Le aree urbane in Africa ai tempi della pandemia

Tutta la forza delle città si deve alla quantità di interazioni che esse consentono, tra individui, imprese, mercati, esse sono il centro delle relazioni sociali. Tutte queste qualità di scambio e interrelazione hanno però un enorme rovescio della medaglia nel costituire terreno fertile per il contagio, come sta accadendo anche nel dilagare del Covid-19. Ciò accade perché le città sono per definizione i luoghi della densità, grandi quantità di popolazione che abitano e si incontrano in stretta prossimità. Inoltre, molti centri sono anche organicamente inseriti in reti di scambio più ampie di scala regionale, nazionale, globale. Attraverso strutture quali aeroporti, porti, terminali di trasporto vari per persone e merci che ci transitano con grande frequenza. Così il potenziale di trasmissione della malattia risulta molto più elevato delle medie nazionali. Un ottimo esempio è rappresentato qui da New York City, dove già si calcolano quasi la metà del totale dei contagi rilevati di tutti gli Stati Uniti, un anche più spaventoso 5% dei casi confermati a livello mondiale, e tutto in una città di 8,6 milioni di abitanti.

Il contagio nelle città africane

La situazione delle città africane, date le loro caratteristiche, potrebbe presto rivelarsi molto peggiore se non intervengono adeguate misure di mitigazione. Ad esempio in alcune zone come lo slum o altre aree di insediamento informale i livelli di densità sono più elevati che a New York. Si stima che i due terzi della popolazione di Nairobi vivano sul 6% della superficie totale. A Kampala, il 71% dei nuclei familiari abita alloggi costituiti da una unica stanza. Questi insediamenti sovraffollati sono dotati di pochissimi servizi. Si calcola che solo il 56% della popolazione urbana dell’Africa sub-sahariana abbia accesso alle reti idriche, e anche chi ce l’ha può impiegare oltre trenta minuti per attingere. Il che pone la questione di quanto frequentemente si possano poi lavare le mani – ovvero uno dei metodi principali di prevenzione del contagio – ragionevolmente. Lo stesso si può dire per la distanza di sicurezza, seconda raccomandazione preventiva, sia per la densità di insediamento che per il contrasto con le regole correnti di comportamento sociale, fortemente promiscue.

Una delle spinte delle migrazioni rurali-urbane in Africa è il migliore accesso ai servizi nella città, compresi quelli sanitari. I dati dai paesi che hanno sviluppato queste reti di servizi alla salute, mostrano l’enorme pressione indotta dai pazienti Covid-19s. Negli Stati Uniti d’America, si prevede che saranno necessari almeno 200.000 posti di terapia intensiva, nel caso di una diffusione abbastanza contenuta della malattia. E pensiamo che in tutto l’Uganda esistono soltanto 55 posti del genere divisi tra 12 strutture operative. Appare chiaro come con tassi di contagio del genere ci sarebbe un collasso dei sistemi sanitari africani. Ma è comunque più efficace erogare servizi nelle aree urbane: sempre nel caso dell’Uganda, l’80% dei posti citati si trova a Kampala.

I danni economici della segregazione

Per imporre una distanza sanitaria di sicurezza, i governi europei e americani stanno attuando politiche di lockdown anche molto rigide. Quelli africani, anche là dove non si sono ancora verificati elevati tassi di contagio, stanno seguendo a ruota, in alcuni casi con misure più rigide. Dato che i centri urbani rappresentano i grandi nodi economici subiranno in modo assai più rilevante i danni di questa segregazione, con effetti su tutto il sistema. I residenti urbani occupati nel settore informale ne sono le prime e più penalizzate vittime. Circa l’85% non percepisce un salario regolare. Nelle città africane la massima parte delle attività si colloca nell’area informale, piccolo commercio o lavoro manuale precario. Cose che non si possono certo svolgere a distanza: sia perché mancano le infrastrutture indispensabili, a partire dalla banale energia elettrica, sia soprattutto perché il lavoro consiste esattamente in una interazione diretta.

Anche per chi lavora il reddito quotidiano è bassissimo. A Kampala, per esempio, indagini sul settore informale mostrano come il 93% di queste occupazioni si collochino comunque al di sotto del livello di povertà. Quindi una politica di lockdown, per queste fasce di popolazione, significa non guadagnare nulla neppure per sopravvivere. Situazione ulteriormente esasperata dalla dipendenza dai prezzi degli alimenti, che non possono essere di norma prodotti in loco. Già si rileva come in alcuni paesi come il Ghana i prezzi siano cresciuti di quasi il 30% a causa degli accaparramenti da panico e alterazione delle filiere alimentari. La cosa si fa preoccupante in altri paesi in cui già esiste una crisi alimentare quest’anno, a causa dell’invasione di cavallette e relative distruzioni di raccolti. L’evoluzione del contagio da Covid-19 resta ancora ignota, ma mantenere una famiglia specie nelle zone urbane, senza alcun reddito e coi prezzi che salgono, diventa una lotta quotidiana sempre più dura. Certo la segregazione può contenere il contagio, ma spinge la popolazione al di sotto della linea di povertà, con altri effetti negativi di lungo periodo anche peggiori che si aggiungono al rischio quello sanitario. Quindi appare essenziale iniziare a riflettere su interventi per le città africane dopo la pandemia, perché possano mantenere il proprio ruolo di motori economici nel futuro.

Verso il futuro urbano

In tutto il mondo e in tutti i tempi le città si sono adattate, si sono ripensate, per reagire a crisi e devastazioni. Alcuni studiosi prevedono ad esempio che le città americane riemergeranno da questa crisi profondamente mutate dalla diffusione del telelavoro, con un calo della necessità di uffici in centro. Diverso il caso dei lavori nelle città africane, dove farlo a distanza non è possibile, ma può darsi che dopo la crisi crescano i flussi migratori dalle campagne verso le aree urbane, alla ricerca di nuove occasioni economiche. Prepararsi a questa eventualità, far sì che l’urbanizzazione conseguente sia meglio gestita, potrà essere essenziale per costruire un sistema economico in grado di spingere lo sviluppo nazionale. Fattore critico anche per prepararsi all’eventualità di altre pandemie, l’investimento in infrastrutture con obiettivi sanitari, reti idriche e fognarie, servizi medici. La densità insediativa rende le città vulnerabili al contagio, ma al tempo stesso efficienti nel fornire servizi a grandi numeri di persone. In futuro si deve prevedere un ruolo centrale delle competenze sanitarie, insieme agli urbanisti, agli economisti e altri. Per ridurre il contagio ma mantenere la forza della città.

Da: Conversation Africa, 1 aprile 2020, titolo originale: Shaping Africa’s urban areas to withstand future pandemics – Traduzione di Fabrizio Bottini
copertina: Getty Images

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