La leggenda della libera scelta insediativa

poasco_suburb_06

Foto F. Bottini

Qualche anno fa mi è capitato di incazzarmi senza capo né coda davanti a un tizio che innocentemente sparava sciocchezze inenarrabili. Dite: e dai di sciocchezze se ne sentono a milioni, mica ci si può incazzare ogni volta, ma il tizio in questione non era uno che passava di là, faceva il professore universitario, le sciocchezze le stava propinando a una cinquantina di studenti che prendevano appunti, e la cosa avveniva in un corso di cui ero contitolare, una specie di Caio, se lui era Tizio. L’incazzatura nello specifico riguardava la cosiddetta “libertà compositiva” di uno di quei terrificanti slum terzomondiali, che lui tranquillo come un papa mostrava agli studenti in asettica planimetria, enfatizzandone appunto i passaggi a ghirigori fra una baracca e l’altra, presumibilmente in realtà intasati di spazzatura e detriti, o le irregolarità di dimensione dei lotti e degli arretramenti, anche qui probabilmente frutto di perverse gerarchie locali che con la “libertà compositiva” non c’entravano un accidente. E le mie successive spiegazioni, gentili e diplomatiche quanto ferme, riguardo al fatto che quell’inferno urbano non intratteneva alcun rapporto con la libertà, e anzi discendeva dalla violenza della povertà e degli strascichi di autoritarismo tribale, arrivavano solo dopo che Tizio aveva piantato i suoi semi Ogm vagamente estetizzanti nel cervellino candido degli studenti.

L’individualista di massa

La stessa sensazione di frustrante impotenza la si prova praticamente ogni volta che, speriamo innocentemente ma non cambia molto, qualcuno rilancia la questione città-campagna in termini da minestrone guazzabuglio, dove si mescolano senza soluzione di continuità proverbi della bisnonna e tic ambientalisti da salotto terzo millennio, roba vista sul proprio pianerottolo e grandi giudizi sull’universo. Ovvero quando una prospettiva del tutto individuale, perfettamente rispettabile in sé quando consapevolmente tale, si ribalta in giudizio sul mondo e proposta di metodo generale. Del tipo: io faccio così e sto benissimo, potrebbero farlo tutti, salvo quelli che interferiscono qui e là con le mie scelte. Accade ad esempio col traffico: il diritto divino a usare l’auto come e quando ci pare, salvo strepitare accalorati in coda chilometrica, una coda a ben vedere provocata esattamente da noi stessi, e naturalmente da altri identici a noi. Il termine “villettopoli” che dalle nostre parti si è pesantemente sovrapposto a quello di sprawl, anche nella variante politica che ha rapidamente inserito l’estetizzante “paesaggio” da salvare, prima del territorio, lo riassume piuttosto bene quel punto di vista spontaneamente distorto.

Ovvero, che certi stili di vita siano una questione allargata di mercato, tendenze, sfriccichi mattutini diventati realtà così per caso, e non intrecci complessi in cui la libera scelta ci sta come i cavoli a merenda. Andiamo a far spesa al sabato al centro commerciale perché è più comodo? Perché spendiamo meno? Perché non abbiamo tempo in altri momenti e altri luoghi? Assolutamente no: ci andiamo perché siamo pesantemente condizionati nel nostro comportamento da spinte visibili e meno visibili, che funzionano come una specie di labirinto per i topolini da laboratorio. La nostra casa sta in un certo posto, e funziona (lei e noi che ci stiamo dentro) in un certo modo, perché qualcuno ha deciso che vada così, solo o prevalentemente così. Poi certo noi scegliamo qualche dettaglio, e lì ci può benissimo stare l’alternativa: nei dettagli sta il diavolo ma anche l’angioletto. Ovvero sperimentare consapevolmente una variante pur minima illumina il resto dei comportamenti coatti in quanto tali, e il contesto coatto (la nostra versione di slum post-tribale terzomondiale insomma) che ci sta attorno.

Siamo andati ad abitare in una casetta perché avevamo dei vicini casinari, o temevamo che la maggior parte dei vicini fossero casinari. La casetta isolata con giardino in città costa un occhio, e quindi ce la siamo dovuta scegliere lontano dalla città, dove hanno deciso che costa meno (l’hanno deciso, non è che costa meno per leggi naturali). Tantissimi dei nostri comportamenti sono condizionati poi dal cercare di costruirci uno stile di vita urbano in un ambiente non tradizionalmente urbano, a bassa densità e basso livello di relazioni sociali dirette. E quindi: quanto è libera scelta, e quanto no? Ma non è finita qui, no che non è finita. Perché oltre la nostra soggettività condizionata, ci sono anche i condizionamenti indotti dai comportamenti, ovvero gli impatti ambientali, che non sono affatto un destino cinico e baro. A partire dall’auto che inquina, da tutto il sistema di gestione energetica della casa unifamiliare che inquina, dagli impatti territoriali indiretti (i centri commerciali scatolone invece dei negozi integrati alle abitazioni, tanto per dirne una) del nostro modello di vita, che non ci sarebbero se il nostro modello di vita – indotto, non di vera libera scelta – fosse diverso. E allora? Allora, la prima cosa intelligente da fare è 1) distinguere fra cosa stavamo in realtà cercando, e cosa ci hanno invece indotto a scegliere le circostanze e i condizionamenti, ma soprattutto 2) provare a domandarsi se non è possibile rimediare almeno al peggio, invece di continuare paro paro a prima, ovvero col paraocchi ideologico, estetizzante, pseudo liberale della libera scelta.

In particolare in Italia, dove il termine suburbio in pratica non esiste, e ci si riferisce a cose un po’ localiste e di vaga definizione come il paese, o addirittura la “campagna” (parola ormai così stiracchiata da non significare in generale assolutamente nulla), questo aspetto dello stile di vita liberamente scelto o imposto dalla situazione, e poi una riflessione sugli impatti, può davvero rappresentare la linea di confine tra un approccio ideologico-estetizzante-localista, e uno più ragionevolmente e progressivamente ambientalista, attento alle questioni vere oltre che ai fatti propri. Quando si parla di urbanizzazione del pianeta, e delle connesse crisi climatica ed energetica, non ci si riferisce affatto né agli alveari in cui certi poteri assoluti e irresponsabili hanno trasformato alcune mega-città asiatiche, né al complementare inferno dello slum terzomondiale, e neppure a certe formazioni ameboidi dello sprawl nordamericano che ogni tanto qualche fotografo va a immortalare dall’alto a uso e consumo delle riviste patinate.

Certo anche questo tipo di insediamenti fa parte integrante del processo di urbanizzazione, ma non crediamo che il nostro quartierino di villette stia invece dentro al suo iper-uranio di felicità e impatto zero inventato dai geometri dell’immobiliare che ce l’ha venduta, la casa. Siamo tutti sulla stessa barca, e quando si parla di emissioni, di riscaldamento del clima eccetera, siamo colpevoli quanto e più degli altri contro cui ci verrebbe spontaneo puntare il ditino accusatore. E hanno torto, torto marcio, anche coloro (di solito pagati ad hoc) che sostengono a spada tratta la libera scelta manco fosse un dono divino: se lo dice il mercato, ci sarà pure un motivo, insomma! Ecco, appunto, lo dice il mercato, il quale mercato è così ricco di disinformazione, pubblicità subliminale, strascichi di antiche sciagurate politiche pubbliche, da far ridere di fronte alla sacralizzazione della scelta libera e consapevole. Lo capiamo al volo per alcune cose, vediamo di capirlo anche per il resto. Cosa possiamo cambiare nel nostro stile di vita, allora? Proviamo a chiedercelo davvero.

Riferimenti:

Due articoli dalla stampa americana conservatrice, che esemplificano benissimo quanto sostenuto. Il primo è di uno dei teorici (pagati ad hoc, in qualche modo) dello sprawl come libera scelta e “sogno americano”, Wendell Cox, che districandosi tra statistiche varie dice in sostanza che ambientalisti e urbanisti non devono interferire con ciò che è sempre stato, e ciò che sempre sarà, almeno secondo la sua visione stupidotto-fanatica. Il secondo articolo, significativamente da un sito vicino ai costruttori, fa il controcanto chiedendo al lettore: sei un tipo suburbano o no? E per stabilirlo snocciola una serie di luoghi comuni da far paura, a partire dalla familiarità o meno con le falciatrici per il prato davanti a casa. Buona lettura, si spera con un sorriso di compatimento.

Wendell Cox, The long term: Metro America goes from 82% to 86% suburban since 1990, New Geography, 12 giugno 2014

Quiz: Are You a Suburbs Person? Builder Online, 12 giugno 2014

Commenti

commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *