Il mito del ritorno sottoterra

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Foto F. Bottini

Cosa fa, detto brevissimamente e molto in soldoni, il cosiddetto «cementificatore»? Stabilisce una salutare distanza fra noi umani e l’umido traditore suolo, dentro al quale prima o poi dovremo tutti finire, circa un metro sotto per l’esattezza, insieme a talpe lombrichi e vivacissime reti di muffe, ma nel frattempo meglio restare all’asciutto, visto che la natura non ci ha dotato di terga adeguate al contatto diretto perenne. È così importante, simbolico, essenziale, questo istinto a mettere una sola barriera fra noi e il mondo dei lombrichi, che l’idea di torre, dalla primigenia Babele in giù, coincide con quella di affermazione del potere sulle catene della natura. Naturalmente, come in tutte le cose umane, anche lì c’è anche un sacco di fuffa e cose negative, e ce lo dice proprio il mito della Torre di Babele stesso: ambizione esagerata, confusione di idee, mancata previsione di effetti micidiali e per nulla collaterali. Ma ci sono anche montagne di straordinarie e innovative idee, in quel metodo per stabilire una così vistosa e stabile distinzione tra natura e artificio umano, a partire dallo stesso concetto di distanza, che cresce e si rafforza man mano la torre va su. Non è certo un caso, se l’aggettivo «urbano» legato al concetto di civiltà evoca spontaneamente qualcosa di comunque analogo alla torre, una sovrapposizione di strati intermedi fra nuda terra e chi sta provando a ragionare oltre che sopravvivere. Dite città, e ovviamente (con l’eccezione degli studiosi di paleourbanizzazione) mica compare un pure vagamente urbano cerchio di edifici confusi nel fango di cui sono fatti, anzi da cui a malapena spuntano. La città in senso proprio spicca per le sue altezze medie. Ma c’è appunto la confusione di idee, di linguaggi per dirla col mito di Babele.

Quando l’istinto ce lo portiamo su con l’ascensore

Nelle indagini sociali sulla soddisfazione degli inquilini dei primi complessi di edilizia popolare realizzati con obiettivi un pochino più organici del puro fornire un tetto, spiccavano sempre le domande sul piano a cui si collocava l’alloggio, con risposte in fondo ovvie: soverchiante maggioranza di persone che volevano abitare vuoi al pianterreno, vuoi al primo piano. I motivi di questa preferenza, sono altrettanto ovvi: una volta stabilita quella distanza e distinzione con l’umida terra, pare normale tenersela anche piuttosto a portata di mano, vuoi come percorso per muoversi da un luogo all’altro, vuoi come spazio aperto per tutte le attività alternative a quelle nel chiuso dell’edificio, dall’agricoltura al gioco dei bambini e via dicendo. Ci sono anche ovvi motivi di puro istinto che ci legano a quel «piano campagna», ben noti agli studiosi, e che riguardano la nostra natura animale, il nostro essere parte dell’ambiente, il vivere con qualche maggiore o minore quantità di disagio quel distacco di vari piani rispetto alla superficie terrestre. Ma pur col massimo rispetto per tutto quanto, forse è sempre meglio valutare oggettivamente ciò che è istintivo, confusamente avvertito, e ciò che poi si razionalizza o si cerca di razionalizzare. I progettisti del movimento moderno, autonominatisi razionalisti, peccavano di eccessivo schematismo puntando tutto su pochissimi elementi: per esempio che la sola consapevolezza di poter salire e scendere a piacimento (con un comodo ed efficiente ascensore) da e verso il livello del terreno, risolvesse il problema del disagio. Uno schematismo che come verificava anni dopo il teorico degli «spazi sicuri» Oscar Newman, portava alla schizofrenia tra lo spazio privato dell’alloggio isolato, lo spazio collettivo dell’edificio abbandonato, e il surreale abbandono del turf, del piano territorio, alle bande di accaparratori.

C’è problema e problema

Tutto giusto, tutto verificato, ma quando l’istinto pervade troppo anche il ragionamento non va, non va proprio. Così a quelle richieste degli inquilini case popolari ansiosi per il distacco dalla madre terra, invece di rispondere con progetti architettonici più rassicuranti ma al tempo stesso socialmente avanzati (per esempio più spazio pubblico di qualità anche ai piani alti, come nelle intuizioni dell’Unitè d’Habitation mai davvero esplorate adeguatamente), seguivano infinite moltiplicazioni delle tipologie basse, l’ideologia del villaggio rurale, il sostanziale antiurbanesimo di tanti quartieri a bassa densità che ancor oggi paiono un manifesto dello spreco di suolo. O l’insicurezza da estraneità degli ambienti comuni «in quota» rilevata da Newman nei complessi a torre, veniva interpretata in modo assurdamente e analogamente «naturalistico», vuoi riducendo anche qui tutto a un problema di altezze, di trionfo della casetta con giardino contro il cosiddetto «falansterio», vuoi abolendo di fatto gli ambiti comuni, proprio quelli oggi oggetto di gran revival nei complessi di co-housing. E ultimo arrivato nell’ideologia dell’interpretazione distorta del disagio della torre, il film ispirato al classico della fantascienza High-Rise di James Ballard (1975, pubblicato in Italia da Urania col titolo Il Condominio), che nella classica prospettiva dell’autore prova a immaginare gli effetti sociali di una situazione ambientalmente artificiosa o comunque condizionata. La storia, come abbastanza noto, racconta l’imbarbarirsi delle relazioni fra gli abitanti di un sistema chiuso e senza scambi con l’esterno, come giustamente colto dal titolo Mondadori. Una distorsione indotta dalla claustrofobia, analoga a quella da astronave, o da gated community (Ballard ne parlerà pochi anni dopo), o da isola nella corrente di una bomba d’acqua, o di una tempesta di vento. Ma quel titolo High-Rise, un po’ per caso un po’ per effettiva riflessione sugli effetti sociali di certe tipologie architettoniche, pare troppo ghiotto alla critica «istintiva», che si butta a capofitto in elucubrazioni da quattro soldi sul vetusto tema del distacco dalla terra. Invece di parlare di alienazione, di identità scema da consumi parcellizzati, di cose che potrebbero succedere anche tra i villini di Wisteria Lane se un bel giorno finisse la benzina, ci si concentra sulle torri. I casi sono due: o dobbiamo ancora farne tanta di strada, per capire che tipo di città vogliamo costruirci, oppure certo giornalismo è pagato dalla lobby delle casette con giardino e tre fuoristrada nel box con tavernetta.

Riferimenti:
Oliver Wainwright, A long way down: the nightmare of JG Ballard’s towering vision, The Guardian, 13 marzo 2016

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