Integrazione animale politica urbana

Foto M. B. Style

Tra le varie cose che, oggettivamente quanto soggettivamente, uniscono città e suburbio, c’è il concetto di convivenza, comunque inteso o regolato da norme più o meno lasche. Ovviamente esiste una gran differenza tra certe idee di spazio pubblico luogo di libera interazione, condiviso, aperto, e invece la condizione di vasi poco comunicanti, ambiti di rigorosa privacy in senso molto lato, tipico del suburbio, ma la consapevole convivenza, appunto su quelle diverse basi, è cosa che a nessuno verrebbe in mente di mettere in discussione, salvo quando l’ambiente suburbano per vari motivi confonde sé stesso (o è confuso socialmente e spazialmente suo malgrado) con quello rurale. Perché l’ambiente rurale ha regole proprie e comunemente accettate, molto diverse da quelle di città e suburbio, che riguardano una convivenza di carattere particolare, quella tra umani e ambiente naturale, o meglio tra umani e ambiente naturale addomesticato. Del resto la campagna proprio di quello si compone da sempre: un fattore umano minoritario, lo spazio coltivato mescolato ad altre superfici lasciate al loro vario destino, e gli altri esseri viventi che abitano l’uno e l’altro. Ruoli e gerarchie sono molto chiari, devono esserlo perché la campagna svolga il suo ruolo «di sostentamento» comunque inteso: che sia quello della sussistenza tradizionale o della produzione integrata semi-industriale contemporanea.

Chi fa cosa e ha diritto a cosa

In campagna, o nel suburbio che con essa in un modo o nell’altro si confonde, esiste comunque un certo equilibrio condiviso tra spazio, animali, attività, ruoli e diritti. Il cane fa la guardia (anche se non necessariamente aggredendo o minacciando qualcuno) e di solito non se ne vedono più di tanti insieme nel medesimo spazio, insomma fa il suo mestiere di animale territoriale. Un po’ più elastica la situazione dei gatti che si organizzano per piccole colonie informali dove ce ne è la possibilità, oppure girano solitari semiselvatici a caccia di qualcosa. Chiarissima la condizione e presenza di tutti gli altri quadrupedi, pennuti eccetera, animali da pascolo, da cortile, da stalla «addetti» a produrre alimenti, secondo le densità e modalità della specifica organizzazione locale, appena tollerati tutti gli altri se escono da proprio recinto, costituito dalle zone naturali e seminaturali del bosco o della prateria incolta. E chi a questo punto si sta chiedendo cosa mai ci sarà, di scientifico, in una divisione di ruoli che pare fatta con l’accetta e la prospettiva di un paesaggista tradizionale, ha perfettamente ragione: non c’è nulla, salvo la percezione più diffusa, automatica, insomma quello che più o meno si aspetta dalla campagna chiunque. Ma è l’equilibrio che la città ha di fatto per lunghe generazioni cancellato, pensando di poterne fare del tutto a meno, di questi cittadini a vario numero di zampe, salvo a propria totale discrezione.

Dal cavallo senatore di Caligola in poi

Questa è la vera differenza di ruolo degli animali tra la campagna e la città, del resto in linea con lo spirito sottilmente rivoluzionario della concentrazione di idee: non essendoci quasi nulla di naturale tra le mura urbane, quel poco che resta via via cambia e si adatta, assumendo forme e gerarchie impossibili altrove. Si parla spesso del cavallo nominato senatore da un monarca annoiato e strambo, dimenticandosi però che di consacrazioni del genere la storia urbana implicitamente pullula, con la sola e unica eccezione degli animali usati al posto dell’energia artificiale per la locomozione, almeno sino all’epoca dell’elettrificazione e del motore a combustione interna. L’animale diventa prima una specie di proiezione dall’animo umano, e a furia di esserlo cambia natura, ruolo, comportamenti, a volte addirittura muta fisiologicamente (quando i cicli riproduttivi e generazionali ci consentono di osservarlo su tempi sufficienti). Con le specie più domestiche entriamo addirittura nell’ambito dell’animale consumatore, che induce trasformazioni socioeconomiche a cui partecipa direttamente, basta pensare all’infinita diatriba sulle superfici verdi dedicate ai cani nei parchi, e/o alla parallela interdizione in altri luoghi, ma ci sono infiniti esempi. E arriviamo ai tempi della neo-agricoltura urbana, quando dalla campagna arrivano o tornano in città gli animali da cortile: ma come, ci vengono/tornano? In pratica assumendo da subito anche i compiti di animale da affezione-proiezione umana, ovvero imboccando il percorso di promozione sociale già compiuto dagli altri. Impossibile stavolta, ricondurre il tutto a quella rozza sensibilità spontanea di origine rurale che assegna a tutti un posto immutabile per l’eternità. Sono i ceti emergenti, chiedono diritti, gli chiediamo doveri, almeno esserne consapevoli da subito aiuta. Anche le galline ovaiole.

Riferimenti:
Stephen Hudak, Jeff Weiner, As Orange considers urban chickens, few flock to city programs, Orlando Sentinel, 2 settembre 2017

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