Il consumo di suolo soggettivo

assago_riso

Foto F. Bottini

Nel progetto di legge elaborato dai padani per “contenere il consumo di suolo” (virgolette d’obbligo) pare che, invece di stabilire quale suolo sia da ritenersi consumato e quale no, si deleghi ogni volta a chi opera sul caso specifico il compito di fissare i criteri. Probabilmente, uno dei soliti sofisti prezzolati della domenica potrebbe anche convincerci, con adeguata parlantina, che proprio quello è il metodo più sicuro per ottenere il vero obiettivo, di ridurre o azzerare gli impatti: sul suolo, il clima, l’energia, la resilienza, la misura d’uomo e la vita in generale. Wow!

Ma mi torna in mente quando, studiando anni fa un caso surreale locale di gestione urbanistica, mi capitò di inciampare in una relazione di piano attuativo realizzata con la sofisticata tecnica del copia incolla. Come purtroppo succede, e non dovrebbe proprio succedere invece, si erano incrociati viziosamente i percorsi della pubblica amministrazione e di un interesse particolare, producendo appunto quel documento che recitava al capitolo primo i sintomi della malattia e le sue radici, ma al momento di decidere la cura optava decisamente per proseguire sulla stessa strada. Più precisamente, nella parte analitica la relazione urbanistica individuava nel consumo di suolo indotto dalle seconde case la questione centrale, e nella parte di progetto proponeva … di consumare altro suolo realizzando una bella quantità di seconde case. Surreale ma verissimo, visto che quel documento probabilmente era considerato né più né meno che un passaggio burocratico fastidioso, che nessuno avrebbe mai davvero letto, prodotto stancamente con la tecnica del copia incolla senza andar tanto per il sottile.

Si poteva leggere tempo fa sul Corriere della Sera qualcosa di molto simile, anche se su un piano diverso. L’articolo era intitolato “L’eco-villaggio al cento per cento dove cibo ed energia sono a «km 0»”. Ovvero, riassumendo le puntate precedenti del percorso che ci ha portato all’attuale sensibilità ambientale: le città sono cresciute ingoiando le campagne e allontanando sempre di più le fonti di cibo, questa dispersione urbana induce mobilità in auto che spreca energia, e favorisce consumi di alimenti trasportati da grandissime distanze, innescando quindi ulteriore degrado delle campagne di prossimità e urbanizzazione. Soluzione? Consumare nuovo suolo allargando la periferia di un nostro capoluogo al centro di una fertile regione agricola, e interpretare il concetto di chilometro zero in modo del tutto singolare, ovvero non avvicinando la campagna alla città ma viceversa, scaraventando direttamente un quartiere a bassa densità in mezzo ai campi produttivi. Surreale?

Apparentemente no, perché alcuni criteri poi parrebbero davvero “ecologici”: l’integrazione energetica fra le produzioni agricole e l’insediamento, o il passaggio diretto dal produttore al consumatore di alcuni alimenti (non certo della maggior parte degli alimenti: stiamo parlando di una massa critica ridicola, poche decine di ettari). Ma bastano, un paio di cosucce superficiali, sovrastrutturali si sarebbe seriosamente detto un tempo, a trasformare un quartiere periferico a bassissima densità, che consuma inopinatamente nuovo suolo invece di densificare la città esistente, in un esperimento d’avanguardia dal punto di vista ambientale, energetico, e come si sostiene addirittura sociale? No che non bastano, anzi i risvolti negativi paiono ampiamente controbilanciare le innegabili sperimentazioni positive. Come si va e si viene, dalla Città Due Immersa nel Verde Agricolo? In macchina, e perbacco! Unico modo per evitare emissioni, evitare di andare e venire, e qui entra in campo la vecchia (vetusta, in una prospettiva critica) concezione del quartiere autosufficiente di matrice razionalista, ovvero non si va e non si viene affatto perché si può fare tutto lì dentro. Ma questa caratteristica, unita al concetto di villaggio, di utopia sociale, di alternativa culturale, ha un nome che fa venire i brividi a tutto il mondo: segregazione.

Non importa molto, poi, se si tratta di segregazione auto-imposta, derivante vuoi da puzza sotto il naso o da altro. Sempre di isolamento si tratta, quello che si chiamava ai bei tempi del materialismo scientifico idiotismo della vita rustica, le prospettive chiuse di chi parla solo l’idioma locale, il chilometro zero dell’anima, più che di quanto servito in tavola. E tornando al caso del documento urbanistico surreale citato in apertura, naturalmente si può concluderne che il criterio interpretativo più ovvio sia il classico cui prodest. A chi giova? Giova ai proponenti, agli operatori, agli ispiratori, al loro progetto che nulla ha a che vedere con quanto dichiarato ufficialmente. Nel caso del piano attuativo per una nuova lottizzazione di seconde case, era abbastanza evidente lo scopo finale, ovvero appunto la costruzione di quelle villette, attraverso lo strumento dell’iter amministrativo che prevede appunto una relazione, dentro la quale per puro caso col copia-incolla erano finite dentro altre cose, in fondo poco rilevanti anche se contraddittorie e ridicole. Nel caso di Città Due Immersa nel Verde Agricolo, il copia incolla ha fatto finire dentro il progetto quegli obiettivi ecologici, alimentari, il pasticcio del chilometro zero declinato al contrario. Ma gli scopi sono evidentemente altri. Uno è la segregazione, gli altri speriamo di non vederli affatto, ad esempio stoppando sul nascere queste reazionarie utopie regressive. Capito come funziona (anche tra i sedicenti progressisti, ambientalisti sì ma riformisti ecc.)?

Riferimenti:

Francesco Alberti, L’eco-villaggio al cento per cento dove cibo ed energia sono a «km 0», Corriere della Sera 12 gennaio 2014 (link all’articolo con postilla ripreso su Eddyburg)

Commenti

commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *