Il problema del riflusso suburbano

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Foto F. Bottini

Chi crede fermamente nel mercato, forse farebbe meglio a crederci sul serio, ovvero dar retta a cosa tira di qua e di là quanto a domanda e offerta, in senso lato. C’è stato un periodo piuttosto lungo in cui esisteva una nuova frontiera dei consumi materiali, sviluppata secondo una catena via via sempre più integrata. Una nuova frontiera sia territoriale che sociale e di aspirazioni individuali, che viaggiava di pari passo con l’industrializzazione e il progresso, e che inizia a svilupparsi continuativamente dopo la fine della seconda guerra mondiale. Ce lo racconta molto bene, dal punto di vista sociologico e organizzativo, la serie di sondaggi, interviste e osservazioni dirette che William Whyte realizza prima per le pagine di Fortune, e poi sistema e raccoglie nei capitoli centrali del suo primo grande successo: L’Uomo dell’Organizzazione. I suburbi, anzi per meglio dire «suburbia», già un mondo a parte sin dall’inizio, sono i luoghi dei comportamenti più avanzati e delle aspirazioni di successo più accentuate. Di fatto obbligati a un modello di vita nomade di estrema mobilità e adattamento continuo dai modelli aziendali, i quadri superiori e intermedi insieme alle loro famiglie tipo, iniziano a costruire quello che poi sarà lo standard ideale, a volte imitando ciò che si vede nelle pubblicità, a volte facendo evolvere e modernizzando gli stili di vita di chi li ha preceduti nella fuga dalla città tradizionale.

Ritorno all’ordine e al disordine

Di fatto la fotografia di Whyte è un’istantanea di un momento irripetibile, per molti versi simile al curioso piccolo ambiente proto-alternativo che si era focalizzato nell’originaria città giardino di Letchworth a inizio ‘900, tra associazionismo ambientalista e toga-party che ci immagineremmo più adatti a un pensionato universitario, che non a un quartiere di villini tutti in fila. Ai giovani manager degli anni ’50 alla ricerca di un nuovo equilibrio, si sostituirà presto una grigia normalizzazione grazie al concorrere di vari fattori. Il primo è l’inizio della massificazione del processo, con il cosiddetto white flight, la fuga dei piccoli borghesi bianchi dalle città considerate irrecuperabili e in crisi irreversibile. Insieme a questa massa di persone, che di fatto cancellano l’idea della frontiera suburbana, trasformandola nella nuova normalità, arrivano anche tutti gli altri elementi che completano il quadro e gli equilibri: prima il paradigmatico shopping mall standardizzato, che riassume in forma privatizzata, sterilizzata e consumistica, ogni genere di spazio pubblico e relazione sociale; poi, a completare il quadro, anche lo office park si moltiplica tanto quanto le villette e gli altri edifici del suburbio, trasferendo nei nuovi territori anche l’ambiente prevalente del lavoro. Tutto continua nella sua espansione e consolidamento continuo fino agli ultimi anni del secolo, finché non emergono segnali di crisi inequivocabili, da quelli messi in luce da critiche interessate, come quelle dei nuovi urbanisti, ai gravi problemi ambientali ed energetici, all’ultima emergenza economica dei mutui sub-prime da cui nasce la recessione.

Cicli storici?

Il tutto con buona pace di chi, interessato o un po’ scemo (o un po’ di entrambe le cose), pensava che le aspirazioni umane, il cosiddetto American Dream, si potesse davvero declinare come diritto alla felicità tramite consumi materiali. Non era affatto vero, quando ha iniziato a emergere come alla cosiddetta «smaterializzazione dei processi» con cui si caratterizzano le economie postmoderne, ha iniziato a corrispondere anche una certa immaterialità di consumi e aspirazioni. Parlando molto praticamente, si verifica una specie di riflusso socio-territoriale, con l’ultima generazione di giovani adulti, i cosiddetti Millennials, che ripetono l’esperienza diciamo così avanguardistica dei nonni, e il cui simbolo invece di una auto privata familiare parcheggiata davanti allo steccato bianco, è lo smartphone o il tablet portati ovunque e usati indifferentemente per lavoro relazioni o svago. L’ambiente tipo in cui si muove questo nuovo protagonista del cambiamento è quella che possiamo chiamare Città 0.2 e assomiglia alla città tradizionale così come il suburbio del dopoguerra assomigliava superficialmente al quartiere giardino pionieristico. Un’altra differenza è che stavolta commercio servizi posti di lavoro seguono in tempo reale la nuova migrazione di riflusso, e in tempi rapidissimi suona l’allarme di quanti sul Dream suburbano eterno avevano scommesso forte (politica inclusa). I giochi sono aperti, ma quel che accade nel contesto americano dovrebbe far suonare molto rapidamente qualche campanello anche altrove, visto che la globalizzazione non pare proprio uno slogan buono da spendere in qualche convegno: ce l’abbiamo e ce la dobbiamo tenere, nel bene e nel male, regoliamoci di conseguenza.

Riferimenti:
Michael Brendan Dougherty, This is how the suburbs die, The Week, 21 gennaio 2016

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