L’anno scorso scienziati piuttosto allibiti riferivano come da studi sistematici si calcolasse nella media dei cervelli umani una quantità di microplastiche e nanoplastiche del peso di una spugnetta da cucina. Successivi approfondimenti rilevavano una varietà assai più ampia di materiali filtrati dall’esterno: siliconi, metalli, fuliggini e altro. I ricercatori del Rush Alzheimer’s Disease Center hanno esaminato in straordiaria precisione il tessuto cerebrale di diciotto persone decedute tra gli 80 e i 91 anni di età. Scoprendo che alcune particelle erano penetrate molto profondamente nel cervello, fino a raggiungere l’amigdala, l’area dove si formano le emozioni e la memoria. Una scoperta che si inserisce nella profonda evoluzione del pensiero riguardo ai rapporti tra inquinamento atmosferico ed effetti che possono connettersi alla demenza, al morbo di Parkinson e all’autismo.
Per anni, si è teso a pensare che l’inquinamento aggredisse il cervello solo in modo indiretto, inducendo infiammazioni e altri effetti sul resto del corpo. Un concetto non ancora del tutto superato. Gli studiosi però stanno indagando sulla possibilità che l’inquinamento agisca anche assai più direttamente. Non si capisce ancora esattamente come quelle particelle riescano ad arrivare fin lì. Si ricostruiscono le vie di spostamento e gli effetti, mentre altre ricerche ci mostrano i potenziali cambiamenti nella struttura stessa del cervello, delle proteine, del metabolismo esposti all’inquinamento. Per collegare ciò che respiriamo oggi a malattie che potrebbero verificarsi tra anni o decenni.
Caleb Finch, professore emerito della Leonard Davis School of Gerontology alla University of Southern California, spiega come esista sempre più chiaramente la consapevolezza di un inquinamento che comincia a insinuarsi già prima della nascita e si accumula poi per tutta la vita. «Molto ancora resta da capire, ma sappiamo comunque che il rischio di demenza cresce in proporzione all’esposizione all’inquinamento atmosferico». Il problema si fa ancora più urgente col cambiamento climatico e le alterazioni che induce nella nostra aria. Condizioni più calde e secche alimentano incendi sul territorio, e siccità e degrado accrescono il rischio di tempeste di polvere: si creano così enormi nuvole di fumo, terra, minerali e altri micrspopici residui sopra città, stati, continenti.
Tre scoperte molto recenti aiutano a costruire uno scenario. Molti studi pubblicati quest’anno sfruttando la UK Biobank, raccolta di informazioni sanitarie sulla popolazione britannica, ci possono dare indizi su come inalare aria inquinata possa condurre a cambiamenti fisiologici nel cervello. Uno degli studi, sul numero di aprile del Journal of Nutrition, Health & Aging, presenta il caso di oltre 400.000 soggetti seguiti per 14 anni di esposizione a vari livelli di inquinamento atmosferico, con 9.000 casi di rilevata demenza. Chi risulta più esposto a PM2.5 — particelle un trentesimo di un capello umano, che entrano nel sistema circolatorio e nei polmoni per inalazione — ha il 14 % di rischio in più di sviluppare demenza, rispetto a coloro che sono meno esposti. Ci sono anche segnali di un invecchiamento biologico più rapido. Più sorprendenti i risultati del cervello: chi è più esposto all’inquinamento presenta ciò che i ricercatori descrivono come «riduzione complessiva e regionale dei volumi cerebrali». Risultati che indicano una possibile evoluzione, dall’inalazione dell’inquinamento, ad un invecchiamento accelerato, all’atrofia del cervello e, infine, alla demenza.
Un secondo studio, pubblicato a maggio in Environmental Pollution, esamina più precisamente cosa può accadere dentro il cervello. Tra oltre 270.000 persone seguite su 14 anni, ad una maggiore esposizione al PM2.5 si associa un cambiamento struttorale dell’ippocampo, area essenziale per l’apprendimento e la memoria. I ricercatori rilevano anche alcuni indizi su cosa potrebbe indurr ei danni. Da mettere in conto infiammazione e cambiamenti nel modo in cui il corpo metabolizza i grassi, ma solo in piccola parte, nel collegamento tra inquinamento e demenza; mentre emerge la possibilità di un percorso alternativo, dalla respirazione dell’aria all’invecchiamento del cervello. Nessuno dei due studi arriva a conclusioni causa-effetto, e l’esposizione agli inquinanti viene considerata rispetto all’ambiente nei pressi di casa anziché nello specifico su ogni individuo, quindi le stime non riflettono il vero assorbimento di una persona. Ma si è certamente iniziato a capire alcuni punti del collegamento tra inquinamento e malattie.
Una delle grandi questioni aperte è quali particelle dell’atmosfera inquinata siano più pericolose. Ciò che respiriamo altro non è che un cocktail variabile di polveri, metalli, gas, elementi chimici: gli scienziati provano a separare le componenti che potrebbero agire di più sulò cervello. In uno studio pubblicato a settembre, si comparano gli effetti di tre diversi inquinanti: scarichi diesel, polveri dal sito World Trade Center, fumo da combustione di legna. I topi cavia hanno respirato ciascuno per cinque ore, dopo le quali sono stati esaminati i cambiamenti nel loro cervello. La sopresa è stato scoprire quanto avessero in comune scarichi diesel e polveri dal World Trade Center. Pur provenendo da fonti così diverse, alterano più di 1.200 geni comuni, compresi alcuni che innescano infiammazione, danneggiano il grasso nelle cellule, trattano l’amiloide, la proteina che si accumula nel cervello delle persone affette da Alzheimer. Per contro, il fumo da legna non induce molti cambiamenti correlati alla demenza.
Scarichi diesel e polveri del World Trade Center risultano carichi di metalli, mentre il fumo da legna non ne ha, e sorge il sospetto che siano proprio i metalli a determinare le forme di inquinamento più dannose al cervello. Certo gli studi sui topi non sempre valgono per gli esseri umani, e cinque ore di esposizione sono molto diverse da ciò che si può respirare sull’arco di una intera esistenza. Ma l’esperimento indica una possibilità e importanti implicazioni: se si tratta del cervello la quantità di aria inquinata conta solo in parte. Ciò che conta davvero è la qualità di quell’inquinamento.
In una delle più vaste ricerche sul rapporto tra inquinamento e demenza a corpi di Lewy, quella più frequente dopo l’Alzheimer, i ricercatori hanno passato in rassegna le cartelle cliniche ospedaliere di 56,5 milioni di americani dal 2000 al 2014. Rilevando come chi abita in zone con elevati tassi di PM2.5 abbia maggiore possibilità di essere ricoverato con due patologie collegate ai corpi di Lewy: demenza e Parkinson. Si trattava di dare una spiegazione a questo collegamento.
Negli esperimenti sui topi, l’esposizione all’inquinamento innesca un’anormale produzione di alfa-sinucleina, una proteina che compone i corpi di Lewy. «È qualcosa che ci ha lasciati davvero sorpresi» spiega lo studioso autore Xiaobo Mao, professore di neurologia alla Johns Hopkins ch eda gennaio inizierà a lavorare come direttore dello Houston Methodist Center for Translational Precision Dementia Research. Il topi dell’esperimento sviluppavano anche contrazione del cervello, morte di cellule nervose e declino cognitivo. Ma esponendo al medesimo inquinamento altri topi geneticamente privati di alfa-sinucleina, non si verificava più quel danno, vale a dire che la proteina anormale svolgeva un ruolo chiave. Il che apre il campo allo studio di future terapie.
I risultati dell’esperimento, pubblicati nel 2025 da Science, potrebbero anche contribuire a risolvere un antico mistero riguardante la demenza dei corpi di Lewy. Gran parte delle persone che sviluppano la malattia non hanno alcun precedente familiare, e gli studiosi sospettano che l’inquinamento possa pesare in modo importante. L’interesse di Mao nell’inquinamento atmosferico comincia nel 2008 alle Olimpiadi di Pechino, quando la città con l’atmosfera notoriamente quasi irrespirabile divenne una questione internazionale. I responsabili cinesi sognavano «giornate di cieli azzurri», limitavano il traffico adottando targhe alterne, chiudevano fabbriche, tutto per diradare quella nebbia di sporcizia. All’epoca Mao studiava nanoparticelle – così piccole che si calcolano in miliardesimi di metro – e iniziò a domandarsi cosa potesse fare tutta quella materia sospesa nell’aria entrando dentro un corpo umano.
Oggi vive negli Stati Uniti, ma decenni di studi sull’inquinamento lo condizionano nel modo di pensare all’aria che respira ogni giorno. Prende delle precauzioni che potremmo definire normali. Bada a cosa respira sia all’aperto che dentro una stanza. Cucinare senza adeguata ventilazione, per esempio, può generare concentrazioni sorprendentemente elevate di particelle. «Il cucinare indoor a volte può essere una delle cose peggiori» spiega. Evita di stare a lungo o addirittura abitare su una strada importante, dove sono molto alti gli inquinanti del traffico. A casa, sostituisce spesso regolarmente i filtri dell’impianto di aria condizionata.Per non parlare delle alte regole d’oro per la salute: dieta equilibrata, movimento stare all’aperto e al sole. Mao pensa di non poter certo controllare tutto ciò che dall’ambiente entra dentro di noi. Ma prova a controllare ciò che riesce: «Ed è una prevenzione che arriva lontano».
da: The Washington Post, 24 ottobre 2026; Titolo originale: New picture is emerging of how the


