La casa in Italia: valore umano e programma politico (1948)

casaAmmettiamo pure che la casa del nostro tempo non esista, o, per meglio dire, che non sia chiaramente individuabile in un tipo altrettanto definito quanto quelli del passato; dovremo tuttavia riconoscere che esiste oggi, più che mai, la coscienza della casa, il desiderio cioè, universalmente manifestato e validamente sostenuto, di correggere gli errori che impediscono di adeguare casa e lavoro, famiglia e società, alla vita nuova del nostro tempo. Certo è che mai nel passato, così chiaramente come oggi, si ebbe a ravvisare nella casa il presidio della libertà di ognuno e il fondamento della vita civile, mai si sentì che la casa, anziché il privilegio di pochi, è il diritto di tutti, senza distinzione di censo o di categoria, al pari di ogni altra libertà civile, la cui sola limitazione sia l’altrettanto lecito diritto altrui; mai da fonte così autorevole e in maniera altrettanto esplicita fu dichiarato che chi intende promuovere la prosperità familiare:

«dia alla famiglia, insostituibile cellula del popolo, spazio, luce, respiro …; pensi a procurare ad ogni famiglia un focolare, dove una vita familiare, sana materialmente e spiritualmente, riesca a dimostrarsi nel suo valore e vigore; curi che i luoghi di lavoro e le abitazioni non siano così separati da rendere il capo della famiglia e l’educatore dei figli quasi estraneo alla propria casa» (Radiomessaggio di Pio XII per il Natale del 1942)

L’uomo stesso del nostro tempo, anche il più povero e il più modesto, sente che la casa è il suo regno, microscopico e insignificante, ma non certo immaginario. Se possiede una casa, egli sa che perderla significherebbe annullarsi, sparire sommerso nel gran mare della vita collettiva; se non la possiede, pur provando amarezza o rimpianto, egli spera di procurarsela. Se la speranza crollasse, egli si sentirebbe finito per sé, per la propria famiglia, per tutti. Casa e famiglia sono i termini del binomio su cui si fonda la società. Scindere questo binomio, impedire che ogni famiglia abbia una propria casa o far sì che, per mancanza di case, la famiglia non possa formarsi, crescere e prosperare è, fra le forme di autolesionismo, la più perniciosa: è il suicidio della società. Affermare il contrario, o diminuire il valore di questa affermazione, posponendo, ad esempio, la costruzione di case a quella di altri beni ritenuti strumentali (così come fu deciso in Russia ai tempi del Piano quinquennale), significa dimenticare che l’uomo non è una macchina. Egli è il fine e non il mezzo, perché, come giustamente afferma il Berdiaef:

«la persona umana dal punto di vista axiologico è superiore allo Stato; non appartiene quindi alal classe e non può essere definita come borghese, nobile, contadina o proletaria, se non per taluni aspetti, per il suo involucro, giacché nell’intima sua esistenza appartiene al mondo spirtuale, all’eternità».

La casa del nostro tempo, ammesso dunque che non esista allo stato attuale, esiste, è certo, allo stato potenziale: è la chiara e concorde aspirazione di tutti, è il vertice di ogni programma di riforme sociali, fra cui basta ricordare il Kommunistiches Manifest e, in particolare, Die Wohnungsfrage di Federico Engels. Ciò che manca, purtroppo, sono le case. In Italia, come in Russia, in Europa come in America tutti sanno per amara esperienza che passare dalle parole ai fatti, dal programma al consuntivo non è facile impresa. Lo sarebbe, se gli uomini tutti fossero d’accordo sulla via da seguire per passare dalla solenne affermazione di principio alla concreta norma esecutiva, se arrivassero cioè a una solida intesa sul modo come usare le risorse mondiali che, unilateralmente esaminate, possono sembrare mal distribuite e non sempre adeguate, considerate invece nella loro totalità, son di certo più che sufficienti per i bisogni attuali e per quelli futuri.

Volendo limitarci al problema italiano, che è poi non diverso sostanzialmente da problema straniero, esaminiamo cosa avviene nel nostro paese. Propongono alcuni di incoraggiare la ripresa edilizia ad opera dei privati col favorire i proprietari di case, sbloccando gli affitti. Le pigioni salirebbero immediatamente a livelli così alti da costringere la maggior parte degli inquilini a ridursi in poche stanze, determinando la contrazione della richiesta e quindi l’adeguamento delle pigioni alle effettive esigenze del mercato, prima nei vecchi, poi nei nuovi quartieri. La disponibilità di alloggi ridiventerebbe normale, si potrebbe cioè ritornare a quel 5% di appartamenti sfitti necessari per equilibrare la richiesta e l’offerta. Il ragionamento, esaminato dal punto di vista economico, appare impeccabile: non tien conto però del fatto che, indipendentemente dalla impoliticità di un simile provvedimento, , lo sblocco delle pigioni porterebbe come immediata conseguenza l’aggravarsi proprio di quelle condizioni di sovraffollamento e insalubrità ritenute fin dal 1931 intollerabili.

Propongono altri di assegnare allo Stato il compito di costruire tanti alloggi, quanti ne occorrono per colmare il deficit nazionale, e ciò sia con intervento statale diretto, attraverso i propri organi tecnici e amministrativi, sia con intervento indiretto, da attuarsi mediante il finanziamento di enti pubblici e locali e lo sgravio da imposte a favore degl’imprenditori privati. Il risultato di questa seconda soluzione sarebbe certamente ottimo, quantunque non pochi siano coloro che malvolentieri si adattano all’idea di affidare allo Stato così vasta impresa edilizia, che necessariamente, oltre ad annullare la concorrenza, infiacchirebbe nel singolo imprenditore quello spirito di iniziativa che invece, opportunamente stimolato, lo porrebbe in grado di ottenere con le proprie risorse quanto lo Stato è costretto a fornire. Questa seconda soluzione è subordinata, com’è ovvio, alla capacità dello Stato di procurarsi i bilioni necessari per l’impresa, senza disseccare le fonti di produzione e senza assorbire ogni altra riserva di scorte e di capitale necessaria per incrementare lo sviluppo economico della nazione.

Fra queste due soluzioni estreme e palesemente antitetiche altre se ne potrebbero inserire (e lo furono infatti), che non è il caso di illustrare una per una, perché mirano tutte a conciliare in un modo o nell’altro le proposizioni del dilemma, vale a dire la necessità inderogabile di procurare un alloggio sano e decoroso ad ogni famiglia con l’impegno altrettanto tassativo di far sì che ogni capofamiglia si procuri da sé e col proprio lavoro, equamente retribuito, il diritto alla propria casa. Il che significa, in parole povere, che il problema della casa non può essere risolto sul piano tecnico costruttivo, urbanistico e architettonico nazionale, se prima non sia stato affrontato e opportunamente risolto sul piano economico, finanziario e sociale internazionale. Ciò è ovvio, ma tropo spesso viene dimenticato proprio da coloro che, esterrefatti dalla tetraggine di non pochi quartieri moderni oppure indignati dalle infelici condizioni di molti antigienici vecchi quartieri già dichiarati inabitabili e tuttavia abitati, ben sanno come la colpa di ciò sia da attribuire, più che ad insipienza delle autorità comunali o ad incapacità degli architetti (i quali molto spesso non furono nemmeno interpellati sull’argomento), all’ingordigia e all’egoismo di alcune ben determinate varietà di homo œconomicus più direttamente interessate nel campo della speculazione edilizia.

Finché questa varietà di uomini, di cui si conoscono esemplari cospicui nei paesi più ricchi, sarà lasciata libera di operare in conformità del proprio miope e meschino interesse, che non coincide affatto con l’interesse nazionale e tantomeno con quello internazionale, è inutile sperare nei miracoli della tecnica. Questa anzi, male adoperata e asservita a non leciti fini da persone incapaci di apprezzarne le qualità migliori, contribuirà a peggiorare la situazione attuale, creando confusione fra progresso costruttivo e decadente comfort, fra architettura moderna e «case novecento». La situazione in Italia è proprio questa. Simile in sostanza a quella di molti atri paesi, è una situazione che ha del paradossale e che fornirà, io credo, uno fra i più sintomatici argomenti di studio allo storico futuro desideroso di comprendere come mai l’uomo del nostro tempo, artefice instancabile e inventore di tante belle cose, dalla bomba atomica all’accendisigari, non sia stato capace di risolvere degnamente il problema economico, finanziario e sociale del bilancio familiare, senza del quale è impossibile tracciare il programma costruttivo, urbanistico e architettonico della casa.

Non v’è dubbio, infatti, che senza un’adeguata sistemazione internazionale del lavoro, continuo ed equamente retribuito per tutti, lo Stato sarà costretto a dilapidare forti somme in fabbricati che paiono «funghi di cemento», e i privati imprenditori continueranno a costruire appartamenti «di gran lusso», villini e palazzine, sul genere di quelli che argutamente un campagnolo definì «le case popolari per i signori». Se questo è il quadro della situazione attuale (fortunatamente, ripeto, non peggiore di quella esistente in altri paesi, anche più ricchi del nostro, forse anche perché una buona metà degli italiani vive in campagna o in piccoli centri e può essere ancora invogliata da un’accorta politica a non imboccare la strada verso la grande città, così da evitare almeno i peggiori mali dell’urbanesimo), vediamo di esporre sinteticamente entro quali linee si potrebbe tracciare il programma edilizio per l’avvenire, tenuto conto, si capisce, dell’esperienza attuale e supposto che gli europei si avviino verso un’era di pace, anzi che di guerre interne ed esterne. Fra gli errori che la coscienza della casa ci impone di correggere e le manchevolezze che più di frequente ci è dato riscontrare nell’edilizia del nostro Paese, notiamo:

  1. insufficienza quantitativa dei vani di abitazione: occorrerebbe costruire almeno un milione di vani l’anno per dieci anni di seguito, se si volesse riportare l’indice di affollamento alla media di anteguerra, che non era eccessiva e soprattutto non teneva conto, se non in via astratta e numerica, degli scarti fra minimo e massimo, nonché delle fortissime variazioni fra città e campagna, fra regione e regione;
  2. insufficienza qualitativa degli alloggi, la cui perniciosa influenza sulla salute fisica, morale e spirituale degli abitanti è a tutti nota, specialmente se accoppiata al sovraffollamento;
  3. sproporzione fra la superficie dell’alloggio, quasi sempre insufficiente, e le necessità degli abitanti, tenuto conto che non sempre i quartieri cittadini offrono quelle comodità che, mancando nel singolo alloggio, si potrebbero almeno procurare in forma collettiva (ad es. zone verdi, impianti igienici e sportivi, biblioteche, sale di ritrovo, edifici sociali e assistenziali, cooperative e via dicendo);
  4. distanza eccessiva e più spesso irragionevole fra casa e posto di lavoro, tenuto conto soprattutto che oggi non solo l’uomo, ma la donna, nonché i figli contribuiscono al bilancio familiare; a questo proposito va notato come le famiglie numerose sono le più sacrificate, tanto che una delle ragioni del regresso delle nascite è da attribuirsi al fatto che raramente una donna trova il tempo necessario per occuparsi della famiglia, sia pure ammesso che disponga di una casa grande a sufficienza;
  5. impersonalità dell’alloggio che, costruito secondo schemi generici e approssimativi, anziché su misura, risponde male o non risponde affatto alle effettive esigenze dei singoli individui; in altri termini non è la casa modellata sull’individuo, ma è l’individuo ficcato a forza in una casa, con quanto beneficio per la società è facile immaginare;
  6. errori costruttivi, distributivi e urbanistici, che si riflettono sul taglio degli alloggi, sul numero dei piani, sulle dimensioni dei vani, sul loro orientamento, soleggiamento, sull’aerazione, sull’isolamento acustico, sull’efficienza degli impianti tecnici e in breve sull’economia del fabbricato; errori che si possono attribuire in parte a inesperienza dei progettisti, scelti purtroppo quasi sempre fuori dal campo degli architetti, in parte a inadeguate o inefficienti norme legislative, per di più male interpretate allorché sembrano voler ledere l’interesse privato.

Ora la volontà di sopperire a queste manchevolezze e di correggere questi errori mi pare si vada manifestando; perciò ho premesso che la casa del nostro tempo esiste, se non altro allo stato potenziale. Perché possa però concretarsi, così da costituire la base del successo di una profonda riforma sociale e divenire, direi quasi, il signum contradictionis di una salda dottrina politica radicata nella coscienza di tutti, occorrerà:

  1. non soltanto costruire le case, ma costruirle là dove occorrono, in prossimità dei cantieri, degli uffici, delle aziende agricole, dei posti di lavoro e non lontano dalle scuole, dai mercati, dalle chiese e dai luoghi di svago e di ristoro, così che nell’insieme il quartiere si conformi organico e aderente alla vita degli uomini, delle donne e dei bambini, secondo le norme della buona urbanistica;
  2. concepire le case non più come una somma di locali da ricavare nel minimo spazio, sacrificando aria, luce, sole, ma come entità spaziali da modellare sulla vita dell’uomo in maniera appropriata alle esigenze di ogni famiglia, non soltanto elementari, ma che meglio rispecchino la natura singolare della persona umana, armonizzare cioè il carattere dell’edificio non già a schemi astratti di un’astratta tipologia, ma al singolo episodio della vita di ognuno;
  3. subordinare la tecnica alle esigenze dell’uomo, anziché l’uomo a un impossibile mito tecnicistico, facendo sì che precisamente quegli aspetti, in apparenza negativi, attinenti al metodo scientifico-tecnico e all’organizzazione economico-industriale del nostro tempo (quali, ad esempio, la normalizzazione e la produzione in serie) si trasformino in apporti positivi, a vantaggio della più stretta aderenza della casa alle nostre esigenze, presenti e future;
  4. affermare solennemente il principio che è interesse di ognuno e di tutti destinare le energie della Nazione, in tempo di pace, al problema essenziale dell’uomo (casa e lavoro), non foss’altro che per prevenire, anziché curare, i mali sociali, essendo evidente che i miliardi spesi per la cura delle malattie, l’assistenza sociale, la repressione della delinquenza, la tutela della morale potrebbero essere in gran parte risparmiati o più proficuamente spesi per la costruzione di case veramente appropriate alla vita dell’uomo, dove la famiglia possa crescere e prosperare in pace, educando i giovani, dando un più concreto senso di responsabilità agli adulti, migliorando il rendimento del lavoro di ognuno e lasciando ad ogni uomo la facoltà di foggiarsi la propria vita, almeno durante le ore di libertà, in maniera congeniale alle proprie attitudini, anziché soltanto ai propri mezzi finanziari e agl’impedimenti di una casa inadatta.

Ho preferito riassumere in questa breve nota alcuni criteri generali, piuttosto che illustrare diffusamente tipi e casistiche particolari, per due ragioni:

  • perché diffido delle soluzioni miracolistiche: credo invece nella lenta e faticosa conquista di ogni giorno e di ogni uomo;
  • perché se è vero, come afferma Denis de Rougemont, che «l’istinto, quand’è avversato, diventa coscienza; il costume, quand’è attaccato, diventa programma; la pratica, rimessa in forse da una propaganda aggressiva, è costretta ad evolvere per propria difesa una teoria», è altrettanto vero che la famiglia, assalita da forze che consciamente o inconsciamente mirano a disgregarla, e la casa, manomessa da intrusioni arbitrarie che ne limitano l’integrità, acquistano nella nostra coscienza quei precisi valori il cui peso è indispensabile affinché si muovano le nostre energie e si trasformino le parole in fatti.

Da: AA.VV. (a cura del Consiglio Nazionale delle Ricerche), Urbanistica ed edilizia in Italia, INU, Roma 1948

Qui su La Città Conquistatrice, forse è il caso di riprendere, in relazione a queste riflessioni di Pasquale Carbonara, i testi dedicati al Piano INA-Casa che si avvierà l’anno successivo

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