Il paradigma dello sprawl padano spiegato alla Zia Pina

In questi giorni, contemporaneamente e forse per caso, ritornano fuori sia la questione dell’ennesima autostrada «inutile» che quella del consumo di suolo inarrestabile. Oltre a osservare che i protagonisti sono gli stessi, vorrei provare a rilanciare la strettissima connessione fra le due cose, riproponendo una vecchia paradigmatica storiella.

Foto F. Bottini

Come insegnava Conrad, e poi sul medesimo palinsesto ribadiva Francis Ford Coppola, la ricerca del cuore di tenebra si fa risalendo la corrente. A ogni ansa, a ogni ciuffo di salici che apre nuove prospettive, pare sempre di orecchiare quel segnale di traguardo, il ritornello lontano di
This is the End
Of our elaborate plans, the end
Of everything that stands, the end
ma poi quando ci si avvicina, compare un’altra svolta, e quel suono ancora si affievolisce tingendosi d’azzurro color di lontananza.
Pare strano, ma è una regola che vale sulle nere acque del Congo, su quelle fangose dei corsi sudestasiatici di Apocalypse Now, e pure su quelle brianzole e inquinate del Lambro.

Come si sa, tutto comincia proprio nelle nebbie storico geografiche degli anni ’70 a Segrate/Milano2, e verso il nuovo millennio la tenebra si rimanifesta nella piana di esondazione monzese della Cascinazza, esizialmente immersa nel verde a cinque minuti da qualunque cosa, come si stavano affannando ad eseguire un po’ a singhiozzo varie amministrazioni amiche di varia competenza tecnico-politica. Anche letteralmente: the End of our Elaborate Plans.

Infine, nel pieno dell’impero indiscutibile berlusconiano si delineava all’orizzonte la nuova trovata della cosiddetta Milano 4, interpretazione contingente del neologismo di «città infinita» nella declinazione di un geometra: per fare la città grande ci vuole l’edilizia grande, e noi la facciamo. Ciumbia! Raccontava, la stampa, dell’indignazione del mondo ambientalista e dell’opposizione tutta per l’ennesima colata di cemento, per l’invasione del Parco fluviale teoricamente tutelato dalla Regione, ma presieduto da qualcuno in quota amica, eccetera eccetera. Però come sempre, per capire davvero la mica tanto sottile perversione programmatica, bisognava andare a vedere.

O magari, se voialtri abitate a Melendugno, o semplicemente a Pavia, e vi risulta al momento scomodo risalire in disordine e senza speranza la strada che dalle propaggini settentrionali delle Tangenziali milanesi si inoltra verso in contrafforti delle colline brianzole, semplicemente cliccate su GoogleEarth, e cercate Arcore. Villa San Martino salta subito agli occhi: mica perché sia un edificio sterminato, ma perché come tutti i complessi del genere rappresenta una precisa organizzazione del territorio, nonostante tutto ancora leggibile. Ovvero, a ovest del centro storico e a nord della fascia occidentale dell’abitato, un grosso cuneo verde si spalanca a partire dall’edificio, fino a lambire la valle del fiume al confine del Parco Reale. Cosa resa ancora più visibile dal fatto che tutto attorno (a parte il Parco recintato a ovest, dove potete vedere benissimo anche il tracciato dell’Autodromo) la verde Brianza di verde vero e proprio ce ne lascia pochino, in questo ultimo tratto pianeggiante. La stampa ci racconta che a suo tempo Berlusconi insieme alla villa aveva comprato anche degli altri terreni, ma bisogna guardare, per capire davvero.

Lo sa chiunque, in tutta Italia, ad esempio nel nord-est ex palladiano oggi sommerso dai capannoni, o nella Toscana per ora protetta soprattutto dalla perfida Albione col suo turismo immobiliare d’alto bordo, che lo spazio del giardino, del parco, delle varie prospettive visuali e dei poderi, non si chiama «degli altri terreni», ma costituisce di fatto e di diritto «la villa», il suo valore storico e paesaggistico. Lo si vede anche sbirciando un istante da GoogleEarth quell’angolino a forma di cuneo fra Arcore e il Lambro, che esiste addirittura una continuità evidente, fra la macchia più scura del parco di conifere e i prati sul lato occidentale della strada, sopra quel quadratone di cemento che non a caso risulta proprio fuori posto lì. Per inciso, – and now a big-box from our sponsor! – si tratta di un fabbricato del mitico prosciuttificio Rovagnati, grande inserzionista televisivo. E quelle ville di epoca tradizionale, esprimevano così quanto oggi potremmo definire «responsabilità sociale dell’impresa», padroni sì, ma che danno anche un po’ da lavorare e da mangiare. A modo loro, naturalmente.

Il modo Suo, si riassume invece più o meno: «ne faccio quello che mi pare». Quello che da GoogleEarth non si vede benissimo, e qui tocca fidarsi del sottoscritto, è invece lo svillettamento del villone, il modo in cui gira e rigira ha finito per assomigliare a tante altre dimore di arricchiti, evasori, semplici capifamiglia un filino più paranoici della media: la postmoderna full immersion nel verde, nel senso di vera e propria sepoltura. Insomma da fuori non si vede un tubo, e la famosa continuità del cuneo verde eccetera eccetera si riduce così a un concetto teorico, come l’eguaglianza, la democrazia, la giustizia e compagnia bella. Prima c’era, magari c’è ancora adesso, però non si vede, per via delle siepi di lauro alte cinque metri, della fascia di interposizione a prato in stile autostradale, del fronte compatto di conifere che sbarra l’orizzonte. Magari per incutere soggezione a quelli delle quote latte sostenuti dalla Lega, quando parcheggiavano in stile vaccari texani i loro trattori là, dentro a «quegli altri terreni», giusto di fianco al filare di alberi che prosegue, preciso preciso, la linea dall’edifico della villa fino al fiume.

Chiusi là dentro, uscendone solo in elicottero, magari con un altro muro di gorilla a sostituire le conifere, per forza ci si dimentica della prospettiva esterna, un po’ come le varie membra nell’apologo di Menenio Agrippa. Salvo che qui invece dell’Aventino un chilometro più a nord c’è il montarozzo di Macherio, ancora abitato dalla sposa fedifraga, e su cui per il momento non vale la pena di salire. Ma sempre da quelle parti c’è anche un’altra cosa, assai meno simbolica: quel parco lineare nel verde, che i disfattisti si ostinano chissà perché a chiamare Autostrada Pedemontana. E che spiega almeno in parte l’amnesia territoriale descritta fino a questo punto.

A Milano Due c’era la Tangenziale. Qui poteva forse mancare, il collegamento che poi nelle televendite fa spalancare quel sorriso entusiasta nel passaggio « a cinque minuti da»? Se non bastavano, come glassa sulla torta dei quattrocento appartamenti di Milano Quattro e Quattr’otto, la prossimità alla villa padronale, al parco reale, all’anello dell’autodromo dove marinettianamente «romba il motòr», arriva anche il collegamento autostradale a Lisbona-Kiev in persona. Un collegamento bi-partisan.

Quella del parco lineare che però marginalmente è anche un’autostrada, non è infatti una sparata di un Robert Moses anni ’50 per spazzare via l’opposizione della Jane Jacobs di turno, ma una vulgata assai apprezzata anche fra gli «studiosi» col bollino blu, da quando si sono avviate le procedure di compatibilizzazione della grande opera, la partecipazione nei tavoli locali, la riprogettazione integrata dell’intero corridoio come sistema verde a integrazione di lungo periodo nel contesto insediativo. Proviamo a guardare la Tavola 5 del progettone, nel tratto Cesano Maderno-Vimercate, e a confrontarla rapidamente col teorico panorama GoogleEarth che ci è servito fino a questo punto. Cosa si vede?

Si vede il grande arco dell’autostrada che taglia le prime propaggini delle colline, e all’estremità sinistra della tavola si raccorda alla viabilità locale sulla punta settentrionale di un piccolo nucleo frazionale, Peregallo. La tavola del progetto esclude a sud Villa San Martino e il suo lottizzando pratone occidentale, ma tornando a GoogleEarth eccolo lì, poche centinaia di metri da quel «parco lineare della città infinita» detto Autostrada Pedemontana. E sorge spontanea la domanda: ci ha pensato solo Berlusconi? Non per mettere in dubbio la palese superiorità intellettuale del Grande Imprenditore di Successo, ma quel lineare parco tematico del trasporto su gomma, per i cui fini specifici una schiera di ben remunerati filosofi, sociofagi, pubblicitari e cantanti ha coniato lo slogan della «città infinita», pare che ispiri a tutti (scienziati coinvolti nel progetto a parte) la medesima idea. Berlusconi, semplicemente, arrivava con un po’ più di fragore degli altri.

Come già successo per altri tracciati anche meno poeticamente compatibilizzati, una volta sventolata l’idea inizia la sarabanda dei posizionamenti, e questo nel terreno a ovest di Villa San Martino risulta soltanto particolarmente vistoso per via della faccia tosta con cui i vari protagonisti se ne fottono di storia, geografia e scienze. Ma basterebbe farsi qualche giretto per scoprirne dozzine, identici nei meccanismi, e più o meno micidiali nel realizzare l’obiettivo già ampiamente esplicitato da sociofagi, pubblicitari e compagnia: il suburbio padano sconfinato, a sostituire da Varese a Bergamo le ultime tracce di territorio aperto. Naturale: a furia di immergere roba nel verde, il verde si rovescia. Come il latte del modo di dire. No? Magari allora, sarà da dietro l’ansa delle curve dell’autostrada, che ci toccherà immaginare di sentire
This is the End ♫ ♪
Of our elaborate plans, the end ♫ ♪
Of everything that stands, the end ♫ ♪

Riferimenti:
– Autostrada Pedemontana Lombarda (il «Parco Lineare», pfui!), estratto del citato tratto di Arcore, scarica pdf da Drive Città Conquistatrice
– E naturalmente The Doors, This Is The End, scarica Mp3 da Drive Città Conquistatrice

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