunità quando le sue parti sono separate e segregate. È come dividere gli organi del corpo umano e pretendere che esso continui a vivere. Occorre mantenere aperti i canali di comunicazione ed empatia tra di essi, così come si devono tenere aperti quelli della correnti di vita: se trovano ostacoli, interruzioni, ecco che si insedia un processo di degrado, di incomprensione, di scollegamento tra gli impulsi spirituali delle persone.

Un luogo comune per la vita in comune

La definizione di comunità è quella di un groppo di persone con delle cose in comune, consapevoli di averle, e che le considerano da un singolo punto di vista: quello dell’interesse generale. Una cosa come una comunità appare impensabile dunque senza comunicazioni dirette; deve esistere interrelazione tra le parti, fusione, coordinamento, scambi, un contatto tale da unire anche prima di far scorrere la linfa vitale nel corpo. Quindi, se analizziamo alcune comunità vedremo quanto sia necessario metterne insieme le parti. Prendiamo l’esempio delle grandi città. Lo si capisce già dalla sola diceria, quanto sia totale lo scollamento tra quanto definiamo le zone residenziali e il resto. Non è un fatto davvero singolare, il solo aver preso un pezzo di qualcosa abitato un po’ dappertutto, un pezzo fatto di case lussuose benestanti, e averlo chiamato zona abitata? Come se negli atltri posti non abitasse nessuno. Sono i luoghi abitati in realtà dalle componenti più distaccate, da un certo punto di vista più inutili, della comunità. Persone che non conoscono i vicini della porta accanto, dove non esiste alcun legame di empatia, conoscenza, spirito comune.

E non voglio con questo mettere sotto accusa una certa classe di persone, lo so che è il modo sbagliato e anche inutile. È però necessario che queste parti della comunità si ricolleghino alle altre; ed è necessario trovare uno strumento semplice di interscambio di punti di vista, dove ci si incontra, dato che la vita moderna nel suo insieme, la politica moderna, deve eliminare le incomprensioni, eliminare le ostilità, le rivalità frontali, rendere comprensibili gli interessi reciproci, portare al dialogo e scoprire l’interesse comune. Questo è il problema centrale della vita moderna, specializzata, devitalizzata, scollegata, attraverso cui non scorrono i flussi della vita.

Mezzi per unire le comunità

Il mio interesse nel vostro movimento, così come lo conosco e mi è stato descritto, suscita entusiasmo dato che ci vedo un canale per ricostruire unione delle comunità. Mi viene detto che sono già accadute molte cose promettenti in questo senso. Mi viene raccontata la storia si dice caratteristica di una brava signora, molto appropriata ma un po’ troppo meticolosa, con l’auto ferma una sera davanti a una scuola in cui si svolgeva una assemblea presieduta dalla sua sarta. Viene indotta ad entrare da persone di sua conoscenza che stanno andando a quella riunione, e in principio è davvero indignata: non le piace affatto l’aspetto di alcuni dei presenti, troppa mescolanza di gente con cui preferisce non avere tropo a che fare (addirittura una sua fornitrice di servizi manuali che presiede), ma è costretta a stare lì un po, in fondo è il posto più comodo per aspettare che le sistemino l’auto ferma fuori, e prima che arrivi il momento di andarsene è stata contagiata dall’atmosfera del luogo. C’erano persone di ogni genere a discutere di cose interessanti, che le avevano fatto capire aspetti di cui non si sarebbe mai e poi mai immaginata, della vita comune e interessi di chi riteneva tanto diverso da sé, ma invece condivide la medesima esistenza umana.

Qualunque sforzo per promuovere

Quindi se l’effetto è questo, vale ogni sforzo per promuoverlo. Se riesce a fare questo, è lo strumento da usare per costruire comunità. Niente altro saprà produrre libertà: non si può avere libertà se le persone non la vogliono, non si può avere libertà se non hanno empatia l’una con l’altra, non la si può avere se non si comprendono reciprocamente, né se non cercano temi comuni con mezzi comuni. Dobbiamo studiare i metodi per produrre tutte queste cose. In primo luogo, non ci accorgiamo di produrre comunità creando sentimenti comuni? So che si pone tanta enfasi sulla mente, al giorno d’oggi, e in quanto rappresentante dell’università non dovrei proprio essere io a mettere in dubbio il primato dell’intelletto, ma non sono mai stato convinto che al giorno d’oggi regni davvero la mente, né mi pare di aver letto che l’abbia mai fatto in passato, forse la mente è uno dei monarchi che oggi comandano, ma non governa.

Sentimenti comuni sono essenziali per un libero governo

Ciò che davvero controlla le nostre azioni è il sentimento. Siamo governati dalle passioni e il massimo che possiamo fare coi nostri strumenti sociali e politici è far sì che prevalgano le passioni migliori: quelle dell’empatia, della giustizia, dell’altruismo (sempre che lo si possa promuovere a passione). Se si riesce ad avere una maggioranza efficace delle passioni migliori, per i sentimenti che ci uniscono, anziché quelli che ci separano, allora avremo gettato le fondamenta di una comunità e di un governo libero, quindi se non altro nel centro comunitario avremo posto molto concretamente il tema e la causa della civiltà e della libertà umana.

Alla base del sentimento comune ci deve essere una mutua comprensione. La verità fondamentale della vita moderna, come mi pare, è una profonda ignoranza. Non sono tra coloro che mettono in discussione chi promuove interessi particolari sulla base di una presunta loro malafede o implicita ostilità. Se li metto in discussione è sulla base della loro ignoranza, del fatto che non conoscono le cose, che hanno trascorso tutta la propria esistenza immersi nei propri affari, e non hanno altro punto di vista se non quello del proprio interesse particolare, e quindi si squalificano da soli ignorando gli interessi comuni. Un acuto autore inglese ha scritto:«Se incatenassimo il cervello di un uomo a un libro contabile tagliandogli lo stipendio ogni volta che smette di calcolare difficilmente riuscirà a costruirsi una visione illuminata del mondo». In altri termini se sommergiamo una persona in qualcosa, non importa quanto ampio o stimolante, e ce la teniamo tutto il tempo dell’esistenza, non vedrà mai alcun orizzonte, non si farà un’idea della vita umana nel suo insieme.

Uno strumento di educazione liberale

Una volta dissi che l’università doveva rendere i figli più diversi possibile dai padri. Non intendevo certo meno rispettosi dei propri padri, ma solo che quando qualcuno ha raggiunto l’età in cui iscrive i figli all’università, ha ormai assunto un punto di vista così specifico sul mondo da rendere opportuno che quei figli si allontanino da lui, stiano in un ambiente in grado di rigenerare e rinnovare il punto di vista rispetto a quello familiare. Quella, ritengo, sia la funzione dell’istruzione, dell’educazione liberale. La stessa educazione che deve oggi sottendere qualunque processo ampio di tipo politico o sociale, mettendo in comunicazione i sentimenti del singolo, la sua comprensione dell’umanità, e unirla agli interessi comuni del quartiere, della città, della nazione, sganciandoli dal puro interesse particolare, e se possibile allargandosi ulteriormente trascendendo i confini nazionali. Intravedo questi orizzonti nel movimento per i centri sociali, l’unione dei sentimenti, una chiarezza di comprensione delle comunità, insieme di persone che si uniscono a discutere.

Congregarsi migliora e modifica il pensiero

Mi piacerebbe chiedere se non sia questa l’esperienza di chi in questa sala abbia mai partecipato a una assemblea di qualunque genere. Se ne sia mai uscito col medesimo punto di vista di quando era entrato. Se è così, mi spiace molto per questa persona, che deve essere assai rigida di pensiero. Da parte mia posso testimoniare di non aver mai portato un’idea in pubblico senza vederla profondamente modificata dalle critiche di altri partecipanti, e senza riconoscere alla fine che il prodotto del consiglio comune era di gran lunga superiore a quello di qualunque individuo che pure aveva contribuito a formarlo. Gli attriti, gli apporti che cercano consenso, i compromessi di idee e pensiero, creano cambiamenti, flussi di tendenza, correnti e articolazioni.

Soluzioni più semplici ai grandi problemi

Dunque mi pare che il prodotto di questo movimento – non certo di colpo ma per fasi a volte anche tediose senza dubbio, e però con una certezza di risultato finale – sia la messa in campo di nuove forze comuni oggi latenti, o accumulate, o inerti, l’eliminazione di barriere alla comprensione collettiva, l’apertura reciproca delle menti, una purificazione di atmosfera e dentro quell’atmosfera purificata l’azione di forze vive, che certamente rendono più facile affrontare i problemi fondamentali della società moderna, ovvero l’adattare i vari interessi della società l’uno all’altro.

L’adattamento è necessario alla libertà

Ero solito spiegare nei miei corsi universitari che la libertà è questione di adattamento, e in genere lo figuravo così: dopo aver assemblato con cura le arti di una macchina a vapore, per esempio, una volta accesa si suol dire che va avanti da sola; ovvero che tutto è messo insieme tanto bene da ridurre al minimo l’attrito; se non lo è, se si disallinea minimamente una componente, ovvero viene meno l’adattamento, tutto si aggroviglia, bloccato, rigido, inutile. Nel mio modo di pensare quella è l’immagine della libertà umana, dove l’individuo è libero proporzionalmente al proprio adeguamento al tutto, o messo in altri termini il tutto si adatta perfettamente alla sua vita e interessi.

Prendiamo un’altra immagine: quando si naviga su una barca, non si dice che sta procedendo libera nel vento quando la si lascia andare come viene coi teli sbattuti, ma manovriamola indirizziamola e volerà come un uccello rimbalzando sui flutti. Libera, perché ha saputo adeguarsi alla forza della natura respirando il vento. Libera in quanto adattata, obbediente, così come lo sono le persone nella società adeguando i propri interessi a quelli altrui, ecco il problema della libertà.

Fatta l’analisi proviamo una sintesi

La libertà così definita non ha una situazione soddisfacente nel nostro e in altri paesi perché non c’è stato adeguamento delle parti né una adeguata analisi. Cioè, l’analisi delle parti è stata fatta, ma è il vostro movimento che oggi può contribuire a metterle insieme, considerarsi vicendevolmente, valutarsi, cooperare. Non si possono adeguare parti che non consentono di agire insieme, ma quando si arriva a questo adeguamento, quando si sono scoperte e liberate le forze, ed esse si sono adeguate l’una all’altra, si riesce ad esprimere un controllo è che è la sovranità popolare.

Non esiste sovranità popolare quando le varie parti del popolo si scontrano l’una con l’altra, la sovranità deriva dalla cooperazione, dalla mutua protezione, dal vivo pulsare dell’empatia, da un impulso comune. Noi, voi, tutti diciamo che in questo paese incombono grandi cambiamenti politici. E perché lo diciamo? Perché ovunque troviamo persone che esprimono i medesimi giudizi, sono sensibili alle stesse situazioni, determinate a risolvere problemi agendo insieme, non importa se infrangendo vecchi legami, non importa se lasciando cadere pregiudizi, sono determinate ad agire insieme verso qualcosa.

Controllo illuminato invece di gestione

Il cambiamento incombe perché ciò che era sentimento diffuso si fa forza concentrata, con l’empatia e la comprensione arriva la possibilità di controllo, un controllo di illuminate opinioni sovrane, a sostituirsi al regno politico e non della pura amministrazione dell’esistente, somma di concentrazione e opacità. Non si può far corrente amministrazione di un paese, di uno stato, di una grande popolazione; al massimo lo si può fare centralizzando, usando una singola grande forza o gruppo di forze, e trovando qualcuno abbastanza discreto e sagace da esercitare questo potere senza darlo troppo a intendere. È ciò che avviene da una generazione negli Stati Uniti.

Oggi, tra le altre cose, questo nuovo uso degli spazi scolastici cambia tutto. Non pare davvero significativo che si tratti di qualcosa costruito per rappresentare le fondamenta dell’America, uno dei pilastri che insieme alla chiesa sostengono la nostra Repubblica? Non pare davvero significativo che si ritorni istintivamente alle sorgenti della libertà del luogo di incontro comune, del luogo che è proprietà di tutti, del luogo da cui nessuno si sente escluso, dove tutti accedono per diritto? Così ciò che stiamo facendo è semplicemente riaprire ciò che era stato chiuso, far entrare la luce là dove c’era buio, sostituire porte aperte a quelle chiuse, non fa alcuna differenza se verranno in pochi o in tanti ma se ci verrà chiunque scelga di venirci. Una volta stabilito questo principio, si aprono le porte, come se avessimo spalancato i cancelli al flusso della vita.

Fiducia nel Popolo

Non mi meraviglio di chi manifesta crescente fiducia nel giudizio della gente, visto che in tutti i casi in cui si è data al popolo una possibilità, così come avviene oggi nel caso del centro sociale nella scuola, esso ne ha fatto il miglior uso. Non è un popolo falso, non è un popolo guidato da cieco impulso, ma che vuole pensare, pensare bene, pensare alla giustizia, all’eguaglianza, alla trasparenza. Ciò che vedo nel vostro movimento è un recupero del genio creativo e costruttivo del popolo americano, tanto diverso dagli altri e capace di produrre cose nuove dalle antiche.

Un movimento fondamentalmente americano

Ho spesso riflettuto sul fatto che tendiamo a scordarci come la vera forza della comunità venga dalla base. Si è mai vista la società rinnovarsi dal vertice? Mentre invece si rinnova sulla spinta di persone sconosciute. Guardiamo alle famiglie più in vista perché ci siano di guida? Guardiamo a chi è già affermato ed esprime autorità perché lasci il potere ai figli per la prossima generazione? È possibile, a volte succede, ma non si può contare su di loro, dipendiamo pur sempre dall’ascesa di chi è sconosciuto, qualcuno che abbiamo incrociato per strada, e che improvvisamente rivela capacità inusitate, dipendiamo dall’emergere di qualcuno da ambienti a cui non avevamo pensato, qualcuno non benedetto dall’alto, a fare ciò che chiede la sua generazione. Chi avrebbe pensato a Lincoln per salvare il paese? Chi mai avesse conosciuto Lincoln da ragazzino e giovane, ma senza tenere conto del fatto che c’era qualcosa in lui, che saliva direttamente dalle radici, dalla linfa della nazione, la visione di un grande popolo, una empatia così insita e intima con l’uomo della strada da farne qualcosa di simile a una incarnazione del Popolo stesso, sublimata, sfiorata dalla genialità. È a questa risorsa che dobbiamo sempre guardare.

Nessuno è in grado di prevedere i percorsi del genio, la guida delle nazioni. Ma dobbiamo sempre lasciare aperta la strada che parte dalla base, far sì che il suolo fertile del sentimento comune, della consapevolezza comune, resti sgombro e accessibile, non cresceranno altrimenti frutti senza radici che scendono dentro le sorgenti della vita. Credo che tutte le scuole centri sociali sparse qui e altrove sul grande territorio della nazione, un giorno sapranno confermarsi come le radici del grande albero della libertà che cresce a difendere e proteggere l’umanità.

Discorso tenuto dal Governatore dello Stato del New Jersey, On Woodrow Wilson, alla Prima Conferenza Nazionale del Centro Civico e Sociale, Madison, Wisconsin, il 25 ottobre 1911. Bulletin of the University of Wisconsin, Serial n. 470, General Series n. 306. Titolo originale: The Sociale Center – a Means of Common Understanding Traduzione di Fabrizio Bottini

Per una migliore comprensione della filosofia che ispira tantissimi passaggi apparentemente troppo retorici e generali di questo discorso di Woodrow Wilson, quando ci si allontana parecchio dall’oggetto Centri Sociali di Quartiere divagando su «Grandi principi», si veda qui in questo sito l’introduzione a L’Uomo dell’Organizzazione di William H. Whyhe in cui il curatore dell’edizione italiana, Luciano Gallino, spiega molto bene la fondamentale ambivalenza tra due concorrenti etiche, la privata individuale e la pubblica, che sottendono la società americana. Per gli altri riferimenti a tema scuole centri sociali e quartieri si vedano i tag a piè di pagina 

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