Il suolo che non dovremmo consumare

È un grande privilegio avere una conversazione così intima con Sadhguru, una delle cinquanta personalità più influenti dell’India e leader del movimento Save Soil. Autore di parecchi libri tra cui Karma: A Yogi’s Guide to Crafting your Destiny. Lo incontro alla vigilia di un grande viaggio di trentamila chilometri, da Londra a Nuova Delhi a Coimbatore nel sud dell’India, in motocicletta. Attraverso l’Europa e il Medio Oriente per ribadire l’enorme importanza del problema suolo. [di seguito la conversazione è riportata distinguendo in corsivo gli spunti dell’intervistatore Kumar e in tondo le repliche e considerazioni di Sadhguru n.d.t.]

La parola latina che indica l’uomo deriva da «humus» ovvero suolo. Alla lettera, l’essere umano è suolo. E la questione urgente da porci è come sia avvenuto che gli esseri umani si siano separati dal suolo. Siamo suolo, siamo fatto di suolo. Cibo, vestiti, case, tutto viene dal suolo, ma non ci sentiamo separati da esso. Lo consideriamo una cosa sporca. Non vogliamo toccarlo.

Se il suolo è sporco allora noi stessi siamo sacchi dell’immondizia! Naturalmente siamo suolo. Siamo natura. Ma tristemente ci sono tante persone del tutto inconsapevoli di ciò. Come ci siamo posti così al di sopra della natura? Su questo pianeta rappresentiamo soltanto un minuscolo affioramento. Dobbiamo capire quanto il nostro stesso corpo sia suolo: questa è la verità. Un giorno lo si dovrà accettare per salvarci, ma forse sarà troppo tardi! Se lo capiamo oggi invece sarà diverso. Tanti non vivono in questo pianeta. Vivono dentro la propria testa. E dovrebbero invece atterrare. Non riesco a pensare a un luogo migliore per tutti del nostro meraviglioso Pianeta Terra. Tanti sono alla ricerca del paradiso. Dire loro che esiste un luogo migliore altrove da qualche parte è criminale. L’idea che esista un posto meglio del prezioso pianeta Terra è un’illusione. Dobbiamo capire che, per quanto conosciamo l’universo, non esiste altro luogo adatto alla vita diverso dal nostro pianeta. Oggi decidiamo se farne un paradiso o un inferno. Purtroppo abbiamo lavorato moltissimo per l’inferno.

L’umanità dovrebbe essere intelligente, sapiente, saggia. Perché dunque ci siamo ritrovati dentro questo equivoco? Perché abbiamo trasformato la meravigliosa Terra in un inferno?

Il grande paradosso è l’averlo fatto con le buone intenzioni di costruire felicità e ricchezza. Non abbiamo inseguito il male ma il benessere umano. Ma al benessere non siamo certo più vicini oggi di quanto non lo fossimo mille anni fa. A dire il vero l’umanità pare diventare sempre più miserabile. L’Organizzazione Mondiale della Sanità prevede per il futuro prossimo una pandemia mentale. Nel 2021 in Giappone sono stati più i morti suicidi di quelli per la pandemia, e tanti altri paesi cosiddetti sviluppati sono nella medesima situazione. Ciò accade semplicemente perché le persone cercano la felicità dall’esterno. Si pensa che il benessere e la felicità derivino dall’avere più soldi, più crescita economica, più possesso materiale. Una convinzione sbagliata che è causa di tutta la miseria di oggi.

Benessere umano e benessere del pianeta non si possono separare, diventiamo miserabili proprio scollegandoci dalla Terra, dalla natura, dal suolo. Non possiamo essere gente sana su un pianeta malato. Chi pianta e coltiva e lavora sulla terra spesso viene considerato sottosviluppato, ignorante, poco intelligente e accorto. Essere contadini pare poco onorevole: la gente intelligente lavora in banca o fa l’avvocato o il contabile, sta seduta dietro una scrivania con un computer non lavora certo col suolo. Come cambiare questa cultura? Come riportare dignità e rispetto per il lavoro manuale sulla terra, sul suolo? Nella cultura contemporanea abbiamo trasformato il cibo in merce, qualcosa che si compra e si vende, e il contadino coltiva per far soldi. Secondo me il cibo dovrebbe essere considerato sacro. Coltivarlo un atto di amore, per la terra, per la natura, per il suolo, per le persone. Nella religione cristiana il pane è il simbolo della comunione spirituale: il pane è sacro, il cibo è sacro.

Ciò accade perché abbiamo scelto l’economia di mercato come modo di vita. Anche nelle economie comuniste o socialiste si va nella medesima direzione. Gli esseri umani sono giunti a credere che la felicità derivi dal possesso materiale, da un alto livello di vita e produzione e consumo. Il consumismo si è fatto compulsivo. Compulsività esistenziale che distrugge la natura. Per curare la natura e salvare il suolo dobbiamo scegliere una serie diversa di valori.

Ma col nostro sistema non esiste scelta. Tutti sono indotti a pensare che scopo dell’esistenza sia la crescita economica. La nostra mente è condizionata a pensare che il suolo non sia poi così importante né lo sia la natura. Solo il denaro è importante, così tutto dipende dal denaro. Scopo della vita è trovare il lavoro che ne garantisce di più. Il successo di una vita si calcola in denaro.

Quando la qualità della nostra vita è determinata da ciò che si ha, che si possiede, anziché da ciò che si è, naturalmente il denaro diventa importante perché senza quello non si possono avere una casa dei vestiti un’automobile o qualunque altra cosa. Dobbiamo cambiare il modo di pensare. Valutare le persone per ciò che sono e non per ciò che hanno. Pensare così non è inclusivo. Tentiamo invece in ogni modo di essere esclusivi in nome di una religione, di una nazione, di una casta, di un credo, della famiglia. Ci scolleghiamo ed escludiamo dagli altri e dalla natura. Ma se si pensa al suolo come a parte di sé stessi si pensa in modo inclusivo all’esistenza. Dove non esiste nulla di esclusivo. L’idea di esclusività è sostanzialmente un problema psicologico. Esistenzialmente, siamo già inclusivi. Se non lo si capisce basta chiudere la bocca e tapparsi il naso per un paio di minuti senza respirare, ed ecco che senza l’aria non riusciamo a sopravvivere. Se non beviamo acqua per tre giorni, non viviamo; se non mangiamo per cinque giorni non viviamo. L’inclusione in realtà è una forma di ingestione, respirazione, copulazione. Una inclusività fondamentale alla vita anche se non ne siamo veramente consapevoli.

Certo, è assolutamente vero. Lavorando sul suolo, lavorando la terra, stando nella natura, diventiamo consapevoli dell’inclusività, dell’interdipendenza. Tornerei alla questione iniziale, ovvero come esprimere il fatto che lavorare la terra e produrre cibo è una attività sacra, una pratica spirituale? Facciamo agricoltura perché amiamo la terra, il suolo, le persone.

Quanto è romantico. Molto romantico!

Sono romantico, è vero. Lo considero un complimento detto da lei. I miei poeti e artisti ideali sono tutti di epoca romantica. Amo William Blake, Wordsworth, Kathleen Raine e Ravindranath Tagore. Tutti Romantici.

Le darò i miei libri di poesia. Anche la mia anima è romantica, ma ho una mente pragmatica, perché senza pragmatismo non si realizzano le cose, ci si limita a parlarne. Non faccio quel che faccio per cercare soddisfazione.Affronto un problema se vedo la possibilità di una soluzione. La soluzione deve essere pragmatica, e da pragmatico sostengo la causa del suolo.

Concordo sul fatto che occorra unire romanticismo e pragmatismo. Oggi gran parte del mondo pensa solo in termini pragmatici. Pragmatismo e realismo sono stati sopravvalutati. Tutto il mondo è governato da cosiddetti realisti. Ma cos’hanno fatto? Abbiamo grandi problemi come il cambiamento climatico, il riscaldamento planetario, povertà, conflitti, guerre, e soprattutto erosione del suolo, nonostante il realismo e il pragmatismo. C’è bisogno di tanto amore oltre che di tante leggi.

Ha un cuore romantico, lo apprezzo. Ma non lasciamo che il romanticismo ci condizioni troppo il pensiero altrimenti finiremo per fare cose anche bellissime ma che soddisfano solo noi, ci fanno sentire bene, ma non sono una soluzione pragmatica. Se la gente insegue un benessere spirituale, vorrei insegnare loro a farne anche qualcosa di efficace. Ci sono cose spirituali infinitamente più facili dell’agricoltura. Ma se si pratica l’agricoltura in modo romantico e spirituale, e il raccolto non arriva, saremo spiritualmente indispettiti e frustrati. Quindi io posso insegnare un percorso spirituale diciamo di agricoltura interiore. Si pratica l’agricoltura esteriore pragmaticamente, e quella interiore spiritualmente. Le persone cercano felicità interiore nel mondo esterno. Pensano: ogni cosa successa là nel modo in cui desidero mi renderà felice. Ma è nella stessa natura del mondo che ciò non accada mai, non succederà mai al 100% come si desidera. Perché non controlliamo la situazione esterna.

Quindi cerchiamo la felicità spirituale dentro di noi. Abbiamo un pieno controllo del mondo interiore. Ma dobbiamo essere pragmatici rivolgendoci all’esterno. Ciò che sta dentro succede a modo mio, con ciò che sta fuori devo arrivare a un compromesso. Il mondo è fatto così, va un po’ a modo mio, un po’ a modo tuo, un po’ ancora a modo di qualcun altro, funziona così. Quindi con l’agricoltura dobbiamo essere pragmatici. Mi sono rivolto a milioni di agricoltori senza mai dire: «È una attività spirituale. La cosa più meravigliosa che potete fare». No, perché so quanto coltivare i campi sia la cosa più faticosa del mondo. Così dobbiamo invece parlare di economia, di come migliorare il reddito di chi coltiva. Se si vuole che esista una prossima generazione di giovani che praticano l’agricoltura è l’unica soluzione.Devono poter guadagnare di più di un avvocato di un dottore di un esperto di comunicazioni di un banchiere di un contabile!

Vicolungo (No) foto F. Bottini

Abbiamo fatto dei sondaggi in India. Rilevando che meno del 2% dei contadini vorrebbe i propri figli nei campi. Così nel giro dei prossimi dieci anni più o meno, cosa diavolo ne sarà della nostra sicurezza alimentare? Fare agricoltura non è un giochetto. Basta provarci per verificare, non è facile cavare qualcosa dalla terra, richiede attenzione meticolosa, duro lavoro, moltissima esperienza. Oggi il 65% della popolazione indiana è in agricoltura. Hanno migliaia di anni di esperienza. Può sembrare facile far crescere con poca fatica qualcosa che si mangia. Beh provateci. Con tutte le vostre capacità e istruzione riuscirete solo a combinare pasticci. Dunque è molto importante mantenere le capacità sociali di coltivare. Che andranno perdute nel giro dei prossimi venticinque anni se non trasformiamo l’agricoltura in una attività altamente remunerata. L’unico modo di mantenere le persone nei campi è di pagarle adeguatamente.

Sono d’accordo. Certamente bisogna pagare i contadini e rispettarli come meritano. l’India ha l’occasione per farlo, l’India ha ancora una cultura agricola. Ma l’India si sta anche allontanando da quella cultura, abbraccia un metodo sempre più industriale, chimico, meccanico. Riuscirà a conservare l’antica tradizione, la tradizione di lavorare la terra, di onorare la terra, di mantenere un buon rapporto con la terra? Come si può riuscire ad aumentare il rispetto per l’agricoltura, ad aumentare il profitto dall’agricoltura, e al tempo stesso tutelare il suolo? In Gran Bretagna nell’agricoltura lavora non più del 2-3 per centro della popolazione. Quando in India come detto ancora è il 65%. E sono sempre di più le persone che la abbandonano. Si considera il metodo occidentale come ideale: altamente meccanizzato, industriale, meno umano.

Venticinque anni fa abbiamo lanciato il concetto di «agricoltura dell’albero». Invitiamo gli agricoltori a destinare il dieci per cento dei propri terreni ad alberi, benefici per ciò che si coltiva. Quesi terreni produrranno una enorme quantità di humus. Per rendere sostenibile e rigenerativa l’agricoltura è di somma importanza produrre sul podere l’humus. Non ce n’è mai troppo per la terra. Comperare compost da lontano e trasportarlo in camion non è una soluzione pratica. Si dovrebbe essere autosufficienti nel proprio. Dunque dieci per cento della superficie ad alberi e animali da fattoria. Posso dire che in 5-7 anni moltissimi coltivatori hanno moltiplicato così il proprio reddito dalle superfici ad alberi dal 300% all’800%. In dodici anni il reddito dalle superfici ad alberi sarà pari alla somma che avrebbero ricavato vendendo il terreno. Quindi ogni dodici anni si vende la terra senza privarsene. Se si coltiva così si può restare sui campi perché danno un buon reddito, ottimo anzi, si vive in buon condizioni circondati da alberi, freschi e comodi. Un modo per rendere l’agricoltura profittevole, sostenibile, godibile.

Mi sembra un’idea meravigliosa,una specie di agro-ecologia. Alberi e altre colture alimentari si accoppiano bene. Anche nel Regno Unito esiste la pratica innovativa di piantare alberi, riforestare, ripristinare la natura.

In India abbiamo cambiato nome, all’inizio la chiamavamo agroforestazione. Poi abbiamo scoperto che ricadeva sotto il il Ministero delle Foreste appunto, e significava tantissimi vincoli e regole. Così adesso diciamo semplicemente Agricoltura dell’Albero, facciamo riferimento al Ministero dell’Agricoltura, e per noi è molto meglio. L’aspetto più importante di tutti è quello di dover rendere più ricchi i coltivatori. In India, sono più di 300.000 i contadini che si sono suicidati negli ultimi vent’anni. Il che non è soltanto tragico, ma evidenzia un totale fallimento di sistema. Che non si limita all’India. Negli USA il tasso di suicidi tra i coltivatori è il più elevato tra tutte le professioni. Negli ultimi vent’anni il 50% dei contadini americani non ha visto un dollaro di profitto. Molti si sono sparati. Per salvare i coltivatori dobbiamo salvare il suolo, e per salvare il suolo dobbiamo praticare l’Agricoltura degli Alberi. È l’unico modo di incrementare la ricchezza biologica del suolo. Recentemente ho passato un mese in California. Con chiunque si parli tutti mi dicono «Sadhguru, mi hanno consigliato un’app che risolve tutto». Ma provo a dirgli che app e tecnologia non produrranno mai materiale organico, la tecnologia non sostituisce gli alberi. Certo si può tecnicamente migliorare l’uso della materia organica, ma per farla ci vogliono alberi, senza è impossibile arricchire il suolo.

Sono miliardi, milioni di miliardi, gli organismi che hanno bisogno di mangiare, e il loro cibo è la materia organica: foglie, rametti, erba, letame animale. Quello costituisce il suolo. Quando coltiviamo grano riso o mais mangiamo solo una piccolissima parte di quanto si raccoglie, e quella massa non consumata dall’uomo dovrebbe andare agli animali o ritornare dentro il suolo. Purtroppo invece o viene bruciata o vine buttata via. C’è tanto materiale organico prodotto dalla natura, ma la pratica di convertirlo in cibo per il suolo pare passata di moda. Tutto viene fatto a macchina, tutto si ammucchia e poi si butta via da qualche parte. Una macchina non capisce quel che succede al suolo, lei svolge solo alcune attività umane in modo più efficiente, come ovvio. Ma la macchina non produce materiale organico. Quindi c’è bisogno di farlo crescere sul campo. Ecco perché è tanto importante l’Agricoltura degli Alberi.

Da dove si comincia? Quando inizieremo a cambiare il nostro modo di pensare?

Credo che si debba cominciare ad imparare l’agricoltura sin da piccoli. I governi di tutto il mondo hanno reso obbligatoria l’istruzione. Ma istruzione obbligatoria significa che fino a quando i ragazzi non sono arrivati a diciassette o diciotto anni gli si impedisce di lavorare la terra visto che sono a scuola a tempo pieno. E dopo i diciott’anni non andranno a coltivare. Se hai sempre indossato pantaloni e camicie alla moda non vorrai certo sporcarli così! Dunque suggerisco forme alternative di istruzione su cui anche il governo indiano concorda in linea di principio per attuarle. Propongo di istituire corsi particolari di altissima qualità per gli studenti che desiderano seguire percorsi esclusivamente intellettuali, ma queste scuole non saranno per tutti. Gli altri, tutti gli altri, verranno orientati verso scuole più pratiche, con tre o quattro ore di corsi, e il resto del tempo la possibilità di scegliere tra orticoltura, agricoltura, falegnameria, o qualunque altra capacità tecnica o pratica gradita. Tutte competenze molto richieste. Oggi in India,basta sollevare il telefono per trovare uno scienziato nucleare disponibile, ma provate a cercare un falegname.

Ho organizzato The Small School e poi lo Schumacher College a Devon. Diciamo a tutti i nostri studenti che devono istruirsi nella testa, nel cuore, nelle mani. Secondo me anche le scuole più teoriche dovrebbero avere dei giardini in cui gli studenti fin da giovanissimi siano in contatto con la terra, i semi, le piante. Così che qualunque scuola o università abbia un rapporto con campi e orti. Alcune grandi università già possiedono campi coltivati, ma sono lasciati a contadini affittuari, non ci vanno studenti e docenti. Come si fa a imparare a valutare il suolo se non si entra mai in contatto?

I giovani di oggi non hanno mani, hanno solo due pollici per schiacciare lo schermo dello smartphone!

Il nostro cervello si divide in due parti, l’emisfero destro e quello sinistro. Quello destro contiene le intuizioni, l’immaginazione, la spiritualità. Quello sinistro la ragione, la logica, la scienza, gli aspetti pratici e tecnici del cervello. Scuole e università investono miliardi e miliardi di sterline e dollari e euro per lavorare esclusivamente su metà del cervello e nulla altro. Se vogliamo formare future generazioni di cittadini responsabili e consapevoli del suolo e della natura la loro istruzione dovrà riguardare l’interezza del corpo e della persona.

Soprattutto, i giovani devono imparare il rispetto per chi lavora con le mani. Oggi, tantissima gente non li rispetta affatto. Si pensa siano solo lavori manuali. Bisogna ristabilire un rapporto tra lavoratori intellettuali e manuali. Certo non vorremmo diventare anti-intellettuali, e neppure anti-qualunque cosa. Vorrei essere dalla parte di tutti, con gli interessi, i governi, le imprese, non scontrarmi con nessuno. Dobbiamo tutti lavorare per la trasformazione. Siamo tutti responsabili dei problemi da affrontare oggi. Tutti guidiamo una macchina, andiamo al supermercato, quasi tutti compriamo cose che inquinano. Non ci sono nemici, siamo tutti sulla stessa barca. La trasformazione deriva da un cambiamento interiore e dalla partecipazione di tutti. Per avvenire davvero non deve essere spinta dallo scontro, ma dobbiamo arrivarci attraverso la cooperazione e il lavoro comune. Lavoriamo insieme per salvare il suolo. Sto partendo per un viaggio attraverso tanti paesi. Per i prossimi 100 giorni «Salviamo il Suolo» sarà il grande mantra.

da: The Ecologist, 31 maggio 2022; Titolo originale: The paradox of soil – Traduzione di Fabrizio Bottini

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