La bicicletta e la fiducia del consumatore

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Foto F. Bottini filtro Prisma

Chi si sposta quotidianamente in bicicletta ne vede di continuo, di scene del genere, specie nelle frange più esterne delle aree metropolitane: un ciclista fermo sul ciglio del percorso o in una piazzola, col mezzo appoggiato o ribaltato, che traffica più o meno abilmente con la catena fuori posto, una camera d’aria da sostituire, o qualche altro delle decine di guai piccoli o grandi che possono capitare da un momento all’altro. Il mondo non è perfetto, e men che meno perfette possono essere le biciclette, o i percorsi su cui si muovono, quei tracciati pieni di sobbalzi che allentano bulloni, o quei cocci di vetro da libagioni notturne rimasti a una trentina di centimetri dal ciglio della strada, esattamente nella striscia di asfalto su cui si muovono in maggioranza i ciclisti. Insomma qualche guaio tra capo e collo, per quanto sgradevole e in grado di rovinare la giornata, purtroppo va messo nel conto, ma proviamo (anche in assenza di auspicabili dati più precisi) a fare un confronto, così a spanne, con l’altra tipologia di viaggiatori urbani prevalente: quanti automobilisti abbiamo visto chini sul cofano, a guardare sconsolati l’intrico dei fili e tubi, o a frugare in cerca del cricco per sostituire la ruota forata?

Una questione di affidabilità

Cioè, per meglio dire, di sicuro ne abbiamo visti anche parecchi, ma così a occhio molti, ma moltissimi di meno in proporzione, rispetto alla marea di auto che circolano. In vita mia, giusto per restare sul personale, con l’auto ho forato in tutto una mezza dozzina di volte, e forse in due o tre altre occasioni mi è capitato di avere problemi inattesi col mezzo. Con la bici, stiamo dalle parti della mezza dozzina di forature l’anno, e quante volte (vuoi rivolgendosi al meccanico, vuoi provando ad arrangiarsi – malino – da soli) si rendono indispensabili altri interventi! Il che pone per l’ennesima volta in primo piano la questione del ruolo, che si affida al ciclismo: è un pezzo importante della mobilità urbana e quotidiana, o vogliamo continuare a considerarlo, come pare continuino a fare gran parte dei cultori e sotto sotto delle associazioni, un’attività sportivo-loisir che l’imprevisto lo mette nel conto come aspetto folk accettabile e a volte indispensabile contorno? La stessa organizzazione generale del commercio e servizi legati al settore, con l’assoluta prevalenza dell’artigiano di quartiere, con quel suo affabilissimo «ruolo sociale» prima ancora che economico, e l’inesistenza di qualcosa di paragonabile alla grande distribuzione o in genere a marchi riconoscibili omogeneamente diffusi, rafforza questa impressione. Insomma, se davvero volessimo pensare alla bicicletta come componente organica e corrente di un sistema di «mobilità dolce» davvero inserito nel tessuto urbano e socioeconomico, prima ancora di auspicare reti di ciclabili adeguate e sicure, forse faremmo meglio a immaginare una rete di distribuzione e servizio analoga a quella dei benzinai e concessionari di auto. Può non piacere ai ciclisti fluo-avventurosi, ma senza dubbio sarà apprezzata dal resto del mondo, operatori inclusi.

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