Il dogma del sogno di vita standard

cassina_suburbio

Foto F. Bottini

«Ma poi in una macchina così piccola dove li metti i bambini? No, no, dai retta a me, comprati un altro modello». Me la ricordo ancora, quell’osservazione piuttosto assurda di mio padre a proposito del mio abbastanza impegnativo acquisto. Assurda al limite del surreale, perché non c’era di mezzo alcun bambino, vero presunto o vagamente possibile, e la sua era, semplicemente una fissazione, un automatismo. Nella vita ci vogliono una serie di cose, e sei vivo te le devi assolutamente procurare, quello pensava lui a proposito di una montagna di abitudini, consumi, aspirazioni, in modo del tutto arbitrario e spesso e volentieri senza alcun riscontro. All’idea fantasiosa di macchina familiare con un paio di allegri musetti di bambini a salutare dal finestrino, si accompagnava tutta un’altra serie di invenzioni di sana pianta, la casetta, i fine settimana a sciare o al mare, frenetici spostamenti da casa alla ditta eccetera. A nulla valeva provare a spiegargli che non c’era in ballo né in programma nulla di simile. Come evidentemente a nulla valgono tutte le ricerche sulle aspettative e le aspirazioni dei giovani, se chi le legge non ha intenzione di ficcarsele in testa, liquidandole invece al massimo come piccole stranezze di poco conto, anomalie passeggere che la prima brezza dissolverà nel nulla, ripristinando la solida realtà.

C’è un cancelletto bianco che ti aspetta implacabile

Qual’è il sogno di un diciottenne medio? Sposarsi, avere tre o quattro figli, trovare una casetta con giardino, e poi farci crescere tutta la famiglia, salvo trasferirsi in un’altra casetta simile ma più grande in un altro posto se ce ne sarà l’occasione economica grazie alla carriera lavorativa. Quello che è stato riassunto in pochissime parole come “far crescere tutta la famiglia” vuol dire però tantissime altre cose. Per esempio il marito che esce la mattina presto di casa con l’automobile grande, e starà fuori fino a sera, mentre la moglie che è casalinga ha a disposizione l’auto più piccola per portare a scuola il bambino grande mentre la figlia minore (che non va all’asilo perché si trovava male) starà con lei tutta mattina al centro commerciale. Nel pomeriggio passano i nonni a portare entrambi i piccoli verso varie destinazioni, anche piuttosto lontane, un corso di danza, la piscina, e la casalinga va a trovare le ex compagne di scuola che abitano a un’ora abbondante di autostrada. Sabato spedizione collettiva al grande centro del tempo libero e giardinaggio, a fare la prima scorta di prodotti per la manutenzione della casa e nuove piante per il cortile, adesso che è primavera. Nel pomeriggio visita degli artigiani per sistemare il nuovo mega congelatore in fondo al casotto degli attrezzi, in serata barbecue coi colleghi di lavoro.

Scusa, hai detto qualcosa? Non ti ho sentito

Salta all’occhio, come quello sommariamente descritto sopra non sia necessariamente un sogno collettivo vero e proprio, ma una rozza standardizzazione di certe idee di consumo di massa, molto orientate da pubblicità e vera e propria propaganda. Esattamente il genere di conformismo criticato da una valanga di libri, film, interi movimenti culturali come quelli degli anni ’60-’70 o ambientalisti sino ai nostri giorni. Il tipo di sogno artefatto e piccolo borghese, piuttosto conservatore, che venne più o meno sponsorizzato a cavallo della metà del secolo scorso dai paesi usciti dalla seconda guerra mondiale, che si alimenta del circuito suburbanizzazione e consumi opulenti. La famiglia nucleare la casetta e l’auto privata sono i pilastri su cui si poggia tutto il resto, in un sistema interdipendente dove tutto appare consequenziale, naturale, ovvio. Oppure una specie di incubo, se osservato da una prospettiva diversa, e se provo a togliere una sola carta crolla buona parte del castello. Nel terzo millennio è arrivata una generazione che, grazie anche ad alcune possibilità offerte dalle tecnologie, sembra essersi costruita un immaginario diverso: l’idea di famiglia, di consumi, di mobilità, di habitat urbano e relazioni, paiono inconciliabili con quelle dei padri e dei nonni. Il mondo delle imprese legato ai loro consumi si è già mosso, ma tanti giornalisti, non si sa bene se in buona o malafede, non ci capiscono proprio. I giovani non si sposano, ma “prima o poi si sposeranno”. Perché mai? Non viaggiano in macchina, ma “prima o poi ne compreranno una”, Perché mai? E via di questo passo. A me pare di risentire mio padre, con le sue fissazioni, leggendo questo surreale articolo proposto da The Atlantic, che aspetta al varco chissà chi chissà perché. Mah!

Riferimenti:

Joe Pinsker, Young Americans: Yearning for the Suburbs, Stuck in the City, The Atlantic, 27 gennaio 2015

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