La città cresce e la gente mormora

greenbeltChi contesta l’idea di una teorica crescita infinita lo fa, spesso del tutto ragionevolmente, sulla base di un assunto diciamo così filosofico, che trae spunto da un altro uguale e speculare assunto osservandone l’assurdità: non sta né in cielo né in terra che in una situazione di risorse finite non rinnovabili, lo sfruttamento (annullamento di fatto) di queste risorse, che chiamiamo crescita, possa proseguire indefinitamente. Il fatto è, però, che con gli assunti filosofici non ha mai mangiato nessuno, salvo ampiamente adattarli alle contingenze spazio-temporali locali, dove assumono il loro vero senso, salvo poi andare ad alimentare questa o quella filosofia e magari riprendere il ciclo più belli e più forti di pria. Scendendo appunto dall’iper-uranio della contestazione di assunti generali, dentro la nostra quotidiana valle di lacrime, vediamo di verificare ad esempio cosa cresce, cosa no, e come eventualmente si possono gestire gli atterraggi delle filosofie contrapposte. Si diceva uno spazio-tempo, e quello di un territorio locale in un determinato arco storico pare il contesto ideale: lì stanno o arrivano i soggetti-attori della crescita, e lì stanno o arrivano le risorse. Ora, ci sono i filosofi della crescita indefinita che considererebbero (e non da oggi, al cosa si replica da qualche secolo) anche lo spazio-tempo locale una specie di usa e getta: si spreme ogni risorsa naturale e umana, e finite quelle o se ne importano di nuove, o si vola via tipo sciame di api verso nuove avventure. Col piffero, replicano gli schieramenti filosofici opposti, perché giusto lì accanto ci sarà un altro bacino territoriale analogo, dove magari altri hanno fatto il medesimo ragionamento, e altri ancora più in là: ci sono i limiti dello sviluppo, la finitezza delle risorse! Da questo scontro titanico nascono i modelli di sviluppo urbano più o meno contenuti, di cui almeno si può provare a parlare in termini non filosofico-religiosi.

Modelli

Dato che quanto oggi si chiamerebbe magari, comunemente, crescita contro decrescita è un tipo di scontro che va avanti con termini diversi da parecchio, ha anche prodotto parecchi modelli interpretativi e soprattutto di adeguamento delle forme del territorio a queste filosofie della vita. Che non significano ovviamente un passaggio diretto dalle categorie dello spirito alle geometrie dello spazio (quello succede solo nelle cicliche rivelazioni divine della Nuova Gerusalemme nelle varie declinazioni e denominazioni). Ma però in qualche modo partono da progetti che per la loro forma estrema vorrebbero proprio rappresentarlo, senza per fortuna riuscirci, il passaggio diretto. La città della crescita o dell’economia è quella tendenzialmente spontanea, senza alcuna regola salvo quella di arrangiarsi, di «imprendere», ma adattandosi a criteri minimi di abitabilità che per inciso si è scoperto migliora anche le possibilità imprenditoriali si è assestata col tempo sul criterio della griglia ortogonale di origine simbolico-militare-religiosa. La forma invece che parte dall’abitabilità naturalità e giustizia assoluta predilige forme materne, curve e accoglienti, cresce per onde e integrata con la geografia e le risorse naturali. Sovrapponendosi nel tempo e nello spazio, questi due modelli diciamo così ideali producono la città reale, somma di entrambi gli approcci, dove però entrambe le tendenze ciclicamente tendono a prevalere una sull’altra, finché quella fase non raggiunge un punto di crisi e si passa alla successiva.

Sostenibilità e crescita

Quando si parla di sviluppo sostenibile si dice consapevolmente una sciocchezza: sciocchezza assoluta per i filosofi della decrescita, assai relativa per gli sviluppisti puri. Perché ovviamente è insostenibile lo stesso concetto di crescita, almeno nel senso di vaga e indefinita, mentre invece dall’altra parte si pensa che la sostenibilità sia qualcosa di superficiale, sovrastrutturale direbbero certe correnti di pensiero, che si applica a posteriori per adattarsi al contesto. Oggi però sembrerebbe prevalere in linea di massima, complici gli eccessi liberali di parecchi decenni (se non di secoli) l’approccio che considera la crescita urbana come orientata prima di tutto alla sostenibilità, e quindi a riflettere in primo luogo su cosa genera meno consumo di risorse, e poi su tutto il resto. Ma pur sempre di crescita si deve parlare, e per un motivo incontrovertibile: dentro il bacino regionale di riferimento, dove tutto si sostanzia, stanno crescendo popolazione, scambi, relazioni, flussi, e lo spazio si deve adattare. Seguendo il criterio della sostenibilità ciò avviene governando la crescita, ovvero intensificandola per unità di spazio finché possibile, e ancora provando a ricontestualizzarla dentro a un bacino più ampio, di scala regionale anziché metropolitana. Dal punto di vista modellistico, questo ricalca alla grande scala il modello organico del risparmio di risorse naturali, dei cerchi concentrici , della continuità delle reti e linee curve; ma alla piccola scala subentra l’idea di crescita delle densità, anche dei volumi edilizi/contenitori di relazioni. Qualcosa di analogo, e si tratta di una delle città più importanti del mondo, Londra, con la modellistica storica, ma riformulato con obiettivi da terzo millennio.

Riferimenti:

Office of the Mayor of London, Outer London Commission, Accomodating London Growth, main report, marzo 2016

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