La città, il cemento, la cementificazione

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Foto M. B. Style

«Se la questione davvero ci preoccupa, forse dovremmo sapere quel che accade alle superfici agricole, prima di iniziare a elaborare piani basati più su una vaga percezione che sulla realtà». Parrebbe banale, questa brevissima citazione da uno studio internazionale sui consumi di suolo in aree metropolitane e le politiche per il contenimento degli impatti ambientali, ma non lo è affatto, visto che si tratta di considerazioni formulate dopo una analisi di medio periodo proprio di questi piani e delle loro conseguenze. L’idea di fondo è che spesso gli interventi pubblici avvengano invece in modo contraddittorio, casuale, forse in parte anche emotivo, da un certo punto di vista peggiorando anche il problema, specie sul versante degli effetti sociali e della percezione del pubblico (il quale deve poi garantire consenso per queste politiche). Tutto nasce dalla convinzione diffusa che esista un generico processo di urbanizzazione, che le città di espandano, ingoino a ritmi crescenti vasti tratti di territorio per insensatezza della crescita, con la cosiddetta «cementificazione», e che dal punto di vista ambientale ed economico ciò si traduca in perdita di superfici agricole che sarebbero invece essenziali per assicurare indipendenza alimentare alla città. Ma appunto, prima di formulare ipotesi di intervento andrebbe chiarito cosa succede in realtà, oltre la generica percezione e convinzione.

Dove va il cemento

Sull’arco di varie generazioni ormai, gli abitanti dei territori maturano la convinzione che urbanizzare equivalga a qualcosa di male, e spesso si tratta di una convinzione giustificata. Perché certi processi di espansione urbana avvengono in modo speculativo e disordinato, utilizzando lo spazio irrazionalmente, o con densità esageratamente basse al solo scopo di mettere le premesse (ad esempio con le infrastrutture stradali) per altre future trasformazioni ancora speculative. Se questo è vero, è anche vero che non ogni trasformazione o crescita si traduce automaticamente in gravi impatti ambientali, e soprattutto non in quello che negli anni recenti abbiamo imparato a chiamare «consumo di suolo», ovvero sottrazione indebita di superfici agricole produttive per funzioni urbane. E probabilmente non aiuta a fare chiarezza neppure l’approccio per così dire «sintomatico-sentimentale» adottato da molte associazioni ambientaliste specie locali, che tendono a confondere la pur legittima tutela dei beni culturali e del paesaggio con quella del territorio agricolo in quanto tale. Accade così che si finisca per leggere come grave consumo di suolo ciò che non lo è affatto, o lo è in misura molto marginale, semplicemente perché alcune trasformazioni «rovinano il paesaggio», magari perdendone di vista altre più oggettivamente dannose sul versante ambientale.

Strategie propositive

In un contesto che vede comunque una progressiva «urbanizzazione» regionale e addirittura planetaria, se vogliamo davvero far qualcosa di positivo ed evitare i peggiori impatti sia ambientali che sociali, proprio quelli che lamentiamo tutti, davvero «forse dovremmo sapere quel che accade alle superfici agricole, prima di iniziare a elaborare piani basati più su una vaga percezione che sulla realtà». E quindi capire in termini di bilancio locale se e cosa si sta perdendo: è qualità del paesaggio, oppure risorse naturali, o superfici agricole? Non è certo risposta sufficiente, qui, dire che una cosa è legata all’altra, perché può anche non essere vero rispetto a singole trasformazioni, anche di grande entità. Poi nei piani di contenimento di consumo di suolo, quelli che si basano in fondo sull’antica modellistica del margine all’edificato, o fascia di interposizione, o rete verde e così via, un ruolo centrale dovrebbero averlo gli operatori delle superfici agricole: non tanto come custodi di spazi tradizionali e stili di vita coerenti (in fondo è questo il sogno dei conservazionisti e delle loro politiche storicamente perdenti), ma come avanguardie di una nuova idea di urbanizzazione, che appunto comprende anche gli spazi produttivi agricoli. Quello che Lenin chiamava a modo suo «elettrificazione delle campagne», altro che lotta alla cementificazione a vanvera.

Riferimenti:
– Glenn Fox, Yi Wang, An economic analisys of rural land use policies in Ontario, Fraser Institute, gennaio 2016
– Cameron Axford, Ontario’s agricultural land isn’t disappearing despite urban growth, National Post, 27 gennaio 2016

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