Le soluzioni soggettive creano guai in città!

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Foto M. B. Fashion

Le percezioni soggettive sono l’unica cosa che abbiamo a disposizione? Si e no. Nel senso: dalle percezioni soggettive, più o meno spontanee, si parte sempre per individuare un problema, magari circoscriverlo, scovare nuovi spunti, ma c’è ben altro, e si tratta altrettanto semplicemente di riconoscere che chiunque ci circonda, magari dentro il medesimo ambiente o contesto che stiamo percependo soggettivamente, elabora o ha elaborato in qualche momento cose proprie assai diverse dalle nostre. Valgono necessariamente di meno? Certo che no. Se lo si riconosce, questo punto di partenza, andiamo nella direzione giusta, se lo si ignora, incaponiti dentro il nostro universo autoreferenziale, magari si arriva un po’ prima all’obiettivo, però quasi sempre all’obiettivo sbagliato. Nelle cose urbane (che già detto così dà una vaga idea di vertiginosa molteplicità, altro che visione soggettiva!) il modo più classico e noto di esprimersi dell’approccio soggettivo è il cosiddetto atteggiamento nimby: non permettetevi di cambiare nulla attorno a me, ve lo proibisco. Usato di norma a descrivere l’azione di alcuni comitati locali contro certe trasformazioni del territorio, quel perentorio avviso not in my backyard interessa però in senso lato anche l’atteggiamento mentale, sia di opposizione che di proposta/progetto, quando appunto si esclude o ridimensiona al minimo l’apporto di altri aspetti o posizioni. Molti in passato l’hanno definita balcanizzazione metropolitana, una specie di arroccarsi in tribù nemiche, sino a negare l’esistenza stessa delle complessità, della cooperazione, delle relazioni classiche dell’ambiente urbano e che lo caratterizzano.

Io soggetto debole coi miei problemi specifici

Come ci raccontano spesso gli studi sociologici e sui temi della partecipazione locale in urbanistica, l’atteggiamento nimby, comunque lo si voglia ribattezzare o ridefinire, è un dato e sintomo prezioso, al pari di quella percezione soggettiva da cui era nato. Indica un disagio, comunque lo si voglia osservare, indotto dalla trasformazione o dalla prospettiva della trasformazione, dalla paura che incute. Ma si tratta, appunto di un sintomo, che potrebbe anche essere contraddittorio, specie se poi pretende a tutti i costi di trasformarsi magicamente in una proposta, a sua volta di ipotetica trasformazione. Caratteristico l’approccio dei soggetti deboli, come i bambini: c’è una cosa che mi piace, e un’altra che non mi piace, cancelliamo la prima, e lasciamo dilagare la seconda. Le conosciamo tutte quelle sedute di progetto «la città dei bambini» in cui più o meno tutti i quartieri vengono sostituito dalla foresta pluviale, magari completa di uccelli variopinti, carnivori di grossa taglia, mamma in grembiule seduta su un vulcano sovrastante a controllare il panorama. Ovviamente nel caso dei bambini va da sé, che i disegni dell’amazzonia da cartone animato vadano quantomeno interpretati, ma purtroppo non sempre succede così, perché ci sono altri soggetti «deboli» assai più in grado di esercitare pressioni dirette: le donne nella società maschilista, i ciclisti nella metropoli auto-centrica, gli anziani nell’universo schiacciato sulla produttività, eccetera. Tutte queste categorie sono ben in grado di esprimere «progetto» compiuto, e addirittura di portarlo a compimento: peccato che si tratti del progetto sbagliato, tale da non risolvere affatto il vero problema, e a volte di indurne di più gravi ancora.

Segregazione mentale

L’approccio ingegneristico alla città moderna per sua natura segmenta non solo (doverosamente) l’analisi, ma finisce anche per riversarsi in proposte parziali, concepite e attuate come tali, e la cui somma aritmetica mal si adatta alla complessità dentro cui vengono calate. Il caso più noto ed evidente è quello delle strade, e delle forme assunte quasi spontaneamente dai ragionamenti che le riguardano. La strada in genere esiste prima della città, oppure viene definita da una serie lineare di arretramenti degli edifici rispetto a un tracciato più o meno rettilineo o sinuoso. Già questa osservazione dovrebbe chiarire quanto essa sia inconcepibile senza le funzioni che vi si affacciano, il luogo in cui si snoda, le attività che la percorrono e attraversano. E invece schematizzazione vuole che la strada sia non solo analizzata, ma concepita poi in quanto tratto che collega il punto A al punto B, il resto non conta. Efficientissimo, il nostro segmento, per andare da A a B, meglio ancora se col mezzo di trasporto specificamente pensato (i nostri piedi, il treno, una bicicletta, un’automobile) e su cui quella strada è specializzatamente plasmata. Ma come sappiamo molto bene, tra A e B ci sono tantissimi altri punti, e pur «soggettivamente» ci capiterà certo di volerci andare, o di fare in tutto o in parte il medesimo percorso con mezzi di trasporto diversi. La soluzione sperimentata (si è fatto anche questo) a volte è di affiancare segmenti identici e specializzatissimi: il marciapiede AB, l’autostrada AB, la ciclabile AB, o magari un bel tubo a sezione variabile che li contiene tutti, uno sopra, l’altro sotto, in quei disegni che si vedono ogni tanto. Beh, lo sappiamo come va a finire, no? La città quei trabiccoli li sputa senza neppure masticarli, e insistere vuol dire farsi del male da soli. Cambiamo metodo: il soggetto debole, la percezione soggettiva, vanno usati come sintomo, malattia e soprattutto terapia, sono un’altra cosa.

Riferimenti:

Terry Slavin, ‘If there aren’t as many women cycling as men … you need better infrastructure’, The Guardian, 9 luglio 2015

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