La densità territoriale dei neuroni

torri_leoncavallo

Foto F. Bottini

Prendiamola alla lontana: tempo fa un diffusissimo settimanale si poneva molto seriamente la domanda: «Ma stare nelle casette con giardino rende più egoisti?» Sembrerebbe la classica inchiesta di costume quando non c’è niente di meglio, gli eventi politici si fanno rarefatti, e anche i convegni scientifici non sfornano più a ritmo tanto serrato quelle succose notizie sulla cura del cancro o il moto perpetuo. Basta però aver seguito con qualche sistematicità il dibattito su argomenti, ambientali, sociali, economici, per intuire che dietro al titolo superficialmente semplicione sta qualcosa di più profondo. L’egoismo del villettaro non ha a che vedere solo con i microcosmi da casalinghe disperate o fantozzi stressati che passano il fine settimana sul divano o a falciare il prato, ma con una intera percezione collettiva del mondo, dei consumi, delle relazioni, della natura. Il mondo cosiddetto sviluppato parrebbe ancora ampiamente orientato al modello dell’insediamento disperso per case unifamiliari, centri commerciali, parchi uffici persi negli svincoli autostradali, ma si nota anche una parallela, decisa ripresa delle città centrali.

Visto che i crociati senza se e senza ma del modello di sviluppo tradizionale (che interessa a tanti) dicono che è solo colpa della crisi passeggera, forse si fa benissimo a buttarla sullo psico-sociologico, perché per cogliere meglio una certa tendenza serve davvero rivolgersi all’immaginario. Quello dei giovani innanzitutto, che pare posticipino sempre più quello che un tempo era considerato il vero passaggio alla vita adulta, ovvero il matrimonio, i figli, e la spinta a cercare più spazi privati, ovvero spesso automatico trasloco in una casetta di proprietà nei sobborghi. Anche le imprese, che (lo riconoscono riviste di settore e supplementi immobiliari) hanno quantomeno fortemente rallentato il processo di decentramento e il modello della sede del tutto autonoma e isolata in campagna (ex campagna, per l’esattezza), per mescolarsi di più in ambienti cittadini abbastanza simili a quelli che avevano abbandonato tanti anni fa. Senza farla tanto lunga, il modello da conquista continua di una nuova frontiera urbana, culminato con le cosiddette edge cities autostradali, che di città avevano poco o nulla, pare arrivato alla fine.

Emerge evidente anche un altro aspetto, che fino a questo momento sottolineavano solo i più agguerriti specialisti, storici, ambientalisti, urbanisti: lo sprawl non è mai stato frutto spontaneo di gusti e inclinazioni personali, finalmente appagati da alcune innovazioni tecniche e organizzative del secolo scorso. È stato invece un consapevole modello di sviluppo economico integrato, ruotante attorno ai capisaldi dell’edilizia, dell’automobile e delle relative infrastrutture, autostrade in testa. Poi a cascata giù fino ai beni di consumo durevoli per la casa, in alcuni casi fino cose assurde come la diffusione capillare dell’asciugatrice perché certe norme vietano di stendere i panni, o l’abnorme crescita del fai-da-te, sino ad assumere forme più che caricaturali. Un saggio dell’economista urbano di Harvard, Edward Glaeser, notoriamente lontano mille miglia da qualunque inclinazione di sinistra contro il modello proprietario diffuso, sottolinea ad esempio sino a che punto la costruzione del suburbio «egoista» americano così come è fatto oggi, discenda dal meccanismo di deduzione fiscale degli interessi sui mutui. Che non solo sostiene appunto la proprietà contro l’affitto, ma tende a un consumo esagerato di spazio individuale, energia e altre risorse.

Il tema delle risorse, suolo, acqua, aria, energia, è al centro di un altro filone di dibattito sulla dispersione urbana come modello dominante. Accantonate si spera una volta per tutte certe posizioni negazioniste sul cambiamento climatico, la scarsità petrolifera, l’impraticabilità di una globalizzazione dello sviluppo secondo il modello consumista illimitato, col sostegno degli organismi internazionali si sta molto discutendo di città compatte. Perché garantiscono economie di agglomerazione, perché la concentrazione fa bene alla società e alla conoscenza, perché infine pare il modo migliore di ridurre le emissioni di gas serra e i consumi di energia. E se certa destra politica ed economica pare spontaneamente e onestamente terrorizzata alla sola idea che il loro mondo di linde casette finisca per assomigliare un po’ di più agli alveari di Shanghai, per non parlare dello slum terzomondiale, li si può per certi versi tranquillizzare leggendo le analisi di un marxista doc.

Come può un comunista tranquillizzare certa destra, almeno quella in buona fede? David Harvey nel suo Rebel Cities, confronta i modelli di sviluppo economico capitalistico dal XIX secolo ai nostri giorni: dagli sventramenti nella Parigi di Haussmann, attraverso lo sprawl suburbano automobilistico del secondo dopoguerra, fino al paradiso degli architetti moderni nella Cina comunista di mercato nel terzo millennio. Notando come si tratti dell’investimento di ceti dominanti nella città feticcio e fulcro, attorno a cui poi cresce tutto il resto. Le differenze spaziali sono pura cosmesi del tempo e delle contingenze. Il che, se non altro, spazza via quel genere di schematica interpretazione per cui la democrazia si misura proporzionalmente al numero di metri quadri occupati in proprietà da un nucleo familiare, nonché dai chilometri percorsi in auto per spostarsi da questo spazio privato ad altri spazi, altrettanto privati, dedicati al lavoro, al commercio, al tempo libero. Ci sono libertà e democrazia, guarda un po’, anche in un condominio, anche in un edifico ad appartamenti in affitto dove non si può fare il barbecue in giardino il sabato sera, e per comprarsi mezzo litro di latte basta camminare fino al negozio dell’angolo.

Insomma la città non è necessariamente un luogo che deve in automatico spaventare il capitalista, come capiva bene l’ex sindaco di New York, Bloomberg, capitalista all’ennesima potenza. Che a differenza di tanti suoi più rozzi e ringhianti colleghi ha promosso il piano strategico PlaNYC2030 per il miglioramento ambientale ed energetico; presiede la lega internazionale delle metropoli che concordano politiche integrate (a differenza di quanto riescano a fare gli Stati nazionali) per il contenimento delle emissioni; nel corso della sua amministrazione ha realizzato un gran numero di progetti sull’urbanistica, i trasporti, il verde. Circondandosi di collaboratori e consulenti di alto profilo, da Jeanette Sadik-Kanh protagonista delle piste ciclabili e delle pedonalizzazioni, alla planning commissioner Amanda Burden, nota internazionalmente soprattutto per il parco sospeso della High Line, all’architetto danese Jan Gehl che cura per progetti pilota la compenetrazione fra politiche spaziali di quartiere e mobilità.

Fra i progetti «minori» dell’amministrazione Bloomberg, c’è quello dei nuovi tagli di appartamenti, modificando certi limiti obsoleti, e bandendo preliminarmente un concorso per sperimentare le possibilità. Meno di trenta metri quadri, prescriveva il bando, perché a New York ci sono poco meno di due milioni di nuclei familiari di una, o due, persone, ma solo un milione circa di spazi di dimensioni adeguate. adeguate, si intende, per i portafogli, visto che il prezzo si calcola al metro quadrato. adAPT, così in sigla il progetto, parrebbe voler rispondere in modo abbastanza meccanico al bisogno di case urbane in affitto per giovani lavoratori a reddito medio, replicando con un po’ più di stile (il concorso per architetti richiamerà molte idee innovative) l’antico modello razionalista cosiddetto existenzminimum, tutto fatto di sovrapposizioni, incassi, cose che escono e rientrano, soprattutto tanta adattabilità forzata. Ma davvero siamo alla caricatura che diventa seria? Al bugigattolo di quel film con Renato Pozzetto che solo girandosi nel letto urtava coi piedi nel bagno e con un gomito nella cucina?

Proviamo a essere ottimisti: no, l’idea è un’altra, e lo conferma il forte coinvolgimento del settore urbanistica cittadino: non si tratta solo un concorso di idee per architetti, o di un programma speciale del settore casa, ma almeno in nuce di una possibile idea di città. L’economista Glaeser, nel saggio sulle distorsioni indotte dai mutui deducibili, sosteneva che occorre liberare risorse, oggi investite inutilmente in immobili, valorizzando la casa in affitto: risparmiare terreno per usi agricoli e naturali, e rilanciare il ruolo delle città, dei quartieri densi (affitto e densità vanno a quanto pare insieme), della mobilità pedonal-ciclabile a basso impatto e del trasporto collettivo. L’economista non è un esperto di spazio, la qualità della vita urbana non è direttamente affar suo, e qui entrano in campo altre competenze.

In primo luogo la cultura degli spazi pubblici: è la qualità di ciò che sta fuori dagli appartamentini il punto chiave dell’esperimento di alta densità. All’estremità opposta dell’opulenza un po’ ridicola delle classiche case fuori scala suburbane, dove tutto è privato, stanno quei trenta metri scarsi che idealmente si allargano arricchendosi virtualmente al quartiere e alla città. Non solo perché ovviamente in un quartiere urbano magari c’è il cinema, e non c’è bisogno della «sala proiezioni» annessa al soggiorno. Non solo perché coi negozi vicini è inutile avere una dispensa grande come un locale, per ammucchiare scorte manco si aspettassero guerra e carestia. Ma soprattutto perché è lo stile di vita cittadino a indurre un modello di abitabilità rivolto al quartiere, e non solo alla casa, in cui magari c’è l’orto cooperativo, o comunque le panchine ai giardinetti, e uno spazio per trovarsi anche al coperto, che sia l’atrio della biblioteca rionale attrezzato di wi-fi o altro. Quello dello spazio pubblico è problema anche e soprattutto urbanistico, di cultura, di norme da rispettare, di stretta integrazione fra gli ambiti di proprietà e gestione cittadina, e quelli di proprietà privata regolamentati per un uso pubblico, vuoi per asservimento, vuoi attraverso altri strumenti. Proprio l’odiata pianificazione collettiva, combattuta all’ultimo sangue da quelli che «sappiamo benissimo regolarci da soli». Si è visto con quali risultati.

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