Il concetto di sostenibilità ha origini antichissime: usiamolo

Sylvicoltura Oeconomica frontespizio originale

Il proverbio Mater artium necessitas, o la necessità è la madre di ogni invenzione, affonda le sue radici nella favola di Esopo Il Corvo e la Brocca, e nella Repubblica di Platone. Ed è ragionevole ritenere che Hans Carl von Carlowitz, amministratore minerario per conto della corte sassone a Freiberg nella Germania a cavallo tra fine XVII e primo XVIII secolo, fosse proprio spinto dalla necessità, indotta dalla scarsezza di legname, quando inventò il concetto di sostenibilità: Náchhaltigkeit. Per meglio dire, coniò una parola a descrivere i principi essenziali di una attività umana ispirata a un’idea che risale all’alba della storia: l’uso sostenibile delle risorse naturali. Che nonostante non si chiamasse sostenibilità fino a Carlowitz, era praticato da molto tempo nelle società umane come parte vitale delle culture e delle religioni.

Nell’antico Egitto si usarono pratiche sostenibili per oltre 3.000 anni. I Maya, secondo l’antropologa Lisa Lucero, credevano in una «cosmologia della conservazione». La letteratura tradizionale indiana trabocca di riferimenti alla tutela ambientale. D’altra parte ci sono anche tante antiche civiltà scomparse perché avevano dato fondo alle proprie risorse naturali vitali. Ne troviamo il primo esempio nell’antica Mesopotamia con la Epopea di Gilgamesh, la cui prima versione risale al 2000 a.C. Tavolette di argilla ci raccontano la storia di vaste foreste di cedri tagliate da protagonista come sfida agli Dei, che lo puniscono devastando la terra di incendi e siccità, trasformando tutta la regione in un deserto. Nulla crescerà più, e i Sumeri dovranno abbandonare Babilonia e l’Assiria.

Oggi, 300 anni dopo che Carlowitz ha dato un nome alla moderna sostenibilità perché l’Europa scarseggiava di legname, ci ritroviamo nelle medesime condizioni di bisogno, innescato stavolta dalla pandemia COVID-19 e dal cambiamento climatico. Il concetto contemporaneo di abitare sostenibilmente un pianeta con risorse limitate si è evoluto dal lavoro di Carlowitz sulla gestione sostenibile delle foreste. Nel 1713, un anno prima della morte, Carlowitz pubblica su 432 pagine In Folio il libro Sylvicultura Oeconomica oder Anweisung zur wilden Baum-Zucht. Che espone un approccio scientifico al tema forestale, e introduce la sostenibilità come concetto da accettare per garantire continuità alle società umane dentro la natura. Senza forestazione scientifica gli abitanti dell’Europa e di tutto il mondo avrebbero subito cataclismi economici e sociali assai più gravi di quelli degli ultimi secoli.

«In principio era la Terra» spiega Christof Mauch, contemporaneo storico della sostenibilità tedesco, in una conferenza del 2013. «Alla Terra per sopravvivere non servono gli esseri umani, mentre gli esseri umani hanno assolutamente bisogno della Terra». E Carlowitz individua già i tre pilastri della sostenibilità: ambiente, economia, giustizia sociale. E non accetta la riflessione su tempi brevi. Offre soluzioni, particolari scientifici, linee guida e indicazioni pratiche sulla scelta, conservazione, selezione cura, piantagione, crescita, manutenzione e tutela dei boschi e della loro biodiversità. Propone una rassegna delle varie situazioni in Europa e si sofferma sui rischi degli eventi climatici estremi, malattie, parassiti, interventi umani. Sostiene consumi attenti frugali, raccomanda il risparmio di legname. Le sue idee di stufe energeticamente efficienti domestiche o metallurgiche industriali, spunti sull’isolamento degli edifici, o su materiali alternativi per il riscaldamento delle case come la torba, anticipano molti degli attuali temi di sostenibilità.

Il corpo centrale del libro è costituito dall’urgenza dell’opera necessaria per superare l’Holznot, l’emergenza del legname. Nel 2010 in un suo libro il giornalista tedesco Ulrich Grober definisce Sylvicultura Oeconomica come «il certificato di nascita del moderno concetto di sostenibilità». Le idee di Carlowitz vengono poi adottate in ogni arte del mondo nei successivi 300 anni. Ma sino ai nostri giorni prosegue senza tregua anche la rapida deforestazione in tantissime regioni specie del Sud del mondo. Mentre il Nord del mondo la sua massiccia deforestazione già l’ha compiuta nell’epoca dell’industrializzazione. Oggi è l’avidità di singoli imprese e governi dei paesi ricchi ad aggravare la crisi climatica delle zone tropical, mentre le popolazioni indigene, chi non ha potere per mancanza di capitali, chi abita nei paesi del Sud (specie le isole) ben sa come qualunque buona gestione sostenibile di lungo termine delle foreste o pratica ambientale possa essere influenzata o annullata da ciò di insostenibile che viene praticato nelle nazioni più sviluppate.

Ma il mondo ricco prospera sugli impatti climatici insostenibili da decenni, mentre le temperature crescono così come si fa più frequente la manifestazione di eventi estremi. Stiamo per certi versi perdendo una guerra contro il tempo. Nell’estate 2021 negli Stati Uniti, i pompieri hanno avvolto in un foglio di alluminio il tronco di una sequoia gigante per tentare di salvare l’albero più grande del mondo da un enorme incendio che imperversava in California. Le sequoie possono vivere almeno fino a 3.400 anni, e sono anche sopravvissute a incendi di boschi per millenni. Non briciano con facilità e per questo durano tanto a lungo oltre l’eliminazione del sottobosco che crea le condizioni di sole per nuova germinazione. Ma le cose sono cambiate. I grandi incendi del cambiamento climatico durano troppo a lungo e sono troppo caldi anche per le enormi sequoie un tempo considerate invulnerabili. Secondo il New York Times «nell’incendio di Castle dello scorso anno sono morte tra 7.000 e 11.000 grandi sequoie in Sierra Nevada, dal 10% al 14% del totale». Tutte queste calamità naturali arrivano insieme negli ultimi anni: pandemia, incendi di boschi sempre più vasti dall’Ovest fino in Canada, caldo spropositato, prolungate siccità con distruzione di milioni di alberi da parte di un minuscolo micidiale parassita della corteccia.

Attività economiche che chiudono, segherie che cessano di produrre, camionisti che si trovano senza lavoro mentre si blocca la logistica. Costruttori che non costruiscono, gente bloccata in casa dal lockdown. Poi, contrariamente ad ogni attesa, inizia una frenesia fai-da-te. Chiusi in casa o appartamento per la pandemia gli americani iniziano a trasformare lo spazio privato, magari pesando che sia l’unica cosa che davvero conta. Qualcosa che valutano in quanto area sicura e di libertà personale nel mezzo di una tempesta: qualcosa di proprio. Cresce la domanda di legno in quanto merce. Con un raddoppio dei prezzi all’ingrosso dal 2019 al 2021. Crescono i costi del legname, crescono i valori immobiliari. Secondo la National Association of Home Builders (NAHB), «il prezzo medio di una casa unifamiliare nuova è aumentato di 36.000 dollari dall’aprile 2020». Un circolo vizioso: alberi stressati da calore e siccità, che li rendono meno resilienti. Un clima più freddo controllava lo sviluppo dei parassiti della corteccia dei pini, che con temperature più calde sono aumentati di numero. La bestiolina parassita dovendo nutrire più bocche ha allargato il proprio territorio ad altri alberi indeboliti devastando 27 milioni di ettari del Nord America «una superficie pari a quattro volte quella della Germania».

Sempre più persone devono confrontarsi direttamente con gli effetti del cambiamento climatico. Il Washington Post scrive che «quasi un americano su tre abita in una zona colpita da eventi meteorologici estremi negli ultimi tre mesi … Inoltre il 64% vive in luoghi che hanno sperimentato onde di calore». Quanto può durare produttività ed esistenza normale di persone in circostanze sempre peggiori? Cosa dovrebbe governare un governo? E quando si scoprirà che il Mago di Oz non governa con poteri così magici e irresistibili? Gli americani ancora vivono immersi dentro gli eterni messaggi consumistici della crescita eterna, che contraddicono tutto ciò che una società dovrebbe fare per diventare sostenibile. Ma finalmente si vede qualche evoluzione nella consapevolezza pubblica. Secondo lo Yale Program on Climate Communication, «oggi tre americani su quattro credono nell’attualità del cambiamento climatico. Difficile dire se si tratta di una opinione destinata a durare o a cambiare, cose del genere sono per natura instabili, l’attenzione ai problemi non dura a lungo.

Aiuta, il fatto di riconoscere che il mondo ha già avuto in passato grossi problemi, ma che spinti dalla necessità 300 anni fa abbiamo anche trovato delle soluzioni. La sfida oggi pare molto più imponente, ma lo sono anche gli strumenti che abbiamo a disposizione per intervenire. Il mondo ha aggiunto parecchio da allora quanto a scienza, e le persone dovrebbero capire meglio come operano natura e società. Tre scienziati condividono il Premio Nobel per la Fisica del 2021: Syukuro Manabe di Princeton, Klaus Hasselmann del Max Planck Institute di Amburgo in Germania, Giorgio Parisi dell’Università la Sapienza di Roma, Italia. Tutti e tre hanno lavorato a lungo su modelli complessi del clima terrestre. Hans Carl von Carlowitz non aveva certo a disposizione tanta scienza avanzata. Poteva contare solo sulle proprie osservazioni, le scarse conoscenze della propria epoca, e una mente acuta. Ma avrebbe certamente sottoscritto le dichiarazioni del fisico Giorgio Parisi al conferimento del Premio Nobel per le ricerche sul clima: «Appare chiaro come per le future generazioni si debba agire oggi e rapidamente senza rinviare». Il concetto di sostenibilità ce l’abbiamo a disposizione da trecento anni, e non è certamente troppo presto per iniziare ad utilizzarlo.

da: Down to Earth, 11 febbraio 2022 – Titolo originale: Sustainability is not as new an idea as you might think—It’s more than 300 years old – Traduzione di Fabrizio Bottini

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