Speculari cantori e critici della dispersione urbana

In principio ci sono le «grida di allarme», quelle un po’ enfatiche e fatte apposta per impressionare il pubblico di solito un po’ distratto dai fatti propri, e renderlo partecipe di un problema dentro a cui sta vivendo magari senza accorgersene. Si creano però, con queste grida di allarme, altri problemi di non poco conto, riassumibili grosso modo in uno solo: una volta attirata l’attenzione con quell’enfasi molto calcata e semplificata, occorre piuttosto in fretta passare ad altro, altrimenti il rischio è che crolli l’attenzione, oppure sul fronte opposto degli interessi che quei problemi li hanno creati, si risponda con altre urla uguali e contrarie, tornando esattamente al punto di prima. Purtroppo quasi sempre gli appassionati di denunce e grida d’allarme sopra le righe, non sono sanno e vogliono esprimersi soltanto su quella tonalità, ma pretendono una sorta di monopolio della comunicazione, per non perdere di ruolo naturalmente. E ci risiamo. Tutti i temi ambientali e sociali connessi all’espansione e dispersione urbana, trattati in questo modo, finiscono così per imboccare un percorso discontinuo e a balzelloni, che raramente si traduce in politiche, azioni, consapevolezza di lungo periodo, in grado di imprimere una vera svolta di metodo e coscienza collettiva. Si lancia la campagna «contro la cementificazione», slogan efficacissimo di per sé, ma che poi rilanciato pari pari di continuo, e magari lasciato maneggiare a chi ne capisce poco o punto, presta poi il fianco alle critiche più banali, ma in grado di demolirlo in poche battute.

Di cosa si parla quando si parla di sprawl

Nonostante esista da ottant’anni (calcolando la conferenza di Atlanta del 1937 in cui Earle Draper per la prima volta documentata la usò in riferimento alla dispersione insediativa), la parola sprawl continua ad essere presa in giro, aggirata, usata tra virgolette per qualificare chi lo teme come allarmista un po’ squilibrato. Il fatto è, che pare del tutto inutile trovarne una definizione univoca e oggettiva, forse addirittura risulta autolesionista cercarla. Ma anche qui i semplificatori a oltranza non demordono, e in sostanza si autocondannano al sarcasmo, chiamando sprawl abbastanza indiscriminatamente tutto ciò che a loro per qualche motivo non piace. Leggiamo così spesso di qualcuno che si riferisce allo «sprawl urbano» attraversando periferie abbastanza normali di città, le quali periferie però mancano di quella compiutezza formale che a parere dell’osservatore dovrebbe caratterizzare ogni parte, antica o moderna, anche fornendo spunti chiari sul potenziale «assetto a regime» nel caso di quartieri classicamente in attesa di completamento. Oppure, sprawl è tutto ciò che appare poco individuabile e ricco di identità, perlomeno a un osservatore esterno, che ci si perde (e qui scatta automatica sul versante opposto la replica: «macché sprawl, quella è casa mia!»). Anche le considerazioni apparentemente più oggettive, come i problemi ambientali, energetici, sociali e sanitario-comportamentali caratteristici della dispersione, quando semplificati all’estremo non fanno altro che porgere il fianco a critiche più o meno faziose, ma certamente facilissime da esporre in modo convincente, neutralizzando studi, ricerche, lavoro magari di anni, per pura cocciutaggine ideologica.

La normalità quotidiana della dispersione

La sedicente risposta ragionevole e di buon senso, ovvero la difesa assoluta dello status quo novecentesco (lo stesso del riscaldamento planetario, dell’agricoltura ad elevate emissioni ecc.), può così anche fare a meno di usare l’arma segreta estrema del «così vuole il mercato». Le basta ricondurre a più miti consigli le iperboli dei critici superficiali e sconsiderati, rilevando come se davvero ci si stesse tanto male in quei posti, si combinassero tutti quei guai all’ecologia, all’agricoltura, all’umanità, la situazione sarebbe esplosa da un bel pezzo. E invece guardate: certo non è il paradiso, tante cose si possono e si devono cambiare, ma anelare alla privacy, a «un rapporto più immediato con la natura», magari spostando giusto di qualche chilometro il fronte delle campagne coltivate, anche per far spazio a una nuova tangenziale o corridoio di reti tecniche, non è certo l’apocalisse ambientale. Quel che si coglie, è il limite evidente di quell’agire «per progetti» che contrappone un modello ultrasemplificato a un altro, nello stesso modo in cui più o meno sugli stessi contrapposti fronti, si fanno stupida concorrenza il negozio d’angolo e lo scatolone con parcheggio, pronti ad essere entrambi ingollati dal commercio online, se non chiariscono davvero il proprio ruolo, e continuano a confondere il proprio ombelico con l’universo. Se ne può uscire, da questo sadomasochismo sulla pelle altrui? Speriamo di sì, e anche alla svelta.

Riferimenti:
Alan Davies, Suburban sprawl isn’t quite the nightmarish dystopia The Age makes out, Crikey 6 luglio 2017

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