Idiotismo della vita suburbana a sua insaputa

industrial_building

Foto J. B. Hunter

C’era una volta il sogno dell’industrializzazione, urbanizzazione, scalata sociale per tutti, ma forse bisogna capire meglio cosa c’era stato prima. Perché non è affatto vero, come ci racconta di solito un falso luogo comune, che ci fossero masse di contadini affamati e ansiosi di scapparsene via dal solchi bagnati del loro sudore, e correre all’ombra delle nuove ciminiere che li avrebbero trasformati in proletari di fabbrica, con la tuta blu invece del cappello di paglia. Come in fondo ci spiegano chiaramente Marx e Engels con la scelta delle parole, il capitalismo ha letteralmente «strappato milioni di contadini all’idiotismo della vita rustica», e strappare vuol dire prendere con le cattive e controvoglia qualcuno da un posto, buttandolo in un altro dove non vorrebbe assolutamente andare. Del resto uno dei sintomi del famoso idiotismo, o localismo spinto che dir si voglia (il termine è analogo a «idioma») era proprio la non comprensione, salvo superficiale disagio, di quanto si stava male e perché, tra quei solchi eterni. Ci vollero le enclosures dei capitalisti agrari, la fame nera, e il passaparola tra amici e parenti, a convincere quei poveracci a inoltrarsi verso l’ignoto orizzonte della città, e quella mobilità sociale traumatica che mai più si sarebbero andati a cercare da soli. Ma stava già in agguato una nuova forma di idiotismo, abbastanza ovviamente, e con un processo di trasloco mentale altrettanto nuovo.

A ritroso, ma non troppo

C’era un carattere del tutto peculiare di quell’urbanizzazione industriale di contadini che si facevano operai, e la distingueva dal processo di urbanizzazione così come si era verificato in tutti i secoli precedenti: era di massa ed era sostanzialmente coatto, chi voleva cercare mobilità sociale là doveva andare. In un arco di tempo relativamente breve, però, iniziò un altro flusso. Come quello dell’urbanizzazione pre-industriale, anche questo si era preparato molto a lungo, e praticamente esisteva sin dagli albori della città: qualcuno per motivi anche sin troppo ovvi (l’affollamento, le condizioni igieniche, i pericoli, i fastidi) dalla città se ne andava, almeno temporaneamente, pur tenendoci sempre un piede. Erano i più ricchi, quelli che potevano permetterselo, ma proprio con l’ascesa sociale di tanti occupati in attività industriali e di servizio moderne, cresceva anche il numero di questi che in qualche modo se lo potevano permettere, fin quando non si verificò, esattamente come per l’antica urbanizzazione industriale, la discontinuità della migrazione di massa fuori dai margini urbani. E di nuovo alla ricerca o conferma della mobilità sociale: la casetta con giardino in proprietà invece del piccolo appartamento in affitto, consumi più opulenti, stili di vita che imitavano quelli dei signori. Certo, tutto dettato da «libera scelta», stavolta, ma molto condizionato dai modelli di vita e consumo, oltre che da alcuni vincoli nel mercato del lavoro.

Una nuova discontinuità

C’è chi dice che la storia è fatta di corsi e ricorsi, e chi invece vede sempre all’orizzonte il sol dell’avvenire progressista, ovviamente hanno al tempo stesso ragione e torto entrambi: trattandosi di storia c’è il fattore tempo e quello diacronico. In pratica chi torna sui passi di chi l’ha preceduto è un soggetto diverso, non può prescindere da ciò che è accaduto prima, ma conferisce comunque al suo agire (o subire azioni) valore diverso. E accade così che la suburbanizzazione di massa, che segue molti meccanismi analoghi all’urbanizzazione industriale di massa, abbia caratteristiche proprie, declinazioni nazionali e regionali, avvenga in fasi storiche e di sviluppo diverse. Anzi qualcuno non la chiama neppure suburbanizzazione (confondendo non poco le acque), ma decentramento, nuove città, sviluppo del territorio e chissà che altro. Ma sempre della stessa cosa a ben vedere si tratta, e oggi quella cosa manifesta identici segnali di crisi, di cui quello sociale è forse il meno evidente. Oggi il suburbio coi suoi stili di vita assai poco auspicabili esprime una fase di «maturità» e tendenziale frattura dal punto di vista della mobilità sociale, ovvero della propria radice ultima, ciò che lo ha alimentato: voglio star meglio, me ne vado dalla città. Ricomincia il ciclo dell’urbanizzazione? Certo che no, cerchiamo di non essere idioti come prima, per favore! Ma ascoltiamo i termini delle ricerche più avanzate quando sottolineano «La dimensione spaziale fisica della mobilità sociale, il suo rapportarsi in modo diretto alle densità insediative, e ciò che significa per le strategie urbanistiche. Emerge che elevate densità e composizione funzionale urbana favoriscono posti di lavoro, stipendi elevati, resilienza economica, minori tassi di disoccupazione». Vorrà pur dire qualcosa, no?

Riferimenti:
AA.VV. Does urban sprawl hold down upward mobility? Landscape and Urban Planning, aprile 2016

Commenti

commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *