Il significato religioso della casa (1914)

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Villino modello per Hampstead

Nei tempi antichi si uccideva in modi molto semplici. Caino usò un randello: l’assassinio era un gesto crudo, brutale, decisamente poco artistico. Dopodiché, Caino costruì una città, la prima città. Poi siamo tutti diventati più civili, la città è cresciuta, le nostre crudeltà sociali si sono fatte assai più raffinate, e lo stesso è accaduto ai nostri strumenti di morte e distruzione, che hanno saputo approfittare del “progresso”. Ecco come siamo arrivati ad avere in città i tuguri e i quartieri di casermoni in affitto. Non pare che sia stato direttamente Caino, l’omicida, ad aver inventato questi quartieri. E questo probabilmente si deve alla sua mancanza di sottigliezza nella difficile arte di prendersi la vita umana. Quindi non fu lui a ideare quella mania omicida che ha pervaso la condizione urbana cresciuta con la nostra civiltà: lasciò invece volentieri ai suoi discendenti e al loro ingegno, l’invenzione di nuovi e più efficaci metodi per portare la morte. Così in quei tempi successivi, e specie in America, inventarono il tenement. Collocandolo molto adeguatamente dentro la città. Quindi abbiamo la città, pensata in origine da colui che aveva le mani grondanti del sangue di suo fratello, e che produce uno dei moderni strumenti di morte; per quanto strano possa apparire, è solo negli anni più recenti che la nostra sensibilità ha iniziato a mettere sul medesimo pernicioso piano questi quartieri e il randello, o la freccia avvelenata. Dopo tutto, la principale differenza tra la clava di Caino e i nostri tuguri è che il randello colpisce al di fuori della legge, mentre quelle case operano all’interno delle norme.

Quando il Consiglio Federale delle Chiese di Cristo in America, composto di rappresentanti di trentadue fedi religiose, formulò il proprio documento di dottrina sociale a Filadelfia, nel dicembre 1908, non fu in grado (almeno così sembra) di inserirvi l’importanza di abitazioni adeguate; ma quando il medesimo Consiglio si riunì a Chicago quattro anni dopo per rivedere quegli indirizzi sociali, si registrò un significativo avanzamento nel pensiero delle chiese, date che la casa compariva come obiettivo importante dell’impegno religioso. Sta diventando sempre più chiaro a tutti come fatto ineluttabile, che il vero estensore delle norme igieniche e sanitarie sia il nostro unico Dio. Comprendendo questo, le organizzazioni religiose americane iniziano a considerare in tutto il suo valore la necessità di abitazioni adeguate.

Ogni vera religione mira a realizzare il regno di Dio, il cui avvento rappresenta il fine ultimo della chiesa. Crediamo che questo regno non riguardi solo gli individui, ma sia anche una condizione sociale. Dunque la città ideale a cui aprire le porte è ben rappresentata dalla Nuova Gerusalemme: santa e ariosa, nelle cui forme si compone la perfetta antitesi della città così come la vediamo nel mondo attuale. Nelle descrizioni della Nuova Gerusalemme non c’è alcuna traccia di quartieri sovraffollati, dell’ammucchiarsi delle persone, delle situazioni malsane. La città “giace squadrata” il che sta a significare perfettamente equilibrata in ogni sua dimensione. Quanto contrasto con la città americana o inglese o europea, con le loro masse informi di esseri umani, con gli spaventosi tassi di mortalità nei suoi congestionati quartieri, col sempre più accelerato riprodursi di delinquenza, degenerazione, deformità, malattie e morte; orientamenti e ombre sinistre che si proiettano sulle generazioni future.

E per quanto riguarda poi le dimensioni delle sentine dentro le quali, più o meno come nelle catacombe, ammassiamo i nostri poveri, siamo parecchio lontani dalla “squadratura” ideale della città apparsa al Giovanni estesa dall’oriente all’occidente. Paragoniamola al casermone d’affitto americano delle nostre grandi metropoli: affaccio sette metri e mezzo circa, profondità da15 a 20, altezza da 15 a 25 metri, coi pozzi per l’aerazione in genere ridotti a serbatoi d’aria stagnante larghi poco più di un metro. Esiste anche un’altra dimensione della casa d’affitto americana, che il dottor Walter Laidlaw chiama correttamente “dividendi”. Ed è molto difficile non considerare questa quarta dimensione come la più importante da ogni punto di vista: basterebbe eliminare quella, e avremmo risolto il problema della casa popolare.

Il problema della casa poi si intreccia inestricabilmente a quello della famiglia, e questo da solo sarebbe motivo sufficiente per renderlo oggetto della nostra attenzione di religiosi. L’abitazione in affitto attuale è un ostacolo al disegno di Dio, e non importa sino a quali vette di salubrità materiale potremmo elevare gli alloggi, la questione resterà sempre. La casa ideale è impossibile da immaginare in uno di questi caseggiati popolari, e noi faremmo bene a smetterla di chiedere “complessi modello” ma parlare invece di abitazioni singole, per singole famiglie, quella è l’unica casa.

Dwight L. Moody sosteneva che l’Inghilterra avesse assai più bisogno di case che di chiese. Un’affermazione che vale egualmente anche per le nostre città americane, visto che siamo in una situazione di eccesso di chiese, praticamente tutte poco frequentate, e di spaventosa carenza di abitazioni. Si deve dire che la crescita di questo genere di alloggi deriva dall’evoluzione sociale e industriale, nonché dal grande afflusso di persone verso le città. È anche vero che le medesime condizioni di degrado dello slum che affondano le proprie radici in abitazioni indecorose si ritrovano anche nei centri minori, o addirittura nelle zone rurali, identiche a quelle delle grandi città: lì però il quartiere degradato è un’anomalia, mentre nel grande centro deriva dalla nostra fretta e dall’avidità economica.

Così come è anche vero che in gran parte dei nostri approcci a questo enorme problema dell’abitazione ci siamo sempre accontentati di piccoli espedienti, palliativi, interventi correttivi, spesso senza troppo riflettere sui veri obiettivi che avremmo dovuto proporci. Lo conferma la vicenda della prima “casa modello” degli Stati Uniti, realizzata a New York nel 1855 dalla Workingmen’s Home Association, ma diventata presto “modello” di quanto peggio potessero essere i caseggiati popolari in città. Non posso qui evitare di sottolineare il fatto, importantissimo, dell’attuale passaggio da un tipo vecchio a uno nuovo di filantropia. L’antica filantropia ci ha dato ospedali e sanatori, grandi carichi di aiuti, vestiti, medicine, da inviare alle popolazioni affamate in ogni parte del mondo. Quindi l’enfasi era posta sulla cura, sull’alleviare le sofferenze, lavorava principalmente sugli effetti.

La nuova filantropia, pur senza sottovalutare minimamente la grande importanza e necessità di ospedali e sanatori, trova un suo ruolo centrale comunque nella ricerca delle soluzioni alle cause dei problemi. Vorrebbe eliminare malattie e disagi cambiando le leggi mediche e sanitarie; mettendo a disposizione alimenti sani, buon latte, acqua pulita, abitazioni salubri, e qui c’è tutto un campo di applicazione per l’ingegnere professionista americano o britannico, assai più importante per chi è colpito da fame e malattie, di quanto non siano i carichi di provviste o l’intervento del medico. Tubercolosi, meningite, reumatismi, difterite, e tutta una serie di malattie che periodicamente spargono vittime nelle aree più congestionate delle grandi città: tutte meritano intervento. Ma la nuova filantropia scopre nella profilassi uno strumento assai più valido e importante di quanto non sia una terapia.

Nel 1912, le malattie della popolazione degli Stati Uniti sono costate più di 700.000.000 di dollari. In quell’anno si sono spesi diciannove milioni nelle campagne antitubercolari. Di questi, si stima prudentemente se ne siano investiti meno di 500.000 per un lavoro di prevenzione. E sorge spontanea la questione su quali risultati si sarebbero potuti ottenere con la nuova filantropia, che non ignora i sintomi ma si rivolge alle cause, a guidare le modalità di spesa di somme così ingenti. Dobbiamo considerare il fatto che cattive abitazioni e tubercolosi hanno tra l’una e l’altra un rapporto di causa ed effetto; e dunque, se vogliamo annientare questo flagello, dobbiamo in prima istanza eliminare del tutto gli ambienti in cui si annida. Per quanto riguarda risultati permanenti, dal mio punto di vista non c’è alcun dubbio che spendere tutti quei quasi diciannove milioni di dollari nel cancellare le cause della tubercolosi, avrebbe portato assai più benefici dell’investire la medesima somma nella costruzione di ospedali e sanatori, anche senza negare la necessità di queste strutture di cura.

Siamo qui certamente andati oltre la situazione di chi vede l’orlo dell’abisso, e si divide in due fazioni: la prima convinta che per mettere fine alla mortalità di chi precipita oltre il ciglio dell’abisso ci vuole una solida ringhiera, un’altra che sostiene sarebbe assai meglio mettere delle ambulanze sul fondo dell’abisso dove vanno a cadere. Per il problema della casa ci sono posizioni identiche: non conta da che parte lo guardiamo. Se vogliamo prevenire immoralità, criminalità, malattie e morti premature, sta a noi distruggere le radici di questi mali nel corpo sociale, e se conveniamo che il caseggiato, co suo sciame di abitanti così eterogenei, con la promiscuità delle condizioni abitative, sia il prolifico incubatore di tali malattie, ne segue che nelle forme in cui lo conosciamo deve sparire. Finché non avremo capito cosa significa davvero casa, e il ruolo enorme che questo concetto ha avuto nella storia, non saremo in grado di dar senso a un movimento per l’abitazione decorosa.

La storia di Israele è storia di famiglie, e attraverso tutto l’Antico Testamento l’intera vicenda ruota attorno alla famiglia e alla sua continuità. Quell’albero genealogico del Libro della Genesi e degli altri, la genealogia di Cristo con cui Matteo inizia il suo Vangelo, tutti ribadiscono l’immenso valore della famiglia in quei tempi. Gli antichi ebrei facevano molto per la casa, capendone il valore per la discendenza. Famiglia, casa, nucleo familiare, tutti elementi basilari della cristianità, che a ben vedere ha il suo inizio proprio nella casa, e attraverso la casa e la famiglia si propaga. Da questo punto di vista potremmo anche riflettere un istante, su quali possibilità di riuscita avrebbe avuto la cristianità, sostituendo già in quei tempi antichi la casa col caseggiato in affitto dei nostri giorni. Che spazio ha Dio, tra i tuguri dei quartieri sovraffollati nelle nostre città americane? Non diventa una parodia così, la stessa idea di “altare della famiglia”? Non dovrebbe diventare obiettivo minimo della morale, quello di andare oltre un riparo precario? Afferma il Dottor Josiah Strong:

«La Bibbia ignora la filosofia dell’evoluzione, ma è ricca di esempi della sua verità coi continui riferimenti alla natura e alla vita umana. L’individuo, l’anima, la nazione, la chiesa, tutto si presenta come un germoglio che ha bisogno di terreno favorevole, dell’adeguato concime, della cura del vignaiolo o del giardiniere. La parabola del seminatore così come ce la racconta il Vangelo, fa emergere in modo speciale natura e verità dell’ambiente. Il seme che getta il contadino non cambia, ma il risultato dipende dalla natura del suolo, che sia roccioso, o sul ciglio della strada, o tra i rovi, o in un campo fertile».

Se la vita vegetale richiede un terreno fertile per crescere, non ci vuole allo stesso modo per un bambino l’ambiente adatto per svilupparsi e affermarsi? Non sarà che il bambino cresciuto in una ristretta vita familiare poi ne crei un’altra ancora più povera di vita? Importante l’ambiente fisico, e ancor più importante quello intellettuale e morale, per la vita. Oggi casa e famiglia si stanno disintegrando. La pressione delle forze sociali, economiche, produttive, insieme alla tendenza a concentrarsi nelle grandi città, insieme a tante altre persone — e soprattutto gli immigrati che popolano in gran parte i vecchi quartieri — tutto indebolisce il concetto di casa e induce la decadenza della vita familiare.

Che senso sinistro la testimonianza di un’operatrice sociale abitante nei caseggiati in affitto di New York, quando davanti a una commissione afferma che secondo lei, il peggior male sociale non sarebbe la prostituzione esplicita, ma la “prostituzione accidentale”, ovvero le migliaia di bambini cresciuti là dove non esiste alcuna vita privata possibile! Tutte le indagini di qualunque autorità, da qui al giudizio universale, non saprebbero produrre di meglio in quanto ad implacabile accusa contro la società, di questa semplice affermazione di un’operatrice che parla per conoscenza diretta dei fatti.

Che genere di cittadinanza può scaturire dai caseggiati popolari in affitto, dove le condizioni di vita invariabilmente generano ciò che è stata definita “scandalosa promiscuità”? Se la vita domestica non conduce alla salute, alla comodità, alla decenza, alla morale, alla sicurezza per sé e i familiari – proprio tutto quello che certamente manca nella situazione dei tenement — allora la nostra generazione, che sta perdendo tempo con la questione della casa, che si accontenta di palliativi, piccoli miglioramenti ed espedienti, non sta forse favorendo l’estendersi e peggiorare del problema, nella quasi certezza di lasciarlo in malsana eredità alle generazioni future?

Karl Marx diceva della Chiesa Anglicana, che «rinuncerebbe più volentieri ai sui trentanove articoli fondamentali di fede, che a un trentanovesimo dei propri introiti». Certo è ovviamente ingeneroso portare una grave accusa del genere a una chiesa. Ma spesso nel mondo dell’economia sicuramente i principi cristiani e gli aspetti religiosi vengono ignorati e dimenticati; ed esiste quel genere di sedicente cristiano, che trae profitto dalle vergogne, dal degrado, dal vizio, dal crimine, di chi è costretto a occupare i suoi mortiferi caseggiati in affitto, lui la cui mente è compartimentata come lo scafo di un transatlantico, divisa in sezioni non comunicanti. Dentro a una stanno gli affari, in un’altra le idee politiche, in un’altra le questioni familiari, in un’altra la cosiddetta vita sociale, e in un’altra ancora quella che si compiace di definire la sua “religione”. Spesso questo genere di “Cristiano” vigliaccamente si vanta, anche, di non lasciare che la religione invada la sfera della politica o quella dei suoi affari.

Ma per fortuna questo genere di persone sta diventando una bestia rara. Il principale insegnamento degli uomini e dei movimenti religiosi, il carattere saliente di tutte le campagne negli Stati Uniti, è quello di ribadire inequivocabilmente che cristiano o lo si è in tutti gli aspetti della propria vita, e al religione domina ogni aspetto dell’esistenza, oppure non si è affatto cristiani neppure negli altri. Nel suo libro The Mansion, Henry Van Dyke, descrive in modo cristallino la verità incontrovertibile, che un uomo quando estorce, pur col sostegno della legge, un affitto troppo, ricavando cospicui dividendi dai poveri inquilini dei suoi terribili caseggiati, si prepara per sé una davvero miserabile «dimora eterna nella casa delle case vicino al Padre».

Estratto da: AA.VV., Housing and town planning, American Academy of Political and Social Science, Philadelphia 1914 – Titolo originale: The religious value of proper housing – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini

Immagine di copertina: Raymond Unwin, Town planning and modern architecture at the Hampstead Garden Suburb, 1909

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