La città nucleare fantasma

foto F. Bottini

Il «percorso della morte» racconta la storia di decenni di malessere dei piccoli centri di Murray Acres e Broadview Acres in New Mexico. C’è una freccia turchese che indica le case delle famiglie dove si è registrato qualche caso di malattie della tiroide, un’altra freccia blu scuro indica i casi di cancro al seno, mentre il giallo ci dice che ad altri il cancro ha tolto la vita. Una carta che hanno compilato gli abitanti da dieci anni fa dopo aver visto amici e parenti ammalarsi e morire. A dominare l’angolo superiore destro della mappa, ad alcune centinaia di metri di distanza da quelle frecce colorate, sta la causa delle malattie: milioni di tonnellate di scarti di uranio dalle estrazioni per alimentare centrali nucleari e costruire bombe.

«Ci hanno sacrificati tanto tempo fa» spiega Candace Head-Dylla, che ha creato la carta della morte insieme alla madre dopo che le avevano operato la tiroide e alla madre era stato rilevato un cancro al seno. Entrambe patologie riferibili all’esposizione all’uranio. A partire dal 1958, un impianto della Homestake Mining Company of California lavora nella zona il minerale estratto non molto lontano. Gli scarti fanno percolare sia uranio che selenio nel terreno e nella falda, ed emettono in atmosfera il gas radon che causa il cancro. Legislatori statali e federali erano a conoscenza del fatto sin dall’inizio delle estrazioni e lavorazioni, ma sono passati anni prima che fossero informati gli abitanti e richiesto qualche genere di intervento. E la contaminazione è continuata e cresciuta anche dopo la chiusura dell’impianto nel 1990.

I danni provocati da Homestake sono emblematici dell’eredità avvelenata che ci lascia tutto il settore americano dell’uranio, molto ben documentata dal nascere e rapidissima crescita nel periodo della guerra fredda al rallentamento e stasi dopo le forti perplessità sui pericoli dell’energia nucleare negli anni ’80. Estrazione e lavorazione lasciano una scia di contaminazione e sofferenza, minatori morti di cancro ai polmoni mentre il governo federale teneva segreti i rischi della radioattività. E per quarant’anni si è sorvolato sulla urgente necessità di gestione di centinaia di milioni di tonnellate di scarti dalla lavorazione di uranio, che costituiscono una minaccia alla salute pubblica. Noi come ProPublica abbiamo rilevato come i legislatori non abbiano mai fissato chiare e perentorie nome di bonifica, accettando per buone rilevazioni ottimisticamente sbagliate sulla diffusione dell’inquinamento. Alla fine sarà il governo federale ad assumersi la responsabilità di oltre 50 impianti dismessi e relative scorie.

In quello di Homestake, uno dei principali siti, è in corso di smantellamento l’intera città. Testimonianze di residenti, rilevazioni del radon, migliaia di pagine di dati industriali e governativi, parlano di una comunità sacrificata alla costruzione dell’arsenale nucleare nazionale e al corrispondente settore energetico industriale. Più e più volte sia Homestake che enti pubblici responsabili hanno promesso di bonificare. Più e più volte non hanno rispettato le scadenze mentre l’inquinamento si diffondeva. Negli anni ’80, Homestake prometteva agli abitanti che la falda sarebbe stata ripulita entro dieci anni, come hanno raccontato esponenti locali all’Agenzia di Protezione dell’Ambiente. Mancato quell’obiettivo, la compagnia prometteva di completare il lavoro entro il 2006, e poi entro il 2013. Ma nel 2014, un rapporto dell’Agenzia Ambiente stabiliva un rischio di cancro inaccettabile, individuando la maggiore minaccia alla salute nel radon. Ma la scadenza delle bonifiche continuava comunque a slittare in avanti nel tempo, al 2017, poi al 2022.

Invece di concludere le bonifiche, la proprietà attuale di Homestake, in gigante minerario di Toronto Barrick Gold, dovrebbe richiedere alla Nuclear Regulatory Commission, agenzia federale indipendente sulle bonifiche da uranio, l’autorizzazione a demolire ogni sistema idrico locale e consegnare l’intero sito e scorie al Department of Energy per la gestione a tempo indeterminato. Ma prima Homestake deve dimostrare che l’inquinamento sopra i limiti id sicurezza federali non metta a rischio gli abitanti delle vicinanze e l’acqua potabile di tutta la rete a valle. Così si è iniziato ad acquistare via via le case dei residenti e demolirle. Secondo gli agenti immobiliari locali le offerte economiche della compagnia non tengono conto delle quotazioni reali dell’area per chi deve cercarsi ovviamente un’altra casa, e chi accetta poi è costretto a indebitarsi per comprarla. Chi non vende deve firmare un accordo secondo cui accetta di non intentare alcuna causa a Homestake per danni alla salute, nonostante le malattie da scorie radioattive poi possano impiegare anche decenni a manifestarsi.

Dagli archivi immobiliari emerge che la compagnia alla fine del 2021 aveva acquisito 574 lotti per una superficie di poco meno di seimila ettari attorno agli impianti. In aprile Homestake dichiarava ancora 123 unità immobiliari da acquisire. Secondo un abitante tutto sta rapidamente diventando una «Città Fantasma». Ma anche dopo che sarà sparita, oltre 15.000 residenti nei paraggi, tra cui molti Nativi, continueranno ad attingere all’acqua probabilmente inquinata da Homestake. La compagnia sostiene di avere elaborato dei modelli in cui si dimostra come non sia affatto lasciato a rischio il sistema idrico regionale. Ma secondo l’ente di controllo Nuclear Commission servono solo a evitare l’onere della bonifica nel caso in cui si rilevasse in futuro che non è affatto così. Quando Homestake e altri operatori simili inquinavano la regione sia la Commissione che altri Enti ne erano ben consapevoli. ProPublica ha ricostruito come la stessa Commissione abbia deciso di sollevare dall’obbligo di bonifiche da uranio a scala territoriale, pur mentre si rilevava la diffusione dell’inquinamento. Il tutto quando il cambiamento climatico colpiva l’Ovest rendendo più scarse le risorse d’acqua.

«L’acqua sotterranea si muove, ignora leggi e regolamenti» spiega Earle Dixon, idrogeologo che ha valutato le bonifiche di uranio del sito Homestake sia per conto del New Mexico Environment Department che per l’Agenzia Ambientale federale. Sia Dixon che altri ricercatori prevedono un allargarsi della contaminazione Homestake se le bonifiche si interrompono. La compagnia nega che le scorie causino malattie tra gli abitanti, e i tribunali si sono espressi a favore di Homestake in una causa sul cancro intentata dagli abitanti nel 2004. I medici testimoniavano che l’inquinamento contribuiva certamente alla malattia, ma che per stabilirlo con esattezza nei singoli casi e collegamenti occorrevano rilevazioni e prelievi su vasta scala di sangue, urine e altri esami, mai fatti. «Siamo fieri del nostro lavoro di bonifica agli impianti dell’uranio» giudica il presidente Homestake, Patrick Malone, in una lettera di risposta alle domande di ProPublica. Aggiunge che si sta entrando nelle fasi finali del disinquinamento, che «siamo al punto in cui non è più tecnicamente praticabile un ulteriore miglioramento della qualità dell’acqua».

David McIntyre, portavoce della Commissione sul Nucleare, attribuisce i ritardi e rinvii di bonifica alla complessità delle reti idriche sotterranee. «Comprendiamo e condividiamo le preoccupazioni per il prolungarsi del processo», aggiungendo che obiettivo prioritario dell’Ente è la tutela della salute e dell’ambiente, non il rispetto di alcune scadenze. L’Agenzia per la Protezione dell’Ambiente ha partecipato nell’ambito del programma Superfund al disinquinamento di siti contaminati a livello nazionale. L’ufficio responsabile per la regione non risponde alle questioni sollecitate più volte da Larry Carver, che si è trasferito con la famiglia a Murray Acres nel 1964, e a cui altri abitanti hanno chiesto di ricostruire la vicenda locale.

L’ottantatreenne, appoggiato al suo furgoncino Chevrolet un mattino di primavera, guarda da sotto la visiera del cappellino da baseball il mucchio di scorie Homestake alto come un palazzo di dieci piani. Non gli va giù che si debbano sacrificare gli abitanti, trasferendoli, per poter lasciare lì l’uranio. Secondo Carver, quelle frecce colorate sulla mappa non raccontano tutta la storia. Gli zii di sua moglie abitavano in una casa vicino al mucchio. La zia morì di cancro al fegato a 66 anni, e suo figlio cresciuto giocando vicino alle pozze d’acqua inquinate morì di cancro al colon a 55 anni. Anche a Carver e alla moglie adesso hanno trovato qualcosa nei polmoni, e lei è già in cura. «Tutte le case demolite. I Pozzi sigillati. I sistemi sanitari sradicati: non resterà assolutamente nessuna traccia».

da: Propublica, agosto 2022, titolo originale: A Uranium Ghost Town in the Making – Traduzione di Fabrizio Bottini

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