Vangelo Suburbano (1925)

«Gerusalemme sarà abitata come villaggi senza mura a causa della moltitudine di uomini e bestiame al suo interno» (Zaccaria 2:3)

Acciaierie a Gary, Indiana, 1915

Questa visione della città che si espande e trabocca costantemente in forme di villaggi dove vivono insieme uomini e armenti è una delle più confortanti prospettive per la città futura. Sino al tempo presente, la Grande Avventura della civiltà finisce in città, ma non si tratta certo della migliore o più soddisfacente conclusione. A ben vedere un successo così relativo da far diventare nella nostra epoca la ricerca di una alternativa una delle preoccupazioni principali. Nessuna serie di problemi si presta di più a straordinarie riflessioni sul benessere umano di quella relativa ai modi di distribuzione dell’umanità sulla faccia della terra, sugli schemi di questa concentrazione e diffusione, sull’equilibrio tra città e campagna, sulla sua probabile alterazione e compromessi trale due entità, su una possibile ristabilizzazione finale a mediare tipi di organizzazione sociale e culturale che saranno sostanzialmente suburbani.

Il rifiuto della civiltà

Esiste un sentimento di reazione e dubbio che fa parte dei terribili contraccolpi della guerra mondiale, e segna l’atteggiamento del presente verso il futuro. Il pessimismo spontaneo è sempre esistito; quello di oggi è invece un ottimismo disilluso, di chi in passato ha creduto che progresso scientifico e materiale potessero schiudere le porte all’Età dell’Oro. C’è un rifiuto della civiltà che raggiunge il massimo nella revulsione per la città in quanto suo fatale veicolo ed espressione.

Processo alla città

Anche le espressioni spontanee emotive più banali di questo atteggiamento trovano nuovo senso e impulso. Le città sono da molto tempo simboli della Torre di Babele luoghi di spietata energia. Ed è una ripetizione di un «vecchio adagio» quella che Arnold Bennett ci propone parlando del Woolworth Building :

«Chiunque in America vi dirà senza esitazione (e con qualche orgoglio) che ogni piano di grattacielo significa una vita sacrificata. Venti piani venti esistenza spente; trenta piani trenta persone. Un edificio di sessanta piani fa sessanta cadaveri, sessanta funerali, sessanta esistenze domestiche da riorganizzare, calcolando poi come prodotti collaterali in un registro a parte tutte le vedove e gli orfani» (Arnold Bennett, Your United States, p. 39)

È la voce della pietà, dell’indignazione, della ribellione contro la città considerata un male necessario. Esasperazione e rivolta morale ispirano questo rimbrotto di Sherwood Anderson:

«Ogni tanto tutti gli abitanti di Chicago decidono di non poterne più dell’universale bruttezza della loro città e si afflosciano. Lo si avverte per le strade , nei negozi, nelle case. Si afflosciano i corpi delle persone e pare sgorgare un grido da mille gole: perché stiamo qui imprigionati nel baccano continuo sporco e bruttezza. Perché ci avete messi qui? Mai un momento di pace. Siamo sempre sbatacchiati da una parte all’altra senza sosta . . . Siamo stanchi, stanchi, stanchi. Perché? Perché ci hai abbandonato qui Grande Madre».

Riferendosi a queste parole un riflessivo commentatore è spinto ad aggiungere:

«Se le cose sono così brutte a Chicago, chissà come ci si deve afflosciare in tante altre città americane».

Si sa che questo tipo di lamentele sono puramente retoriche o umorali; tuttavia anche così sono un sintomo di scontento per un mondo scoraggiato e sottomesso all’idea urbana di superiorità e successo. Sintomo secondario ma non privo di valore scientifico.

Mali particolari

Nella prospettiva generale assunta dal presente capitolo non è necessario aggiungere il peso di casi o statistiche per evidenziare difetti particolari della vita in città così come ben descritti altrove. Nei trentadue centri principali del paese abitano ventidue milioni di persone, su una superficie che sarebbe sufficiente ad ospitare al massimo diecimila famiglie rurali americane con poderi di dimensioni medie. Anche se tutti non facessero altro che dormire e senza alcuna relazione di alcun tipo l’uno con l’altro, basterebbero la polvere sollevata e l’effluvio del respiro per inquinare tutta l’aria. I biologi rilevano concentrazione di germi proporzionale alla concentrazione di persone e animali. Dall’incredibile dispersione del mondo in cui esistono questi microscopici organismi si spostano a formare una impalpabile città parallela parassita infinitamente più popolosa della nostra. Le malattie si insediano e colonizzano la razza umana urbana. La luce del sole che potrebbe distruggerle o neutralizzarle non riesce a penetrare dentro stanze buie e stretti cortili di aria stagnante.

Il rumore della città raschia i nervi. La febbrile vita di strada; l’inevitabile esposizione su ingressi e finestre di casamenti di cose che dovrebbero restare private; l’impossibilità di mantenere disciplina familiare, criteri, culture, vivendo immersi in una folla variegata; la crudele privazione di spazio per giocare dei bambini, per esercitare i migliori istinti e spirito di iniziativa; il conseguente conflitto con le autorità che crea di fatto il criminale e lo aggiunge a chi è già vile o predatorio; l’artificialità malsana e terribile dell’apatia di fronte a tutti questi mali caratterizzano la vita urbana.

Inefficienza economica

Un’altra accusa contro le città riguarda l’inesistenza dei loro affermati vantaggi in efficienza ed economia. Henry Ford afferma che le città siano diventate tropo difficili da adeguare alla produzione industriale, e andrebbero scartate così come si fa di un pezzo meccanico troppo logoro. Si pensa a volte orgogliosamente che «La mia automobile mi porta in città in mezz’ora» ma solo per rimanere bloccati in un ingorgo che avanza penosamente qualche spanna alla volta.Oppure ci si immagina «L’ascensore veloce mi porterà istantaneamente in ufficio» ma poi si aspetta quell’ascensore all’infinito per trovarlo già pieno quando arriva. Sinora la città parrebbe essere sempre un pochino in vantaggio rispetto a tutti i guai e tensioni che si è creata da sola. Ma oggi sono in molti a ritenere che si tratti di un macchina ormai guasta. Masse in movimento roboanti in collisione praticamente incanalate verso mete che non scelgono. Al meno, le città sottraggono sistematicamente forza e nerbo ai propri abitanti mentre promettono di aumentarli.

La Città contro l’Uomo

Dimostrando maggiore profondità, i filosofi sociali vedono nella città l’espressione definitiva della discrepanza tra natura umana e ambiente che indebolisce la razza. L’uomo primitivo, sostengono, cerca di vivere nelle attuali New York, Chicago, o San Francisco come se fossero una caverna. Non c’è stata una trasformazione sostanziale nella natura umana, e cambiamenti atteggiamenti comportamenti artificializzati richiedono troppo. Sull’uomo è calata una complessità impossibile, e non è successo per scelta o volontà, ma per l’accumularsi fatale di innovazioni materiali. Un dispositivo ne trascina un altro fino a ingombrare ogni spazio. In particolare l’uomo in città non si ritrova in sé stesso là dove non può esprimere in pieno la propria natura, fisica o emotiva. Fanno tutto le macchine riguardo al lavoro materiale, mentre le convenzioni limitano la crescita spirituale. Non è consentita un’esistenza impulsiva e istintiva. Repressi questi aspetti l’uomo diviene mentalmente instabile e si comporta in modo anomalo. E se non li si reprime entra in criminale conflitto col suo mondo.

Praticamente ogni forma di devianza mentale, si rileva, avviene con più frequenza tra le popolazioni urbane. E si fa risalire il fenomeno alla specializzazione del lavoro e ai vincoli materiali e sociali della vita di città. Che coprono solo in parte la natura umana. Città sempre più grandi significano poi ancora più specializzazione e vincoli, così via senza che se ne veda una fine. È come dire che la civiltà se ne sta andando per conto proprio. Ha imboccato un precipizio e i freni non funzionano. Si sfascia per il sovraccarico, ed è imminente l’impatto finale. L’attualità di queste tendenze e il grave giudizio che suscitano sono cosa diffusissima tra le persone posate e che riflettono. Graham Wallas confessa che il piano per la Grande Chicago l’ha colpito in quanto «adatto a giganti ma non a uomini, o se non altro solo per alcuni aspetti giganteschi dell’umanità» (The Great Society, p. 56). Purtroppo questi aspetti nella mente umana paiono inseparabili da altri istinti decisamente minuscoli con cui le qualità giganti devono necessariamente convivere. Se per qualche ragione si aprisse na crepa tra i due, ne nascerebbero instabilità o follia, e il gigante senza dubbio soccomberebbe.

Il deterioramento sistematico della razza

Ecco la tragedia della città. Schematizzando ciò che si fa ogni giorno alla razza umana, lo si potrebbe concepire come una tremenda trasfusione in cui si risucchia il sangue migliore e vigoroso dalle regioni rurali. Il processo di urbanizzazione in sé pare sostanzialmente di degrado della migliore materia prima a minor qualità, vitalità, moralità (attraverso una propria selezione delle menti migliori da dedicare ai servizi specializzati anche se i corpi poi non dureranno a lungo), relegando la peggiore a una discarica sociale di dimensioni terrificanti e in continua crescita. La conseguenza per l’aperta campagna si chiama «svuotamento sociale», per le città tensione e anomalia, e più in generale tempi cupi.

Ma «ritornare» a cosa?

Non pare strano che una razza orientata verso queste incerte prospettive inizi a guardarsi indietro. È sempre stato il rifugio dell’umanità quando non si osava guardare avanti. Esistono tante mitologie sulle qualità primigenie, di epoche eroiche da resuscitare per salvarsi. Il guardarsi indietro della nostra epoca sofisticata e scientifica però non riesce a entusiasmarsi per il ritorno a un selvaggio primitivismo. Perché tanto per cominciare il modo di assicurarsi il cibo potrebbe mantenere solo una minuscola frazione dell’attuale popolazione mondiale. In altre parole, non c’è nessuno che proponga davvero come rimedio alla civiltà deragliata un ritorno alle origini.

Scarse capacità di adattamento

E si tratterebbe peraltro di un completo ritorno non necessario. La natura umana, tutti concordano, è in grado dentro certi limiti di adattarsi elasticamente. La vita di villaggio, caratteristica forma di civiltà che arriva sino al principio dell’epoca delle macchine a vapore, poco più di un secolo fa, non pare superasse questi elastici limiti di adattamento. La città li supera, e occorre cercare rimedio guardando in direzione del villaggio. Quando indietro è necessario farlo? Forse, non oltre ll suburbio, non oltre un diverso equilibrio tra aspetti urbani e rurali della civiltà. Non si può stabilire preventivamente in quale punto si possano spezzare e poi ricomporre i limiti della civiltà. Ma certamente vale la pena provarci lungo quel crinale.

Una Città subordinata al Suburbio

Quindi la piccola casa con del terreno attorno, non la caverna dell’uomo primitivo, dovrebbe sostituire la Torre di Babele come simbolo del nuovo tentativo dell’umanità di padroneggiare l’arte dell’esistenza. È quanto saggiamente pensato dall’ingegno britannico col «milione di villini per la Grande Pace». In fondo ai sogni, bisogna ammetterlo, sta pur sempre in agguato l’immagine di una castigata e contenuta città. Alla lettera, l’umanità non pare convinta di poterne fare a meno, anche quando marcia decisamente verso forme in cui l’ex dominatore meccanico viene ridotto a un adeguato ruolo di servitore. E se si obbietta che i suburbi paiono troppo raffinati e dipendenti, parte e appendice della città nonostante le forme da villaggio, resta in fatto che la vita in essi assume qualità particolari e diverse. La logica del Vangelo Suburbano ci dice che salvare la civiltà sull’arco di una prossima lunga pur sperimentale era, sarà questione di The little more, and how much it is; The little less and what worlds away! [Robert Browning, By the Fireside, 1855, n.d.t.]. Anche la pur piccola accelerazione della tendenza suburbana attraverso il controllo sociale così come si intravede, potrà indurre cambiamenti nella struttura e relazioni della società moderna, contribuendo se adeguatamente favorita alla salvezza della razza umana.

Questioni particolari

Appare chiaro come molti tratti della natura umana si scontrino meno con l’ambiente suburbano che con quello urbano. La domanda diventa così quanto le differenze possano riportare la civiltà dentro i limiti elastici a cui si può adattare: (1) liberarsi dal sovraffollamento; (2) recuperare il contatto con la terra e le dinamiche domestiche che legano l’esistenza a quello che era nell’epoca dei campi e del lavoro a mano primitivo; (3) migliori motivazioni a vivere, come per esempio quelle che implica la proprietà della casa; infine (4) recuperare i legami con la comunità resi possibili dalle piccole dimensioni dei suburbio che lo rendono gestibile diversamente rispetto alle sbilenche modalità attuali. È forse eccesso di presunzione andare oltre la pura speranza che evoluzioni simili nell’attuale popolazione urbana possano invertire il flusso della battaglia. Ed è certamente inutile valutarne adesso gli esiti senza alcun esperimento, sempre che lo si possa condurre.

Nuovi motivi per vivere

Prima ancora di considerare le probabilità di un cambio di rotta, si deve pensare forse ancora oltre, a un tema forse solo accennato casualmente qui. Ovvero il tema di fondo della motivazione alla vita umana. Se la popolazione si decentra in abitazioni suburbane, recuperando e consentendo un contatto con la terra, chi possiederà le case? Se anche le fabbriche si decentreranno, a quale titolo gestirle e come gestire chi ci lavora? Le ragioni degli esseri umani sostenute e stimolate dai modi in cui funzionano le loro case e il loro lavoro paiono più autorevoli a determinare il futuro di qualunque banale cambiamento di struttura sociale offerto dalla città o dal suburbio. Una considerazione che ci pone davanti al problema dell’ordine sociale e industriale del futuro. Le città, nel senso moderno, naturalmente rispecchiano una certa fase di sviluppo capitalistico organizzato sostanzialmente nuovo nella storia, che rappresenta una differenza. Concentrazione senza precedenti di persone attorno all’energia e alla macchina; controllo dei propri mezzi grazie a una altrettanto senza precedenti concentrazione di ricchezza e di tecnica di produzione su larga scala; conseguente controllo delle masse lavoratrici impiegate sulle macchine e altre funzioni complementari da parte di un gruppo le cui possibilità di decidere ne fanno gli arbitri dell’ordine sociale.

Oggi la tendenza alla suburbanizzazione così come la stiamo descrivendo, non porta con sé né rispecchia mutamenti sociali nei fondamentali atteggiamenti umani così come definiti dall’ordine sociale. Produrre beni nel suburbio anziché nella città riduce al minimo alcune malattie collettive, consente migliori condizioni abitative, fa sì che una buona parte dei lavoratori possa possedere la propria casa. Da questo punto di vista promuove felicità e pace. Ma sarebbe difficile dimostrare che abbia anche promosso e incentivato la produzione o aggiunto qualcosa alla soddisfazione per le ore di lavoro o le relazioni (anzi ciò che ci dicono Taylor in Satellite Cities, le riflessioni di Jane Addams sull’Esperimento Pullman dimostrano che spesso accade il contrario). Ma c’è anche il contributo alla società del cittadino medio, o le promesse per un futuro migliore, che qui mancano di un chiaro messaggio. Quindi nel chiederci se l’umanità voglia davvero sperimentare una civiltà suburbana, alla fine delle nostre curiosità troviamo ancora la domanda di quali situazioni debbano essere predisposte dal punto di vista dell’efficienza e della salute. L’uomo in quanto creatura immersa nella natura e ad essa unita sarà più felice?

Tendenze profetiche: verso una civiltà suburbana

L’umanità vuole davvero impegnarsi con sforzo epocale a sperimentare una civiltà suburbane? Riflettendo «sul confine tra profezia ed esperienza» possiamo discernere almeno alcune tendenze che renderebbero probabilmente la fase suburbana della civiltà di una certa importanza nel futuro. Una promessa che conferisce significato sia quantitativo che qualitativo al nostro vangelo.

La prospettiva di un mondo affollato

Ci sono previsioni di incremento della popolazione. Che consideriamo solo il nostro paese, oppure l’intero pianeta, la questione non cambia. L’umanità si è moltiplicata nel corso dell’ultimo secolo a ritmi che non hanno precedenti nella storia (Giddings, Studies in the Theory of Human Society). Se si prosegue così, i circa cento milioni degli Stati Uniti del 1920 diventeranno oltre centosessanta milioni nel 1950, e il miliardo e tre quarti della razza umana attuale si troverà nel giro di un paio di secoli davanti un cartello che recita «Solo Posti in Piedi». Che l’incremento attuale continui oppure no, esiste comunque la prospettiva di un globo sempre più affollato (Edward M. East, Mankind at the Crossroads). Non si intende qui dare per scontato che l’incremento di popolazione proseguirà indefinitamente sino al punto da rendere preferibili le alternative di guerre pestilenze e fame. Potrebbe anche essere scoperto il segreto per produrre cibo sintetico, o l’umanità magari assicurarsi millenni di sussistenza in un nuovo patto con gli animali e il mare e le piante commestibili.

Già oggi qualche tipo di deliberato parziale limite alla crescita umana è in atto col controllo delle nascite. La cosa più importante è osservare l’immensa forza con cui sta oscillando il pendolo, che proseguirà in quella direzione finché la parte civile della razza umana avvertirà l’urgente bisogno di colture più intensive dei terreni per non dover ridurre i propri progetti di vita. Ciò sta entro il raggio di normali politiche sociali. Le discussioni attuali spesso si soffermano sul timore che le nazioni possano entrare in guerra per impossessarsi di nuovi territori per coltivare cibo oppure soffrire la fame. Il nostro Ministero dell’Agricoltura è fortemente impegnato in un inventario delle potenzialità produttive alimentari del paese nella prospettiva del giorno non lontano in cui potremmo non essere in grado di nutrirci senza un cambiamento radicale nei modi di coltivare (si veda Baker e Strong, Arable Land in the United States, year-book of the United States Department of Agriculture, 1918). Esistono evidenze scientifiche sul fatto che l’umanità di oggi possa sopravvivere fino a raggiungere i limiti oltre i quali non si riesce a produrre cibo a sufficienza per l’intera popolazione (East, Mankind at the Crossroads). L’affollamento è oggi cosa che riguarda la prossimità delle aree urbane ma proseguendo a decentrare potrebbe arrivare a interessare la superficie totale della terra sino a conferirle un aspetto meno rurale e più suburbano.

Il destino dell’Agricoltura

Il dito della profezia indica il suburbio e non la città, come palcoscenico delle evoluzioni future, e per una ragione già spiegata: lo stimolo che dovrebbe svegliare e spingere all’azione questo affollato mondo non è il timore di scarsità di beni di consumo ma di cibo per mangiare. L’analisi economica ci racconta di solito che con la produzione meccanizzata e automatizzata continua qualunque aumento di popolazione per quanto esponenziale potrà avere beni a sufficienza, salvo disponibilità di materie prime per produrli. E a ben vedere è proprio questa capacità degli strumenti messi a disposizione dalla civiltà a produrre più velocemente di qualunque consumo, ad aver determinato la possibilità della crescita demografica. Riguardo a questo le prospettive future di diminuzione delle ore lavorative a sei, cinque, o anche quattro al giorno consentono comunque di offrire al mondo tutti i prodotti industriali necessari. Si tratta di un approccio considerato “pratico” dagli uomini d’affari e non sorprende. Il New York Sun del 2 ottobre 1924 riferisce che:

«Ieri si è inaugurato all’Hotel Biltmore il terzo incontro annuale dell’American Construction Council. James Hartness, Presidente dell’American Engineering Council ed ex Governatore del Vermont, parlando di Prosperità dal Lavoro Industriale di Squadra elencava una serie di fatti fondamentali, tra cui la previsione di abbassamento dell’orario di lavoro fino a quattro ore».

Ma le cose sono diverse quando si tratta di produrre cibo. È probabile che tra un secolo ci vorrà più lavoro di oggi per una misura di grano, perché la si coltiverà su terreni più poveri, o con metodi intensivi in cui cresce più il lavoro che la resa (Carver, Principles of Rural Economics). In entrambi i casi le colture avverranno in aree contigue alle attuali città, con particolare riguardo a superfici già coltivate. Quando le medesime somme di denaro per ettaro investite per rivitalizzare una azienda esistente o farne partire una da zero mostrano identiche prospettive di rendita, si sceglierà quella più prossima alla città. Il fenomeno degli orti di guerra mostra le tendenze naturali della produzione alimentare. La gran massa arriverà senza dubbio dalle superfici maggiori estensive, ma esistono tutte le ragioni per produrre vicino ai luoghi di consumo là dove si concentra la domanda. E ciò significa grandi suburbi rurali sempre più importanti rispetto alle città man mano aumenta l’occupazione in agricoltura rispetto alla manifattura.

Chi darà da mangiare al mondo?

Quando la giornata lavorativa di cinque ore fornirà tutti i prodotti industriali di cui abbiamo bisogno, dal punto di vista produttivo diventa pura speculazione statistica prevedere se cinquanta operatori industriali su cento si spostano dalla manifattura alla produzione alimentare, o se tutti e cento decidono di dividere il proprio tempo metà tra le macchine e metà tra i campi. La questione naturalmente sarà rendere accessibili quei campi e organizzare economicamente le alternative. Nessuno si immagina alla lettera delle mezze giornate dell’uno o dell’altro lavoro. L’agricoltura si articola su stagioni. E anche l’alternanza con l’industria della medesima forza lavoro dovrà seguire ritmi stagionali. È sostanzialmente l’ipotesi di Henry Ford, resa praticabile applicando all’agricoltura un’organizzazione da fabbrica (vedi l’intervista riportata da Automotive Industries, settembre 1924). Probabilmente non esiste alcun settore di attività con maggiore potenzialità economica dell’agricoltura. La richiesta urgente di cibo renderà obbligatoria una riorganizzazione nel segno di una maggiore efficienza. E più probabilmente a partire nei pressi delle città, coinvolgendo una popolazione che già è in contatto sia coi campi che con le fabbriche, come già oggi accade nella zona di Seattle. Comunque e a quali ritmi si ipotizzi questo cambiamento, significa accelerare la tendenza suburbana. Se non proprio sicuro, se non altro diventa possibile che gli stessi lavoratori che producono manufatti producano anche parte del cibo che consumano, o collaborino con chi lo fa, entrambi insediati sulla fascia di confine tra la città e la campagna. Può suonare poco convincente a chi crede che abbia funzionato male tutto il movimento del «ritorno alla terra». Ma l’umanità deve cambiare idea sull’agricoltura mano a mano si capisce ciò che è stato ipotizzato dal Professor East, e cioè come un solo anno di cattivi raccolti possa ridurre alla fame e alla morte cinquanta milioni di persone.

La prospettiva della «Mega Energia»

Il tanto proclamato decentramento dell’energia elettrica, che oggi appare imminente, ad un primo sguardo sembra più orientato non tanto verso una diffusione di genere suburbano della popolazione, ma più decisamente verso un modello rurale. Sostituendo l’elettricità al vapore e la combinazione delle attuali reti elettriche in sistemi giganteschi, si può portare energia in qualunque villaggio, in qualunque fattoria. Non solo anche le famiglie negli insediamenti più sparsi potranno alimentare attività meccaniche, ma potrà svilupparsi qualunque attività produttiva anche in piccoli villaggi purché esistano materie prime, sfidando decisamente le concentrazioni cittadine. È una tendenza a industrializzare le campagne e far sorgere piccoli insediamenti indipendenti.

Se passiamo al setaccio la prospettiva attuale appare però chiaro come lo sviluppo suburbano per quanto ampio sia solo la prima fase di qualcos’altro. Ciò che si propone in realtà è passare dai sistemi elettrici attuali centrati sulle città, a reti regionali che coprono aree già urbanizzate, a quelle degli Appalachi e della costa dell’Atlantico in prima istanza. In queste aree il processo di decentramento opererà logicamente verso la nascita di nuovi insediamenti in rete, finché le stesse attuali città costituiranno solo concentrazioni di minore entità dentro una struttura suburbana continua, sia dal punto di vista sociale che fisico. Con molta agricoltura entro i confini, ma del tipo suburbano-rurale anziché di quello delle comunità indipendenti.

Limiti naturali alla diffusione

Non sappiamo a quale livello di dispersione il peso della popolazione sulle risorse di cibo possa spingere l’umanità, e comunque non si possono spostare le baie porto, i percorsi dei fiumi navigabili, le barriere delle montagne. Né si possono abitare i deserti oltre le risorse disponibili per l’irrigazione. Insomma non è concepibile una diffusione omogenea sulla faccia della terra sulla base dell’agricoltura. Geografia e topografia continueranno a costituire lo schema per la società. Ci saranno concentrazioni di popolazione nei nodi strategici di comunicazione e lungo i principali percorsi di scambi, allargabili e articolabili da incroci di terra e in aria, ma impossibili da obliterare. Se le scorte di carbone degli Stati Uniti si dovessero esaurire e le attività manifatturiere si spostassero così verso le regioni ricche di risorse idro-elettriche (cioè le Montagne Rocciose e la costa Occidentale), la popolazione affollerebbe le valli asciutte o le campagne di crinale, rendendo indispensabile l’irrigazione per produrre cibo. Ma è proprio questa organizzazione di agricoltura e attività manifatturiere su piccole superfici a creare quasi automaticamente una situazione suburbana. Dunque qualunque scelta di decentramento dell’energia elettrica innescherà accelerata suburbanizzazione anziché spingere verso una civiltà rurale o urbana.

Lavoro, Felicità, Ambiente

Ci resta da scoprire se e a quali condizioni valga la pena per operare in direzione di un mondo del genere, se possa o meno garantire una vera soddisfazione a tutti. Meno urgenza per la produzione industriale, più urgenza per quella alimentare, il lavoro in fabbrica e quello dei campi avvicinati nel tempo e nello spazio nonché uniti dalle medesime tecniche e organizzazioni, un mondo in grado di garantire occupazione in entrambi gli ambiti. Di recente un interprete delle profezie industriali di Henry Ford le riassume: «trasformazioni nell’agricoltura, nei trasporti e nella produzione industriale che annulleranno la città, ridurranno il lavoro nei campi a pochi giorni l’anno, facendo dei villaggi produttivi dove convivono case e impianti le pietre angolari della vita e del lavoro americani» (Kellogg, «The Play of a Big Man with a Little Hirer», Survey Graphic, Vol. IV. No. 6, p. 637).

Ma Henry Ford (che abitualmente profetizza per frammenti anziché visioni complete) parla di «tante piccole città anziché poche grandi città. Invece di concentrare tutto in una ce ne saranno dieci». Pare necessario a completare il quadro. I «villaggi produttivi» sono i sobborghi della «piccola città». Però le coltivazioni non si ridurranno certo a pochi giorni l’anno. Non essendo un economista, Henry Ford a quanto pare non calcola che a una rapida crescita della popolazione serve più produzione di alimenti. Finché resta il limite della superficie coltivabile, la legge delle rese calanti dice che raccolti adeguati potranno essere ottenuti solo con più lavoro e investimenti. Una situazione che evoca normalmente il terrore di un peggioramento delle condizioni generali; ma se si riduce corrispondentemente il lavoro necessario a produrre manufatti, quella sfortunata situazione può essere evitata. Né si dovrà abbassare il livello generale se non si riduce a sufficienza la quantità di lavoro, fatto sì che il lavoro in più sia intellettualmente e psicologicamente interessante e gratificante.

Non meno lavoro ma lavoro più soddisfacente

Se, per esempio, il lavoratore del futuro sarà proprietario dell’abitazione e del terreno («proprietario» nel senso sociale del termine anche se non speculativo), se il tempo di lavoro meccanico quotidiano sarà ridotto a quattro o cinque ore, se le sue incombenze domestiche verranno alleggerite dalla disponibilità di energia elettrica per casa, giardino, coltivazioni; se potrà recuperare un contatto diretto con la terra e partecipare almeno con cicli stagionali alla produzione di alimenti insieme alla comunità, o a gruppi di famiglie i cui membri possono così guardare al futuro senza l’ansia per il profondere la propria energia che oggi tanto pesa sul genere umano. Ciò premesso il lavoratore accetterà molto meglio il suo lavoro, meno monotono, avrà più libertà anche nelle attività contadine nei campi, ci saranno i migliori incentivi di iniziativa industriale, di affermazione personale nel godimento della casa e di altri consumi. Almeno questo modello di sereno consumo, rendono possibile l’attuale tendenza suburbana e le sue possibilità di sviluppo future.

Il suburbio del futuro

Cerchiamo di immaginare la civiltà suburbana del futuro. Gran parte del territorio nazionale coperto da villaggi e campi coltivati così come oggi si vede solo nelle zone più densamente popolate d’Europa, anche se resteranno anche ville isolate e fattorie di piccole dimensioni. Gran parte dei villaggi starà attorno a centri minori che insieme ad essi costituiranno il suburbio di città di dimensioni medie. Le città avranno una funzione metropolitana per la propria area. Gran parte delle attività sia lavorative che ricreative si collocheranno nei centri minori. Di dimensioni sufficienti a garantire una certa varietà di occupazioni ai propri abitanti, la maggior parte dei quali in case a lotto singolo unifamiliare anche se non sono escluse quote di fabbricati multifamiliari ad appartamenti per le persone senza famiglia, gli anziani, le coppie più giovani. Potrebbero esserci anche notevoli popolazioni pendolari, anche se la gran massa della popolazione abiterà dove lavora, divisa tra lavoro agricolo per una parte del tempo e industriale per l’altro.

Due aspetti articolati stagionalmente, anche se certo l’occupazione industriale può svolgersi su tutto l’arco dell’anno mentre le coltivazioni si concentrano in certi momenti. All’industria pesante sono destinate le fasce esterne delle città; ma la manifattura leggera, tra cui spicca per esempio la produzione delle parti per le auto Ford, si decentra nei villaggi. Essendo ciascuna nazione del mondo costretta ad una economia di autosufficienza alimentare, il trasporto di cibo da un paese all’altro del globo si ridurrà forse molto. Ma è probabile che resteranno le super-città portuali, anche se di dimensioni più piccole rispetto ad ora, quando ospitano tutte le funzioni arci-metropolitane della nostra civiltà. Anche i governi assumeranno forme più decentrate, come l’arte, e radio e aeroplani ridurranno quasi a zero le distanze; ma l’unitarietà della vita e del genere umano probabilmente ancora dipende dal controllo e permanenza degli spazi organizzati in cui confluisce e converge la forma diffusa di civiltà. Esisteranno ancora certamente delle città in cui intrecciare pensieri e relazioni e sentimenti umani. In questo senso il nucleo centrale urbano può costituire il cuore pulsante della civiltà suburbana, una Città Santa simbolo della speranza umana.

Ma anche così, non si arriverà mai a quanto si spera senza la normalizzazione di qualche formula suburbano-rurale di esperienza, tipo di civiltà più congrua con la natura umana originale di quella attuale, in grado di rispondere meglio agli impulsi interiori. «Gerusalemme sarà abitata come villaggi senza mura» ci ricorda il Profeta, e lungo le sue dorate vie acque e alberi, l’uomo passeggerà tra giardini nella frescura del giorno. La tendenza suburbana allargata e arricchita specie negli aspetti rurali, elastica al cambiamento dell’economia mondiale derivante da una maggiore popolazione, diventa vangelo di speranza. Spiraglio di ciò che possono serbarci i secoli a venire solo «intravisto in uno specchio offuscato». L’umanità per lo meno dovrebbe tornare alla terra e alla casetta unifamiliare, ovvero nel suburbio. Il mondo sovrappopolato può essere solo suburbano, o selvaggio. Il che dipenderà solo dalla nostra capacità di sperimentare e imparare, ma da ciò che abbiamo visto sinora possiamo ritenere il suburbio il giroscopio di un futuro Grande Esperimento.

da: The Suburban Trend, The Century Co. New York & London 1925 – Titolo originale del capitolo: The Suburban Evangel – Traduzione di Fabrizio Bottini

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