La resilienza è una cosa seria

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Foto J. B. Hunter

Come ci ricorda il sito di una grande città appena ammessa in un prestigioso programma internazionale, «La resilienza è la capacità di comunità e istituzioni di gestire in modo positivo e innovativo a emergenze ambientali, economiche e sociali anche impreviste o improvvise. Una condizione necessaria per le aree urbane, che entro il 2050 ospiteranno, dal 50% attuale, il 70% della popolazione mondiale». Trattandosi di città, o più in generale di territori urbanizzati, dovrebbe essere chiaro che questa capacità dipenda da fattori umani, organizzativi, ma fortemente mescolati alla qualità spaziale e tecnologica, anche questa sua volta discendente nel tempo dalle medesime capacità umane e organizzative. Ma vediamo più nei particolari le variabili e le modalità di questo intreccio.

La stoffa e l’abito

Resilienza è accessibilità ai modi di esistere, migliorarsi, scambiare, ovvero star bene, fruire di servizi: un atteggiamento e una infrastruttura insieme, quindi. Resilienza è una economia funzionante, ovvero che cerchi equilibrio fra risorse, che cerchi redistribuzione di ricchezza, che usi in modo altrettanto equilibrato gli strumenti materiali per la creazione di tale ricchezza: di nuovo propensione individuale e collettiva sommata a fattori fisici e territoriali. Resilienza è capacità di esercitare e favorire una guida, un orientamento politico, ricomporre la molteplicità ma senza rinunciare alle particolarità, naturalmente traducendo tutta questa spinta (e ridaje, in positivo) in evoluzioni anche fisiche del contesto che la favoriscano e migliorino. Last but not least, resilienza riguarda proprio tutti questi elementi contestuali di contenitore, urbano e naturale, che sono le infrastrutture, i servizi dell’ecosistema, la qualità urbana intrinseca che pure spuntava nelle definizioni precedenti. Così, molto in generale.

Nello sprawl casca sempre l’asino

Prendiamo il problema più classico, ovvero la capacità di un sistema territoriale dato di reagire a un evento climatico traumatico, e dunque verificarne la resilienza. C’è il caso di New Orleans, dove l’uragano Katrina ha colpito pesantemente, innescando nella regione una serie di disastri che sono andati assai oltre gli immediati danni fisici dell’evento. Il giudizio abbastanza concorde di tutti gli studiosi, è che qui abbiano contribuito solo o prevalentemente gli aspetti umani immateriali, mentre l’organizzazione fisica abbia giocato solo amplificando quelle lacune gestionali. Il caso successivo dell’uragano Sandy sulla costa orientale aggiunge una importantissima informazione: i danni sono stati molto più contenuti, e questo grazie alla capacità di coordinamento e guida di amministratori come Michael Bloomberg e il suo gruppo di lavoro, ma c’è dell’altro. Ovvero che è emerso, più o meno a parità di fattori immateriali, quanto contasse la differenza tra organizzazione urbana densa classica, e sprawl suburbano. In particolare, negli ambienti a insediamento disperso ci sono stati molti più danni, e molto più difficile è stata la ripresa. Anche qui non è tutto, perché la scarsa capacità di recupero, stavolta sul solo versante economico e sociale, del suburbio frammentato e segregato per definizione, era già emersa con la recessione economica, e la disparità produttiva degli investimenti pubblici per la ripresa. Adesso, se necessario, risalta fuori la stessa, identica cosa, nel caso di Ferguson, cose piccole ma significative: se nelle tante città dove ci sono state rivolte sociali e razziali, poi ci si riprende attraverso meccanismi assicurativi privati o interventi pubblici, a Ferguson pare che le cose non funzionino. Ennesima riprova che il suburbio, non è resiliente. Ergo, tanto per dirla chiara, è inadatto al terzo millennio, e deve morire. Tanti saluti, sei stato orrendo.

Riferimenti:

Edward McAllister, David Greising, Little money for Ferguson, scene of rare US suburban riots, nota Reuters, 5 dicembre 2014

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