Le barriere New Jersey sono anti-urbane (e non servono contro il terrorismo)

Foto F. Bottini

Settimana scorsa un furgone è stato scagliato sui pedoni che percorrevano Las Ramblas a Barcelona, uccidendo 13 persone e ferendone oltre130, chi lo guidava ha poi ucciso anche una quattordicesima persona per rubare la sua auto e fuggire. Nella medesima giornata cinque componenti la medesima cellula terrorista hanno investito altri pedoni a Cambrils, uccidendo una donna e ferendo sei persone. Cosa possono fare le città? Dal caso di Nizza alla Spagna, negli ultimi dodici mesi abbiamo assistito in tutta Europa a un crescendo di violenza ispirata o comunque attribuita al sedicente Stato Islamico (IS). Anche se numericamente parlando il bilancio delle vittime di tale violenza resta abbastanza contenuto, frequenza e visibilità degli attacchi fanno capire l’emergere di una nuova e particolarmente efficace forma di terrorismo: quello veicolare urbano.

Auto e autocarri vengono utilizzati come vettori di esplosivi da sempre, nella storia della violenza politica moderna. Ciò che appare nuovo in questa ondata di attacchi in Europa è l’uso di auto o camion come armi in quanto tali. Qualcuno ha notato che forse l’estremismo armato ci ha impiegato addirittura un po’ troppo a capirne la potenzialità, visto che ogni anno muoiono in incidenti stradali tante migliaia di persone. Il tipo di arma usato, corrisponde al tipo di violenza, e quindi l’emergere dell’attacco veicolare urbano segna una tendenza dell’estremismo politico europeo: cosa ha indotto questa evoluzione tattica, cosa significa, e come possiamo risponderle?

Una analisi delle tendenze

In primo luogo, l’attacco veicolare urbano si verifica in un particolare contesto strategico: quello che vede una guerra convenzionale contro IS condotta sui fronti di Siria e Iraq. Nello scorso anno si è molto rafforzato l’impegno in quel senso, e di conseguenza IS – oggi posto sotto assedio nella sua base a Raqqa – ha via via perduto territori e città. Ciò comporta due cambiamenti di scenario: da un lato per IS diventa meno agevole continuare il reclutamento di persone da inviare in Siria dopo aver creato una base di militanti e sostenitori in Europa; e poi si è ridotta la possibilità di addestrare i nuovi reclutati nelle tecniche necessarie (ad esempio come costruire bombe). In questo contesto strategico, si passa dal campo della complessità internazionale a quello del sostegno locale, per lanciare comunque attacchi di qualunque genere, con qualunque mezzo a disposizione. E diventa ideale quello con un’auto o un camion: una volta avviato il motore, tutto ciò che serve è scagliarlo su un luogo affollato.

In secondo luogo, c’è l’obiettivo di colpire comuni cittadini che si stanno divertendo, e ciò rende luoghi prevedibili degli attacchi gli spazi pubblici delle città. Spazi che da sempre rappresentano il punto focale della città europea, attaccando i quali si colpisce qualcosa di profondamente identitario. Diventa un modo per affermare la presenza dello Stato Islamico, e diffondere la consapevolezza che uno stile di vita che si dava per scontato oggi non lo può essere più. Le città sono per definizione luoghi di densità e pluralità, dove la folla si mescola e si confronta. L’attacco veicolare, semplicissimo, ha come presupposto esattamente quella densità fisica: per fare molte vittime, basta scagliare il veicolo contro un gruppo di persone che non hanno la possibilità di disperdersi rapidamente. E lo spazio pubblico diventa il luogo ideale.

In terzo luogo, questo genere di attentato urbano non richiede grandi decisioni o preparazione, ed è imprevedibile, il che si adatta magnificamente a una forma di terrorismo alla ricerca dell’obiettivo più facile. L’attacco veicolare è flessibile, immediatamente praticabile e semplice da eseguire quando se ne presenta l’occasione. Se il piano iniziale per Barcelona era una grande esplosione, poi il passare all’attacco veicolare dopo l’incidente nella villetta di Alcanar è stato velocissimo ed efficace. Il che fa capire quanto sia difficile prevenire un terrorismo del genere. La polizia prova a scoprire in ogni modo piani del genere nel loro svilupparsi a qualunque stadio, ma qui tutto quel che serve sono una persona e un’auto o un camion. Come dimostrato nel caso di Westminster, non si ha nessuna traccia da seguire, prima che si verifichi, nessuna indicazione preventiva di ciò che accadrà.

Una possibile risposta

Nella scia degli attentati, è logico chiedersi come si possa pensare ad una risposta. E partire dalle possibilità di ripensare in qualche modo l’ambiente urbano per bloccarli, questi attacchi veicolari. In molte città europee sono state installate barriere (fisse o mobili) o alcuni tipi di arredi (sicurezza con un trattamento cosmetico) in grado di bloccare auto o camion dall’entrare dentro gli spazi pubblici. E se ne era anche parlato per Las Ramblas, di misure del genere. Ma non si tratta di una soluzione totale. Si usano spesso, i dissuasori, per controllare l’ingresso di auto, furgoni, autobus, camion in certe zone delle città, come quelle pedonalizzate dello shopping. Ma basta avere un veicolo autorizzato per poter entrare, è sufficiente che l’attentatore rubi uno di quelli. E soprattutto: i cittadini sono disposti a blindare così il proprio spazio pubblico? Certi tipi di barriera rendono difficile disperdersi, comunicare, chiedere soccorso. Per molti versi blindare spazi urbani vuol dire sacrificare esattamente la qualità essenziale che abitanti e turisti cercano: pluralità, apertura. Per non parlare di quanto costerebbe, blindare davvero ogni spazio sensibile, col rischio che certe azioni di trasformazione urbana finiscano solo per spostare il rischio altrove. Un tema quindi da affrontare con estrema cautela.

E quindi torna il fantasma eterno del tipo di interventi necessari a prevenire l’estremismo violento prima che si manifesti. Che possiamo dividere in linea di massima in due categorie: indagini, e contro-azioni. Entrambe non prive di rischi visto che aumentare le indagini vuol dire mettere a rischio la privacy e compiere azioni di contrasto significa sollevare proteste da parte di alcune comunità che si sentono vittimizzate. Ci sarà da ricostruire attentamente il percorso compiuto dagli autori degli attentati veicolari, alla ricerca di tratti comuni, anche se al momento i denominatori comuni paiono molto scarsi, tra i vari autori di queste violenze estremiste. Quel che sicuramente condividevano è la disponibilità a mettersi al servizio di una ideologia. Le forme assunte dalle violenze poi varieranno, così come accaduto con l’emergere degli attacchi veicolari urbani, seguendo l’evoluzione del grande quadro strategico generale. Noi dovremo pensare a modi sempre nuovi (anziché intrusivi) per contrastare l’aspetto ideologico: se c’è un fattore chiave nel contesto urbano per la nostra tattica, non sta certo in nuove barriere, ma negli stessi cittadini abitanti.

L’autore è un esperto di politica internazionale – Il testo è stato ripreso dal sito britannico http://www.governmentbusiness.co.uk/ Titolo originale: How should cities respond to urban vehicular attacks? Scelto e tradotto da Fabrizio Bottini

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