Urbanizzazione è uno stile di vita

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Foto J. B. Hunter

Girando in tante periferie urbane, capita molto spesso di vedere o in parte attraversare le distese di orti spontanei realizzati a una certa distanza dai quartieri abitati, in zone non strettissimamente limitate alla scarpata ferroviaria o alla striscia a verde lungo un canale sul retro degli edifici. Oggi il mescolarsi non sempre chiarissimo di reazioni al modello della città industriale e pure aspirazioni a «tornare alla campagna», ha reso di gran moda ogni forma di orto, e finiamo per considerarli tutti più o meno nella medesima luce: un tentativo di riportare spazi naturali, magari di interesse alimentare, più vicini a case, fabbriche, uffici, un modo per rendere meno artificiale la città. Anche accettando queste premesse, è impossibile però non notare un particolare molto significativo, ovvero che i modi prevalenti di organizzazione e costruzione (sottolineo costruzione) di questi orti periurbani ricordano più da vicino il modello dello slum, che quello di un piccolo campo di verdure a interrompere il continuum edilizio, così come si vede invece nelle città storiche. Perché guardando attentamente quegli orti si notano tantissimi particolari, singoli e di insieme, dalla cura delle recinzioni e delimitazioni, alla frequenza di landmarks simbolici spesso in forma di veri e propri piccoli improvvisati monumenti, al prevalere di aspetti diciamo così «edilizi» su quelli colturali. In pratica parrebbe che inconsapevolmente quei signori che si fanno l’orto perseguano in un modo o nell’altro un progetto di urbanizzazione, più che di micro-colonizzazione agricola. Non è poco.

Animale manipolatore per destino

Quell’orto periurbano così simile allo slum, progetto di urbanizzazione inconsapevole, salva almeno culturalmente anche certi svarioni di economisti liberali e sociologi improvvisati inclini allo slogan facile, quando si inventano di sana pianta idee di città a dir poco discutibili. Il genere di cantori dello sviluppo ad ogni costo, di solito ambientale in primo luogo, che secondo criteri non molto diversi da quelli usati dai progettisti di architettura tagliano più o meno con l’accetta la realtà: un edificio è un edificio, due edifici con una strada in mezzo sono «città», basta attaccargli un aggettivo a piacere, diffusa, infinita, edge, eccetera. Tutti questi ideologici signori colgono però nel segno, esattamente come i pionieri dell’orto improvvisato tanto simile allo slum, intuendo il sugo profondo del processo che tutti chiamiamo urbanizzazione del pianeta, spesso senza riflettere più di tanto su cosa esattamente significhi. Certo se restiamo a quel primigenio «immaginario da architetti» l’idea dei due edifici che iniziano a costruire città, che diventerà sempre più tale mano mano essi si sommano e si densificano, ne usciremo confusi. Ma se invece torniamo con la mente un istante all’idea di suburbio, o se si vuole di sprawl, tutto appare più chiaro: città altro non è che una rete di relazioni, o un aspirare a questa rete di relazioni, che poi produce stili di vita ed economie. In quel senso, anche la baita sulle prime pendici della catena montana diventa facilmente una specie di periferia urbana o esurbio, se ci posso andare in un’ora di macchina e venti minuti a piedi dall’office park dove lavoro, per godermi il frescolino notturno nell’afosa estate. E anche l’antica pieve persa sull’argine del fiume diventa urbana, se ci arrivano un sentiero per biciclette, il segnale wireless, e qualcuno ci va per tradurre in pace quell’articolo scientifico da consegnare alla rivista via email entro il pomeriggio.

Cosa densificare

Parziale conclusione: se quel che effettivamente si va a cercare con la cosiddetta urbanizzazione planetaria non è tanto l’ammassarsi di esseri umani e masse costruite, ma uno stile di vita relazioni consumi aspettative, possiamo (ed era ora) sganciarci anche dall’idea che il vagheggiato suburban retrofitting, variamente tradotto nelle varie parti del mondo con riqualificazione, densificazione, rammendo dei tessuti, non debba passare per forza da aspetti strettamente edilizi, anzi a volte non considerarli neppure. Se cerchiamo e pretendiamo solo comodità, relazione, prossimità (fisica o virtuale), se anche lavoro informazione idea di abitare identità, non si legano all’ancora pesante e impattante del contenitore edilizio e infrastrutturale classico, allora riusciamo a separare quei due aspetti apparentemente inscindibili, e leggere il substrato ideologico che continua a legarli. Così come ormai ci appare ovvio che chi vuole scorciatoie per costruire capannoni e «rilanciare l’occupazione», non ha in mante altro che non sia la stessa costruzione dei capannoni e valorizzazione immobiliare, dovrebbe essere evidente che anche il «rammendo di tessuti periurbani» non dovrà passare per forza da asfalto, mattoni, precompressi tubature eccetera. La domanda vera, è di uno stile di vita, di aspettative che si soddisfano anche, forse soprattutto, con percorsi di urbanizzazione diversi, assai più virtuali e meno impattanti. Magari anche meno impattanti di quello slum di orti improvvisati da cui sono partite queste riflessioni, arrivando al suburbio-hipster possibile sede di movida che al momento terrorizza qualche progettista americano, come nelle riflessioni un pochino troppo automatiche dell’articolo che segue.

Riferimenti:
Jordan Fraade, Millennials turned cities ‘hipster.’ Can they do the same for the suburbs? The Washington Post, 1 dicembre 2015

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