La gentrification e l’incauto economista

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Foto J. B. Gatherer

L’espulsione più o meno brutale di chi ha inventato qualcosa, da parte di chi pensa che quella cosa sarebbe piuttosto interessante se solo il suo inventore si levasse di mezzo, riassume più o meno buona parte della storia del capitalismo. Si ripete pressoché all’infinito la medesima vicenda, di quello che sta sperimentando, che so, la ruota, osservato con una certa attenzione dalla caverna di fianco da un altro tizio, il quale non ha in mente di solito alcun miglioramento tecnico (quelli al massimo arriveranno dopo per vie traverse), ma solo di guadagnarci parecchio, rivendendo la pensata a un pubblico festante. Solo, piccolo particolare, si tratta di liberarsi con un bel colpo di clava in testa dell’inventore, o magari di convincerlo a consegnare volontariamente il trabiccolo in cambio di poco o niente, andandosene poi magari a inventare qualcosa d’altro, che sia la lampadina a incandescenza, il telefono, il sistema operativo di un computer. Ci hanno costruito sopra anche tutta la storia del diritto di sfruttamento e dei brevetti sulle innovazioni, su vicende del genere, ma certo applicare a una «invenzione» come la città il medesimo schema sarebbe troppo rudimentale, e così dal cappello del prestigiatore salta fuori la parola gentrification con tutti i suoi annessi e connessi, prevalentemente ideologici.

L’inventore gonzo e il furbo capitalista nell’epoca della loro riproducibilità tecnica

Intendiamoci: quando la sociologa britannica Ruth Glass conia negli anni ’60 il termine gentrification, e definire il processo di trasformazione sociale strisciante ma radicale degli ex quartieri popolari, coglie perfettamente nel segno. E cioè vede esattamente lo stesso meccanismo che una volta si chiamava «sventramento», ovvero demolizione di un quartiere urbano e sostituzione con un altro, abitato da chi aveva potuto permettersi direttamente o indirettamente di finanziare tutto il processo: campagna di stampa sugli orrori, piccone e carriola per tirar giù i vecchi fabbricati tenendo magari buono qualche simbolo folk come ciliegina, e costruzione sulle ceneri del monumento al proprio esclusivo benessere. Gli abitanti precedenti, fuori dai piedi, cacciati chissà dove, magari a «inventarsi» la loro ruota, che sarà poi rubata da altro successivo furbacchione. Perché si tratta esattamente di questo: c’è un nulla, o qualcosa che non vale nulla, e alcune persone con la loro vita e agire gli danno valore, valore urbano, poi dalla caverna accanto qualcuno li vede e decide che sarebbe molto conveniente levarli dai piedi. Lo si può fare in tanti modi, ad esempio cancellando anche l’intuizione di Ruth Glass, e facendo diventare chi fa gentrification un vero salvatore della patria, che «crea ricchezza», altro che appropriarsi di valore altrui.

Economisti al traino, e ti pareva?

C’è almeno una cosa che accomuna la migliore urbanistica agli inventori spontanei di città: entrambi non perdono mai di vista il fattore umano, la qualità dello spazio e delle relazioni, provano per quanto possibile insomma a realizzare degli ideali di giustizia, bellezza, efficienza. Ovviamente il pioniere che si insedia lo fa dal proprio punto di vista esclusivo, mentre l’urbanistica prova a fissare delle regole generali, ma è indubbio che deve restare costante il riferimento alla complessità, alla qualità quotidiana, a cose come il rapporto pubblico privato, la sicurezza perseguita soprattutto per vigilanza spontanea, una specie di ergonomia dei quartieri che sfugge del tutto a chi assume prospettive troppo lontane e specializzate. Lontane e specializzate come sono (vogliono essere, non è mica una condanna) quelle dei tanti economisti che si cimentano con la città, cercando di ridurla alle loro sofisticate tabelline dei valori monetari, ma saltandone a piè pari e allegramente fattori determinanti. Recentemente il pimpante liberalino di Harvard, Edward Glaeser, nel suo influente best seller internazionale Il Trionfo della Città, dava quasi arrogante dimostrazione di questo disprezzo della complessità urbana facendo tutta una sua dissertazione sui «prezzi della casa», a coprire di considerazioni generali forse inattaccabili lunghi paragrafi, e portando poi a sostegno una analisi di lungo periodo di valutazioni immobiliari, su un quartiere dove non abita praticamente nessuno: che ci azzecca lì il prezzo della casa? Nulla, ma spiegatelo a chi appunto disprezza cose come la destinazione d’uso, dettagli ininfluenti. Adesso è il turno del Premio Nobel Paul Krugman, ahimè, ricordarci che degli economisti non bisogna mai fidarsi quando parlano di città. Perché anche lui parte in tromba: «il prezzo della casa cresce da vent’anni rapidissimo, e la colpa è dell’urbanistica: non è una questione di destra o sinistra, ci sono troppi vincoli». Cioè costruite di più e caleranno i prezzi: il dove, il come, per l’economista sono dettagli secondari. Poi ci mandiamo lui, ad abitare nel paradiso della gentrification di libero mercato, magari al pianterreno o seminterrato di quei cosoni post-ottocenteschi firmati dall’archistar sadica di turno, eh?

Riferimenti:
Paul Krugman, Inequality and the city, The New York Times, 30 novembre 2015

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