La partecipazione dei cittadini nelle trasformazioni urbane e territoriali (1925)

Manhattan, Allen Street 1925, Regional Plan of New York and Its Environs

Questo resoconto sul tema della partecipazione alle scelte urbane e territoriali è animato dalla speranza che, se i vari comparti di competenze e decisioni cittadine e regionali affrontassero i problemi insieme, questi problemi potrebbero se non trovare una soluzione, almeno essere inquadrati in una luce diversa. Il primo di questi problemi o esigenze è la necessità di più conoscenze nelle scienze sociali. In gran numero studiosi di varie tendenze politiche e interessi pubblici negli ultimi anni hanno segnalato i rischi del modo in cui questo ambito del sapere è lasciato tanto indietro rispetto ad altre scienze. Osservano, gli studiosi, i grandi progressi delle scienze sperimentali, sia negli effetti sulla quantità di rami di attività connessi, sia nella velocità con cui a una brillante scoperta ne segue un’altra e poi un’altra ancora. Si notano le nuove idee e invenzioni nel campo dei trasporti, della comunicazione, del commercio, dell’energia, della produzione, tutto derivato da studi e ricerche di donne e uomini nei campi della chimica, fisica, matematica, geologia, metallurgia e via dicendo. La crescita dell’industria automobilistica , per fare un solo esempio, lo sviluppo del trasporto motorizzato, rinviano agli studi sul motore a scoppio, gli pneumatici di gomma, gli accumulatori a batteria. Ricerche che contribuiscono a un migliore sfruttamento delle risorse naturali per la ricchezza di tutti, e che in confronto alle discipline sociali hanno avuto sostegni molto più generosi.

Sappiamo però che tutti questi progressi hanno portato all’emergere di nuove questioni di adeguamento sociale. Si modificano rapidamente ambiente e relazioni, e le persone hanno difficoltà ad adeguarsi alla nuova situazione, con problemi anche gravi. Il prezzo di vite che paghiamo ogni anno agli incidenti stradali e il numero ancora più grande di feriti gravi, per non parlare della congestione del traffico legata alla diffusione dell’auto, ne sono una delle evidenze. Si ipotizza che alcuni problemi sanitari vengano addirittura aggravati dalla tensione e logoramento che si accompagnano alla nostra epoca, in cui si è tanto accelerato il ritmo della vita quotidiana. Certo nessuno, o comunque molto pochi, vorrebbe fare a meno di un uso migliore delle risorse naturali, o di una ricerca scientifica che ne indaga i modi, ma pare sia davvero arrivato il momento di dare maggiore peso alle scienze sociali, per capire ancora meglio che uso fare del progresso. C’è necessità di studi sul benessere, non solo per affrontare nuovi problemi o per non arretrare rispetto a traguardi già raggiunti, ma anche per capire come progredire, come trarre i migliori vantaggi dal progresso materiale per individui, famiglie, comunità.

Ma per andare oltre il semplice fatto della necessità di una migliore conoscenza e cultura sociale, va detto che c’è dell’altro. Il sapere deve essere usato efficacemente. Occorre fare molto di più di quanto non si sia fatto sinora perché le conoscenze diventino ampiamente diffuse. Devono diventare parte dell’esperienza quotidiana di fasce sempre più ampie di persone e territori, là dove si serve il benessere comune. Nonostante siano in pochi ad avere qualche idea sui metodi per arrivare a questo tipo di consapevolezza, tutti concordano comunque sull’importanza e urgenza di affrontare il problema. Problema evidente a chi osserva il nostro tempo. Scienza e tecnica applicate ai processi produttivi aggiungono molto al progresso della vita materiale; mentre invece le scienze sociali, la cui funzione è di evidenziare i modi di controllo delle nuove forze e poteri, da indirizzare a un maggiore benessere collettivo, avanzano molto più lentamente, e occorre accelerarne il progredire; insieme a una maggiore ricerca sociale si deve anche prestare più attenzione alla diffusione di questa conoscenza.

Spostandoci ora a un secondo ambito di riflessione, vorrei ora chiedere che si presti maggiore attenzione ad alcune esperienze urbanistiche in corso, e ai problemi che incontrano. Tra queste il diffondersi nel paese della dimensione regionale del piano negli ultimi anni. Si nota come i confini materiali e amministrativi della città vengano di solito definiti abbastanza arbitrariamente, quando invece quei confini dovrebbero spingersi a definire entità socio-economiche le cui linee tagliano spesso attraverso quelle esistenti. Crescita e viluppo futuro dei sistemi di trasporto e comunicazione, ad esempio, sono tema che interessa tutti coloro che si trovano a distanza di spostamento pendolare da una grande concentrazione di abitanti, che stiano dentro o fuori una città o contea o stato. Tanti problemi urbanistici non finiscono certo di esistere al confine amministrativo: per affrontarli il più efficacemente possibile e con qualche possibilità di rispondere ai bisogni futuri degli stessi spazi urbani, occorre superare quegli artificiali confini, e prendere invece come base di riflessione e azione una regione, definita dagli interessi e dalle attività di coloro che la abitano.

Tra le altre cose, ciò ha significato una netta separazione delle questioni urbanistiche, da un lato quelle relative ai grandi elementi di organizzazione e trasformazione dello sviluppo a scala regionale, dall’altro quelle locali circoscritte. In altri termini, se pianificazione territoriale significa centralizzazione gestionale dei problemi di una vasta area, significa anche però decentramento delle decisioni di interesse strettamente locale. Parte dalla convinzione che le decisioni di sviluppo locale debbano essere assunte localmente. E da quella che né la regione nel suo insieme né le circoscrizioni che ne costituiscono le parti possano ignorare i mutui legami che uniscono. Devono cooperare alla costruzione di un piano complessivo che, invece di imporre vincoli e difficoltà alle varie componenti, ne tuteli e promuova le particolarità, ma al tempo stesso offra servizi a scala di regione che la rendano un luogo migliore per abitare e lavorare. Decisori ed esperti capiscono sempre di più come questi fini possano essere conseguiti soltanto attraverso la cooperazione delle varie entità di scala regionale e locale, sulla base del riconoscimento delle proprie responsabilità.

Altra tendenza attuale della pianificazione regionale è riconoscere l’importanza di studi sui problemi e situazioni delle varie aree come base alle decisioni di programma. In realtà una parte di queste indagini viene in pratica svolta da sempre, ma va detto che pochissimi dei programmi intrapresi in questo paese sinora hanno colto l’importanza di questo aspetto, almeno sino agli ultimi quattro o cinque anni. E ciò è di particolare interesse perché questi piani recenti hanno rivolto più attenzione allo studio di alcune questioni sociali. Se la pianificazione urbana in senso generale, ha sempre teso a creare un ambiente tale da correggere, o addirittura prevenire alcune malattie sociali affrontandone le cause, solo in tempi molto recenti si è compreso come tanti problemi affrontati dai piani abbiano caratteri e implicazioni così marcatamente sociali, da richiedere studio particolare propria in quella prospettiva, oltre che ovviamente in altre. Vale a dire che chi si occupa di pianificazione urbana e territoriale vede sempre più questioni sociali che pesano su individui e comunità, ad affrontare le quali potrebbe contribuire notevolmente il piano.

C’è anche una nuova enfasi sulla necessità di considerare la pianificazione urbana e territoriale un vero e proprio fatto educativo. Il piano serve a migliorare le condizioni materiali della città e della regione, ma non può agire se gli abitanti di tutte le aree coinvolte non sono convinti degli orientamenti proposti e disposti a sostenerli. In nessuna regione esiste una entità dotata del potere necessario su tutte le parti per portare ad attuazione un piano; e se anche esistesse, il suo vero potere di applicazione dopo tutto dipenderebbe dal sostegno della pubblica opinione. Nei casi più frequenti in cui un organismo ufficiale del genere non c’è, le possibilità dipendono dalla capacità di convincere l’opinione pubblica dei propri progetti. E va benissimo che sia così, perché si ritiene che qualunque progresso generale di una regione, o specifico di una certa zona, per durare abbia bisogno di essere diffusamente compreso e valutato.

Un terzo obiettivo verso cui si sta orientando l’interesse e la sperimentazione sembra quello di rispondere ai gruppi di cittadini che a scala urbana piccola o grande o di quartiere richiedono informazioni e materiali di conoscenza del proprio territorio. Si tratta di gruppi molto diversificati, dalle associazioni di studi biblici con interessi sociali, ai comitati civici formatisi nei gruppi femminili, alle commissioni urbanistiche delle camere di commercio o associazioni di categoria, fino alle commissioni urbanistiche ufficiali delle varie circoscrizioni amministrative. Difficile calcolare l’entità di raggruppamenti del genere nell’area regionale di New York, ma a giudicare dalla quantità di richieste di informazioni e materiali che arrivano ai nostri uffici [la Russel Sage Foundation n.d.t.] il totale dovrebbe superare ampiamente il centinaio, ed è una quantità in crescita. Gruppi e organizzazioni che come altri hanno osservato i cambiamenti attorno a sé, nuovi problemi che richiedevano studi e analisi prima di intraprendere qualunque tipo di azione. Le difficoltà civili e sociali chiedono attenzione, esiste potenzialità nei gruppi organizzati di cittadini, appare ovvia la necessità di maggiori dati e informazioni, e soprattutto il bisogno di un metodo per usarli.

Apprendere per esperienza

Oltre ai tre indirizzi di massima esposti sopra vorrei qui esaminarne un altro piuttosto diverso: il cosiddetto project method che sta guadagnando consensi nella scuola. Un metodo mi dicono derivante dall’inadeguatezza di altre forme didattiche basate su «insegnante che comunica allo studente», oltre che su nuove conoscenze psicologiche dei processi di apprendimento. Appare piuttosto chiaro come si impari attraverso l’esperienza: in fondo ci istruiamo da soli. Libri, biblioteche, insegnanti, laboratori, tutto aiuta tantissimo, ma appunto aiuta. L’apprendimento in sé avviene tramite la partecipazione, «impariamo facendo». Quindi il metodo di progetto trova o inventa situazioni a cui lo studente possa prendere parte realisticamente come se si trattasse della propria vita quotidiana anche fuori dalla scuola. L’insegnante è sempre disponibile, ma non per spiegare cosa fare, solo stimolare riflessioni, valutazioni, cosa mettere in conto nelle varie situazioni. Più vicine le simulazioni alla realtà, maggiore il valore e potenziale educativo; i migliori insegnanti saranno così quelli che riescono a fare della scuola stessa una rappresentazione della comunità, estesa ad ogni materia, da chi studia lingua e letteratura, o matematica, o educazione civica o amministrazione. Dai tempi in cui il professor Langdell ha introdotto alla Harvard Law School il metodo del caso alla nostra epoca in cui si adotta il metodo del progetto, si è molto sperimentato quanto a situazioni che, attraverso studio, analisti, critica, giudizi, creatività, possano preparare uno studente ad affrontare situazioni che poi si ritroverà fuori dalla scuola. Da questo punto di vista lo studente non termina il processo di apprendimento finché non diventa in grado di criticare valori sociali, politici, morali esistenti, studiandoli e preparandosi ad agire al loro interno.

Esistono quattro tendenze o tipi di esperienza. Una parte dal bisogno di più ricerche sociali e uso efficace delle informazioni ottenute per assistere i cittadini, oggi e in futuro, a rapportarsi meglio coi problemi collettivi e la qualità della vita. Una seconda tendenza riguarda l’urbanistica contemporanea, e la necessità di uno studio migliore e approfondito della crescita, specie nei suoi aspetti sociali, la necessità di considerare territori più ampi, di dimensioni tali da affrontare i problemi in più articolazioni, differenziando questioni urbane e regionali, delegando ciò che è locale a entità locali, considerando come a entrambe le scale non si possa riuscire in nulla se non si opera in una logica di apprendimento. Una terza tendenza è il sempre maggiore interesse al welfare sociale considerato dai vari tipi di gruppi e associazioni locali, un desiderio di condivisione delle responsabilità, che dimostra quanto i cittadini organizzati siano risorse pochissimo sfruttate. Una quarta tendenza è quella della maggiore possibile partecipazione effettiva ai progetti.

Considerate queste quattro tendenze mi pare emerga una chiara indicazione: nel metodo di progetto-apprendimento esiste la possibilità di promuovere e utilizzare la conoscenza locale dentro la regione urbana (parlo in generale e non solo del caso di New York) essenziale per la riuscita, conoscenza attraverso la partecipazione allo studio sia a scala regionale che di questioni più specifiche, una opportunità di sollecitare le critiche e suggerimenti di organismi locali per la definizione di un piano migliore. E questo è un aspetto. Un altro aspetto, mi pare, è la potenzialità ancora maggiore nell’intreccio di varie correnti: la possibilità che nel piano regionale si producano progetti e materiali tali da aumentare le conoscenze della generazione attuale, e quelle della prossima che si formerà nelle scuole, su questioni sociali e civiche oggi all’ordine del giorno.

Qui, nei vari aspetti dell’urbanistica, stanno le situazioni da studiare. Non è necessario simulare casi a scopo didattico. Il campo è saturo di realtà, nello studio delle quali si esercita l’interesse vitale delle comunità. Se il metodo, come sembra dalla sua sempre maggiore diffusione, mantiene le promesse, perché non dovrebbe essere colto a scala urbana e regionale come occasione formativa popolare per le questioni urbane, proprio nel momento in cui tanti gruppi di cittadini partecipano fornendo tanto materiale? Sono perfettamente consapevole che ciò non risponde certo a tutte le questioni della ricerca sociale attuale; né risponde alle tante domande aperte di indagine di un piano regionale. D’altra parte il piano stesso sarebbe ampiamente ripagato nella forma di tutti i vari progetti attivati a scala sia locale che territoriale più ampia. E promuovere anche qualcosa di molto più importante. Cioè offrire agli abitanti della regione uno strumento per svolgere un ruolo nel migliorare il territorio e le sue città, contribuire a far capire meglio ai cittadini le questioni sociali di cui si vogliono occupare. Rappresenta una sorta di manuale di base delle questioni civiche, il migliore bilancio operativo delle conoscenze possibile.

Abbiamo in realtà iniziato nell’area di New York a produrre materiali di progetto di questo tipo (oserei dire che ne ho trovato segnali anche in altri studi di piano regionale). Uno dei primi materiali stampati del Regional Plan of New York and Its Environs conteneva una rassegna di idee di persone, non esperti, persone comuni, impegnate nello studio di piani locali. Nel definire gli obiettivi si afferma che la Commissione per il Piano Regionale si impegna per un obiettivo di lungo periodo; che ha già raccolto molti materiali statistici e di altro tipo utili alla predisposizione del Piano; che occorreranno molti mesi prima di poter formulare uno schema, esaminarlo, proporlo infine alla decisione pubblica. Si è però pensato nel frattempo che i dati raccolti possano essere messi in uso da subito, e verso questo genere di uso cooperativo a dimensione sia regionale e locale da parte dei vari gruppi ed enti essi vengono offerti a disposizione.

Un altro tipo di cooperazione coi gruppi locali del Piano Regionale è stata la messa a disposizione di relatori per gli incontri informativi là dove si manifestava il desiderio di informarsi in generale sui temi urbanistici, o specifici progetti riguardanti le proprie comunità. Sono stati tenuti parecchi incontri di questo tipo, in gran parte nella forma di qualcosa che va oltre la discussione aperta dopo una conferenza. Gli oratori non erano né potevano essere sostituti di professionisti o consulenti, e la discussione ha soprattutto contribuito alle conoscenze dei gruppi locali sul piano, le responsabilità dei cittadini, e ha avuto una utilità formativa. Inoltre il Regional Plan of New York ha da poco iniziato sperimentalmente in un’area della regione discussioni pubbliche specificamente rivolte alle questioni locali. Si sono pubblicati due numeri di un periodico non tanto contenente idee particolari ma considerazioni generalmente applicabili a parchi viali e quartieri di Long Island. I due numeri Sono i primi di quella che sarà una serie di contributi per discutere i problemi urbanistici di Long Island.

Quanta influenza abbiano nella diffusione dell’interesse per la materia nella regione è difficile valutarlo, ma è interessante notare come al momento esistano circa quaranta commissioni locali urbanistiche in area diverse della regione di New York, una quantità doppia rispetto a quando venne varata l’iniziativa del Piano. Utile al processo dell’apprendimento sistematico per esperienza di studio locale, è il sistema dei simboli che rappresentano i processi sociali su una mappa del territorio, nato dal lavoro di Ralph G. Hurlin, responsabile del settore statistica alla Russell Sage Foundation. Un lavoro cominciato tempo fa per rispondere alle richieste di un metodo per evidenziare graficamente i dati sociali e farlo tutti nello stesso modo, con lo stesso linguaggio per così dire. Nel sistema esistono oltre cento diversi simboli, e si è cercato di renderli semplici da interpretare da soli. Da quando è cominciato il lavoro è diventato sempre più chiaro, dalle conversazioni con gli insegnanti nelle scuole e istituti superiori, come sia possibile utilizzare efficacemente quei simboli nell’insegnamento delle questioni sociali. E si ritiene che ci sia la possibilità di utilizzarli in gruppi extrascolastici.

Le potenzialità della situazione sono ben riassunte dal racconto di Angelo Patri, di un ragazzo di nove anni arrivato dalla Sicilia qualche anno fa. La nave che lo portava entrò nel porto di New York in una limpida mattina di sole a febbraio, e il ragazzo era sul ponte per guardare la terra che gli era stata descritta come luogo di libertà, occasioni, stimoli. La nave avanzava fino a mostrare gli edifici più alti di Manhattan che cominciavano ad apparire, e cresceva l’eccitazione. Si vedevano bandiere sventolare, e lui pensava fossero per salutarlo, non per l’anniversario di Lincoln che ignorava. Più tardi in un sovraffollato casamento dell’East Side il suo entusiasmo si era parecchio calmato. Andava a scuola, e con quella situazione abitativa, le difficoltà con la lingua, era subentrata la delusione. Ma un giorno mostrò a un insegnante un pezzo di legno che aveva intagliato a mano. L’insegnante intuì di aver davanti un vero talento e lo fece trasferire in un’altra scuola della città. Incontrò lì Patri che capendone le potenzialità lo mise a lavorare diretto da uno scultore. Completato il ciclo di studi il giovane si era qualificato come artista, vincendo poi una borsa di studio per recarsi a Roma. Il giorno prima di salire sulla nave andò a salutare Patri. La conversazione tornava ai primi tempi in America, e ripensandoci l’ex bambino non poteva non ricordare: «Sa, in fondo quelle bandiere sventolavano proprio per me dopo tutto, il tipo di benvenuto che mi avrebbe dato Abraham Lincoln».

Talvolta mi sono chiesto in relazione al «metodo di progetto» se, usato con tanti vantaggi in tanti settori e che dall’esempio del ragazzo artista pare tanto utile, non si possa replicare nel formare la generazione attuale e le successive al processo della partecipazione, sia in urbanistica che più in generale in campo sociale, civile, politico. Esiste spazio per qualunque genere di talento o inclinazione, da chi è solo in grado di indicare su una carta un servizio di quartiere, allo statistico in grado di ricostruire processi matematicamente complessi attraverso metodi di previsione della crescita demografica. Se uniamo intuizioni e verifiche sulla realtà, chissà cosa potremo scoprire in termini di geni delle scienze sociali e politiche, quanti servizi e ruoli di leadership, ma anche quante persone informate in più in una comunità che decide sugli argomenti che la riguardano. Per oggi siamo alla pianificazione urbana e territoriale, e ciò ci consente di elaborare progetti migliori, più nostri che di qualcun altro. E, cosa forse più importante, si consentirà a tante persone in più di vivere una esistenza più piena, contribuendo al benessere della comunità.

da: Ernest W. Burgess (a cura di), The Urban Community, Selected Papers from The Proceedings of the American Sociological Society, The University of Chicago Press, 1925 – Titolo originale: Community Participation in City and Rrgional Planning – Traduzione di Fabrizio Bottini

Si noti la quasi sovrapposizione di temi e impostazione (c’è addirittura citato il medesimo caso del ragazzo immigrato diventato artista) con il capitolo sulla partecipazione dell’ultimo lavoro di Walter D. Moody curatore del Wacker’s Manual che nel 1911 aveva inaugurato di fatto il tema 

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