Perché costruire New Town in Gran Bretagna (1951)

Non sempre si coglie quanto le grandi città e conurbazioni britanniche dentro le quali vive metà della popolazione, siano un prodotto dell’ultimo mezzo secolo di veloce crescita. Sino ad allora qualunque città aveva dimensioni molto limitate, che raramente superavano un raggio di un chilometro, e una popolazione al massimo di qualche decina di migliaia di abitanti. Uno dei fattori condizionanti era la necessità di coltivare il proprio cibo, dato che il sistema primitivo dei trasporti impediva di farlo arrivare da più lontano in grandi quantità. Da qui deriva il concetto della «green belt» agricola attorno alle città, fortemente radicato nella cultura di tante civiltà. Ebrei, Greci, Romani, tutti tentavano in vari modi di contenere le dimensioni delle proprie città, sia conservando attorno ad esse superfici coltivabili e a pascolo, sia «sciamando» e fondando città nuove quando le vecchie superavano le capacità produttive agricole dei propri territori.

La medesima tradizione prosegue in epoca medievale europea, dove ad esempio nell’area germanica si fondano sull’arco di 400 anni ben 2.500 città. Ma sin dall’epoca più antica esiste anche la tendenza opposta, delle città ad espandersi continuamente, man mano le famiglie più ricche occupano superfici in periferia per le proprie case e giardini, a godere al tempo stesso dei vantaggi urbani e della campagna. Questa ambizione del cittadino ad accedere alla campagna è fortemente radicata, ma continuamente frustrata dall’espansione della città. Thomas Moore la esprime nella sua Utopia, prima profetica visione della città giardino del futuro. Le cinquanta città circa di cui si compone Utopia distano trenta chilometri una dall’altra; l’abitante urbano ha grande familiarità sin dall’infanzia con la campagna che dà da mangiare, ne conosce i mestieri, la raccolta delle messi.

Ma invece di realizzare l’Utopia, venne la rivoluzione industriale, rendendo inevitabile il gonfiarsi di città enormi. Tutto spingeva a infrangere l’equilibrio città-campagna interdipendenti l’una dall’altra. Le nuove fabbriche e laboratori chiedevano lavoro non qualificato in grandi quantità, provocando dense concentrazioni di popolazione attorno ai centri produttivi, esseri umani a badare alle macchine. Strappati alla terra dalle leggi che autorizzavano le enclosures con le relative tecniche di coltivazione, i lavoratori erano spinti come un gregge verso i grigi tuguri cresciuti attorno alle fabbriche nelle città industriali. Misere e squallide abitazioni si ammucchiavano tra un impianto e l’altro, tra un magazzino e l’altro, mucchi di scarti fumanti e scambi ferroviari da cui passavano carichi di cibo scadente importato da lontano per i lavoratori, e carichi in uscita dei prodotti della loro fatica verso i mercati mondiali.

Le città crescevano, senza forma alcuna e prive di bellezza e dignità, e ancor oggi, nonostante un secolo di riforme e interventi, ce ne restano ancora in ricordo ampie superfici, di una Gran Bretagna che certo si arricchiva più di ogni altro paese al mondo, ma lasciava questa eredità di brutture urbanistiche. Che ci servano da orribile promemoria delle conseguenze di una pessima programmazione, della mancata risposta ai più elementari bisogni di donne e uomini. Fu alla fine del XIX secolo, che mentre già molti si allarmavano per la necessità urgente di far qualcosa per lo slum malsano, che Ebenezer Howard capì quanto l’unica possibile cura efficace a tutti questi mali del sovraffollamento, nelle città in cui vivevano tanti suoi connazionali, potesse essere la fondazione di nuove città. Da innovatore, Howard vedeva quanto le aree urbane del suo tempo fossero antiquate, inadeguate per l’abitazione umana, e così ne concepì un’altra, la prima città giardino, più rispondente alle esigenze dell’epoca e adatta ai bisogni essenziali.

Il suo libriccino, To-morrow: a peaceful path to real reform, pubblicato per la prima volta nel 1898, fu riproposto con alcune revisioni quattro anni più tardi con un altro titolo, Garden Cities of To-morrow, e destinato a rivoluzionare l’urbanistica in tutto il mondo. Attento osservatore, Howard sottolinea la capacità attrattiva della «Calamita Urbana» grazie all’offerta di lavoro, buoni stipendi, e in generale le cosiddette mille luci della città, ma tutto al prezzo di subire i fumi, l’inquinamento e sporco, quartieri malsani. Nota però anche l’attrazione della «Calamita Rurale» – qui salute, aria buona, bellezze panoramiche – ma al costo di salari bassi, apatia, arretratezza. Si pone quindi il problema di «Come restituire il popolo alla terra, questa nostra bella terra, il suo bel soffitto di cielo, il vento che soffia, il sole che la scalda, la pioggia e la rugiada che la bagnano, segno concreto dell’amore di Dio per l’uomo». E lo risolve col concetto di una «Calamita Urbano-Rurale» che unisca i vantaggi dell’una e dell’altra escludendone i difetti. La città giardino che propone sarà contenuta nella dimensioni, e non semplicemente un «centro urbano con dei giardini», ma una vera e propria città dentro la propria campagna, a cui tutti avranno accesso, e non solo chi se lo trova con l’espansione suburbana subito pronta a cedere alla città che tutto ingoia.

Questa nuova città sarà compatta – ci stanno circa trentamila persone entro un raggio di un chilometro, poco meno di cento abitanti ettaro – e quella proposta che definisce «sintesi di varie idee esistenti» rappresenta la base di quanto è via via diventato parte integrante l’urbanistica moderna. Per esempio la necessità di decentrare in modo programmato sia popolazione che industrie dalle città sovraffollate e troppo grandi, verso centri minori di dimensioni contenute, così che i loro abitanti possano stare vicino al posto di lavoro, alla campagna aperta, a negozi e divertimenti, e poi parchi, scuole, verde privato. La conformazione fisica di quesi centri verrà decisa sin dall’inizio e su tutta la superficie interessata, compresa la circostante fascia a destinazione agricola, di proprietà e gestione semi-pubblica o di ente fiduciario che conferisca gli incrementi di valore alla collettività. La costruzione e la qualità del progetto architettonico sarà definita da apposite convenzioni e concessioni, che fissano anche precisamente le densità massime; organizzate le zone residenziali e produttive, e l’insieme articolato per quartieri o «sezioni» [ward, tradizionale circoscrizione amministrativa locale britannica n.d.t.] relativamente autosufficienti. Dentro questo quadro generale prestabilito, potranno poi svilupparsi autonomamente e liberamente la vita urbana e le sue attività e relazioni socioeconomiche. Howard era certo che la sua città sarebbe cresciuta, e ci descrive anche come evitare ceti errori di crescita caratteristici della città attuale:

«Come crescerà? Come potrà rispondere ai bisogni di chi ne è attratto dai suoi numerosi vantaggi? Finirà per costruire dentro la zona a destinazione agricola che le sta attorno, distruggendo così ciò che la definisce come “Città Giardino”? Certamente no. Certo questo devastante destino si avvererebbe se i terreni attorno alla città fossero, come accade oggi normalmente, di proprietà di singoli individui ansiosi di trarne profitto. In quel modo, saturandosi la città, le superfici agricole raggiungerebbero la “maturità” della destinazione edilizia, e ne verrebbe così distrutta la bellezza e salubrità […] Ma la città giardino certamente crescerà, solo lo farà …. realizzando un’altra città giardino oltre la propria fascia di “campagna” ad una certa distanza, così che anche il nuovo centro possa averne una. Col tempo, realizzeremo un sistema di città … organizzate attorno a una centrale così che ciascun abitante del sistema, pur in un certo senso residente nel centro minore, abiterà di fatto godendone tutti i vantaggi, nella grande bellissima città; e tutto questo, con a portata di mano, a pochi minuti a piedi o coi mezzi, le frescure della campagna, campi, boschi, non solo parchi e giardini».

La visione di Howard e l’entusiasmo del piccolo gruppetto di idealisti che si raccoglieva attorno a lui, riuscirono a fondare la prima Città Giardino a Letchworth nel 1903. Seguì una certa quantità di imitazioni, e soprattutto distorsioni dell’idea fondamentale. Comunque sia, quella prima città esercitò un’influenza profonda sull’urbanistica in tutto il mondo, anche se certo non si trattava proprio del genere di influenza sperata dal suo ispiratore. Poi curiosamente ce ne fu solo un’altra, di città giardino, quella di Welwyn, nel 1920. Perché questa straordinaria idea, che avrebbe potuto rivoluzionare l’intera storia dello sviluppo urbano, non prese piede? I motivi sono molti, complessi, e qui possiamo soltanto accennarne alcuni.

La rivoluzione dei trasporti prodotta dalla macchina a vapore aveva contribuito a creare le città dense e congestionate del XIX secolo. La seconda rivoluzione dei trasporti – il motore a benzina e quello elettrico – contribuirono a far filtrare la popolazione all’esterno, nella fascia suburbana, inducendo il classico modello novecentesco dello sprawl. Tutti, salvo chi era molto povero, potevano abitare là dove un tempo solo i ricchi, chi possedeva una carrozza, potevano permettersi, a cavallo tra città e campagna. Contro questo decentramento spontaneo non governato, il Movimento per la Città Giardino appariva impotente (anche se un particolare del piano di Letchworth di Raymond Unwin – il sistema a bassa densità di trenta alloggi per ettaro – diventava lo standard accettato comunemente dell’insediamento suburbano. Ironia della sorte, proprio la sterminata dispersione suburbana che la città giardino avrebbe potuto prevenire, si realizzava secondo un criterio puntuale fissato dai suoi urbanisti).

Bastavano ampi spazi verdi e qualche accorgimento di giardinaggio, per eleggere a «Sobborgo Giardino» qualunque cosa, ma la somiglianza con la Città Giardino finiva lì. Come ci racconta F.J. Osborne, senza alcun dubbio è proprio questa grossolana confusione terminologica che contribuisce al trionfo del sobborgo sulla città giardino. Invece che per nuclei urbani separati da altri con una fascia di campagna, le città iniziano a disperdersi su smisurati tentacoli di «insediamento a nastro» lungo le direttrici automobilistiche principali, verso i centri alimentati anche dalle ferrovie suburbane. Questa crescita periferica porta molte persone in effetti verso migliori condizioni di prossimità agli spazi aperti, ma si tratta di una situazione solo temporanea, con parecchie conseguenze negative.

Gli spostamenti verso il posto di lavoro in città diventano lunghi, stancanti, costosi. Lo stile di vita è modificato e penalizzato da queste importanti spese di viaggio, e le occasioni di tempo libero conquistate sono subito perdute negli ingorghi o nei disagi sui mezzi pubblici sovraffollati. Senza occasioni di lavoro, senza gli stimoli della città, i nuovi quartieri restano solo dormitori privi di vita sociale e di senso proprio. Senza i classici luoghi di aggregazione, senza alcun orientamento o guida, non sorprende affatto che questi nuovi insediamenti non costruiscano comunità. Le loro caratteristiche sono apatia, frustrazione, isolamento. L’orgoglio civico, il senso di appartenenza a un luogo, quasi sparisce. C’è la segregazione dentro grandi «riserve monoclasse», già iniziata spontaneamente nei decenni precedenti, ma poi accelerata al punto da divenire modello di tessuto sociale nazionale, base delle politiche pubbliche dell’abitazione creando quartieri esclusivi del genere per la classe lavoratrice.

Tra le altre disastrose conseguenze, la perdita di mezzo milione di ettari di superfici agricole ai margini delle zone urbane, fondamentali per la produzione di alimenti, o l’impossibilità di accedere a gradi spazi aperti per moltitudini di cittadini, oltre a creare insolubili problemi di traffico per città progettate sui criteri della mobilità a trazione animale. Fra le ragioni di questa espansione periferica, i costi crescenti dei terreni in area centrale. Per i più poveri che non potevano permettersi la residenza suburbana, o la distanza dal posto di lavoro, questo significò reinsediarsi in grossi complessi di appartamenti in affitto nelle zone del vecchio slum. Altre sovvenzioni per la casa furono necessarie per coprire gli enormi costi dei terreni: sovvenzioni di fatto alla peggior forma di insediamento, e penalizzando la maggior parte delle famiglie numerose, che non potevano spostarsi nel suburbio.

In questo periodo di sviluppo spontaneo ingovernato, Letchworth e Welwyn, gli unici esempi realizzati dell’idea di città giardino, crescevano lentamente ma continuamente, nonostante grandi problemi e difficoltà, gettando a modo loro luce sulla questione delle città nuove. Perché nonostante le distorsioni e la cattiva informazione sull’idea fondamentale, il movimento per la città giardino proseguiva la sua azione entusiasta per quanto isolata, di propaganda per una cultura urbanistica del decentramento pianificato di popolazione e attività, attraverso la realizzazione di new town. Con un successo davvero insperato, alla fine. L’onda dell’edificazione continuava a dilagare sui campi aperti, a ritmi che iniziavano a destare preoccupazioni. Nel 1920 una Commissione Governativa presieduta da Neville Chamberlain (Unhealthy Areas Committee) aveva raccomandato l’allontanamento delle fabbriche da alcune zone di Londra verso città giardino, e di nuovo nel 1934 il rapporto Marley raccomandava di realizzare centri satellite sul modello di Welwyn. Ma la depressione economica degli anni ’30 nel Nord industriale e nel Galles del Sud accelerava lo spostamento di popolazione e industrie verso Midlands e regione londinese, finché il Commissario per le Zone Speciali dichiarava necessariamente il gonfiarsi di Londra «una minaccia nazionale».

Fu però con la istituzione della Commissione Barlow da parte di Chamberlain nel 1937, che si aprì la strada a un approccio propositivo alla programmazione, così come mai era accaduto nel quadro legislativo precedente. Riferendo nel 1941, la Commissione sottolineava che «il continuo spostarsi della popolazione industriale verso Londra … costituisce un problema economico, sociale, strategico, che richiede immediata attenzione», raccomandando decentramento, o dispersione pianificata di abitanti e attività, dalle zone congestionate, così da sostenere un ragionevole riequilibrio tra le varie regioni della Gran Bretagna, attraverso la costruzione di città giardino e centri satellite, oltre che lo sviluppo di piccoli centri già esistenti. Anche questo rapporto avrebbe potuto seguire il destino di altri moniti che l’avevano preceduto, se non fosse stato pubblicato in un’epoca in cui le bombe scavavano enormi vuoti dentro le città, rendendo urgenti misure di decentramento strategiche e di ricostruzione.

Facendo propria la richiesta di istituire una Autorità Centrale per la Pianificazione, il Governo di Coalizione nel 1943 istituì il Ministero per l’Urbanistica, anticipando che i contenuti del Town and Country Planning Act approvato l’anno successivo avrebbero favorito la dispersione di abitanti e industrie verso città nuove o piccoli centri ampliati a qualche distanza da quelli esistenti. Il grandioso piano predisposto per la Greater London da Sir Patrick Abercrombie fu una brillante creativa interpretazione di questa politica di decentramento. Per dare respiro alla congestione londinese, e consentire una ricostruzione delle sue zone «incursionate» o «degradate», consentendo così dignitose condizioni abitative e ragionevoli quote di spazio aperto, il Greater London Plan prevede che 1.200.000 abitanti abbandonino la zona centrale della città. Dopo lunghe consultazioni con l’autorità governativa sull’assetto della regione londinese, si stabilì che da questa considerevole cifra, 300.000 fossero destinate alle new town, 800.000 a villaggi o cittadine da ampliarsi oltre la fascia di rispetto agricola, e gli altri ricollocati nelle aree industriali decentrate nel resto del paese.

Nel 1945 fu istituita la Commissione per le New Town presieduta da Lord Reith, a predisporre i principi guida secondo cui i nuovi nuclei dovessero «essere localizzati e organizzati, in modo contenuto e autosufficiente, equilibrato, per abitare e lavorare». Dopo la pubblicazione del relativo Rapporto nel 1946 venne approvato il New Town Act che autorizzava il varo delle Development Corporation. Completavano il quadro la Legge sul Decentramento Industriale del 1945, e la successiva Legge Urbanistica del 1947. Le argomentazioni a sostegno della politica delle città nuove sono abbastanza semplici da riassumere. Poco è cambiato nel mezzo secolo trascorso da quando Howard denunciava il problema per la prima volta, salvo che oggi la terribile minaccia della bomba atomica alla nostra intera civiltà aggiunge nuova grave urgenza alle necessità di una politica di dispersione.

Tre le linee di azione possibili per la crescita urbana. Se vogliamo liberarci dei quartieri di tuguri degradati al centro, delle zone martoriate della prima periferia, dobbiamo trovare spazi per la loro popolazione in eccesso. La prima soluzione è di realizzare magnifici complessi multipiano di appartamenti in centro. Eccellenti architetture, ma forse poco adatte come ambienti per quelal fondamentale attività che è far crescere una famiglia con bambini. La seconda soluzione è di proseguire la vecchia politica di realizzazione di quartieri residenziali ai margini della città, divorando la green belt, privando moltitudini dei loro spazi aperti di campagna accessibili, acuendo i problemi dei trasporti, creando quartieri dormitorio suburbani privi di identità e senso di appartenenza. Nel caso di Londra si potrebbero addirittura portare avanti, spinti dall’urgenza, entrambe queste politiche contemporaneamente, ma esse sono intrinsecamente sbagliate, e resta la terza: la dispersione pianificata di popolazione e attività verso città nuove, collocate oltre la fascia della green belt agricola. Una scelta che in realtà si traduce in due, scelte, ovvero sia costruire new town vere e proprie, sia portare abitanti e attività verso centri minori della regione che abbiano sia la necessità che la volontà di crescere ordinatamente. Resta, il problema sociale e comunitario inerente la creazione delle New Town.

da: Towns of Today and Tomorrow, National Council of Social Service, Londra 1951 – Estratti e traduzione a cura di Fabrizio Bottini

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