La Città e l’Epidemia (2006)

Verso la metà del XIX secolo, molti ritenevano che Londra, città con quasi due milioni e mezzo di abitanti, fosse impossibile da mantenere. Per due decenni, le epidemie di colera l’avevano devastate, insieme ad altre grandi città d’Europa, e l’opinione diffusa era che avendo stipato un numero senza precedenti di persone in un’area delle dimensioni della Londra vittoriana, la diffusione della malattia fosse inevitabile. In qualche modo, avevano anche ragione. In The Ghost Map: The Story of London’s Terrifying Epidemic—and How It Changed Science, Cities, and the Modern World, Steven Johnson ci racconta la storia dell’esplosione di colera a Londra nel 1854, e di come due uomini brillanti risolsero il mistero della propagazione del morbo mortale.
A metà del XIX secolo, l’aspettativa di vita di un londinese era spaventosamente bassa: “il
gentleman medio moriva a quarantacinque anni, chi lavorava, addirittura verso la metà dei venti”. Per quanto la Londra vittoriana si fosse abituata alla morte, l’esplosione di colera del 1848-49 lasciò attonita la popolazione uccidendo oltre 50.000 abitanti della città. Si viveva con il costante terrore che la malattia si prendesse delle vite senza alcun avvertimento.
Come in tutte le zone urbane dell’epoca, anche a Londra mancavano le infrastrutture per una grande città moderna. Nel 1854 aveva cominciato a comparire un sistema fognario esteso a scala urbana, in parte per arginare l’apparire del colera. Questo nuovo sistema coesisteva col vecchio metodo di gestione degli escrementi umani, quello degli uomini dello “scavo notturno”, del letame di cui erano praticamente pieni i seminterrati delle case, e che veniva trasportato nelle fattorie ai margini della città. “Nessuna descrizione realistica della Londra di quel periodo mancava di menzionare la puzza della città” nota Johnson.

Il nuovo rudimentale sistema fognario semplicemente scaricava i liquami di origine domestica nel Tamigi, contaminando così le acque sotterranee che rappresentavano una delle principali risorse idriche della città. Ironicamente, l’uomo responsabile di tutto questo era il commissario alla sanità di Londra, Edwin Chadwick. Sostenitore della Teoria del Miasma, ovvero che il colera fosse trasmesso dal puzzo che si spandeva nell’aria, Chadwick credeva che scaricando i liquami nel fiume, lontano dalle case, si impedissero altre emergenze della malattia. Ma naturalmente, contaminando la principale fonte d’acqua di Londra, contribuì molto alla diffusione del colera. Come sottolinea Johnson, un terrorista biologico del XX secolo non avrebbe potuto mettere a punto un piano più ingegnoso per mettere in pericolo la popolazione della città.
Ad ogni modo, non si trattava solo di Chadwick. Nel 1854, la comunità medica non aveva idee migliori per prevenire il colera di quando aveva colpito Londra per la prima volta nel 1832. Continuava la teoria della diffusione per via aerea, rafforzando i pregiudizi dei tecnocrati. Secondo il pensiero dominante, chi viveva nello sporco e tra i cattivi odori, come accadeva alla maggior parte dei poveri lavoratori di Londra, più probabilmente sarebbe morto per la malattia. Pochi avevano notato che gli “scavatori della notte”, nonostante il rapporto quotidiano con lo sporco, spesso vivevano sani e a lungo.

Uno di quelli che lo avevano notato era il dottor John Snow. Di umili origini, Snow era salito al culmine della medicina del XIX secolo: la Regina Vittoria lo aveva chiamato nel 1853 per la somministrazione di cloroformio durante il parto, una tecnica perfezionata dallo stesso Snow. Inoltre, era un medico sistematico e sperimentatore scientifico con vaste prospettive intellettuali. Dubitando della Teoria del Miasma, Snow tentò di dimostrare che il colera durante l’esplosione del 1848-49 si era trasmesso attraverso la fornitura d’acqua. Ma le prove concrete di questa sua ipotesi si dimostrarono vaghe: statistiche pubbliche dei decessi carenti, e poca chiarezza su quali famiglie ricevessero l’acqua da quali compagnie private, resero l’analisi di Snow troppo complessa da portare a termine.
Sul finire dell’estate 1854, il colera si diffuse in un particolare quartiere di Londra: Soho, il cortile di casa di Snow. “Quasi settecento persone che abitavano entro un raggio di 250 metri dalla pompa di Broad Street erano morte, in un periodo di meno di due settimane” scrive Johnson. Snow percorreva il quartiere a passi frenetici, raccogliendo campioni d’acqua e intervistando le famiglie sulle abitudini di consumo.

Ma Snow non avrebbe cambiato da solo il corso della storia. Fu il Reverendo Henry Whitehead, che in un primo tempo dubitava della sua teoria, che contribuì a sistematizzare i rilevamenti e a convincere il Commissario Chadwick che la malattia si diffondeva attraverso l’acqua. In quanto ministro, e intellettuale uomo di mondo, Whitehead conosceva più di ogni altro le famiglie di Soho. Furono le sue conoscenze a consentire a Snow di scoprire dove si era originate l’esplosione di colera; non si sarebbe potuto convincere Chadwick, senza questa fondamentale informazione.
Allo stesso modo di Snow, anche i funzionari della sanità pubblica che avevano frettolosamente indagato sull’emergere del morbo in città mancavano di conoscenza sul campo a Soho. Insieme, Snow e Whitehead furono in grado di convincere Chadwick a chiudere la pompa di Broad Street prima di un altro scoppio di epidemia.
Snow morì pochi anni più tardi, quarantacinquenne, prima che fosse accettato diffusamente il fatto che il colera si trasmetteva via acqua, ma aveva messo in moto una trasformazione dei sistemi fognari che alla fine glia avrebbe dato ragione. Non si verificarono più grandi manifestazioni di colera a Londra, dopo la modernizzazione della rete, completata nel 1866.

Il capitolo conclusivo del libro di Johnson tratta i problemi contemporanei delle città dei paesi in via di sviluppo, spaventosamente simili a quelli della Londra vittoriana. Nairobi e Dacca hanno popolazioni che si avvicinano ai 20 milioni, e pure la loro lotta in assenza di acqua potabile e adeguati sistemi sanitari passa in gran parte sotto silenzio. Le risposte a questi problemi verranno solo da massicci investimenti nelle infrastrutture urbane, ma le differenze culturali e di proporzioni richiederanno approcci innovativi.
Johnson indica che la nostra capacità di risolvere i problemi delle città attuali potrebbe essere vanificata se non teniamo conto delle conoscenze locali di figure come Snow e Whitehead. E Johnson chiarisce come risolvere i problemi delle aree urbane richieda sia un approccio dall’alto che uno dal basso. La questione che lascia senza risposta, è se siamo ancora in grado di ascoltarle, le idee di persone come Snow e Whitehouse.

da: In These Times, 19 dicembre 2006; Titolo originale: Cholera and the City – Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini
immagine di copertina: James B. Clow &. Sons, catalogo di impiantistica, Chicago 1899

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