Le tre che fecero la rivoluzione

A una cena lo scorso autunno, parlavo del fatto che Women’s Strike for Peace aveva prodotto cose straordinarie nei primi anni ‘60, contribuendo tra l’altro alla fine dello House Un-American Activities Committee (HUAC, del senatore McCarthy). Un noto commentatore politico che mi sedeva di fronte ribatteva ridacchiando che le donne dello WSP non avevano avuto particolare peso, e a quell’epoca lo HUAC non esisteva più. Aveva torto in entrambi i casi, ma la sua reazione non era affatto sorprendente. Il modo in cui la gente parla dei decenni fa pensare che i 50 e i ’60 non abbiano avuto alcuna soluzione di continuità e di conseguenza cancellano la prima metà dei secondi per chiare “anni ‘60” solo la seconda, l’epoca che l’immaginario popolare vede come l’assalto rivoluzionario di un pugno di giovani uomini contro la guerra. In realtà, quei giovani presero in consegna la sfida rivoluzionaria sollevata in parte da alcune donne di mezza età, che lanciarono alcune delle idee chiave, combattendo alcune delle prima battaglie per difenderle. La radicale e potente Women’s Strike for Peace lo fece nelle strade (e nelle aule della politica: Eric Bentley, nella sua storia dello HUAC, riconosce allo WSP l’aver inferto il colpo fatale nell’autunno della “Bastiglia dello HUAC” nel 1962). Jane Jacobs, Rachel Carson e Betty Friedan lo fecero coi libri.

Quello della Jacobs, The Death and Life of Great American Cities, comparve nel 1961; Silent Spring della Carson uscì l’anno seguente; The Feminine Mystique della Friedan nel 1963. Tre bombe intellettuali che aggredirono collettivamente quasi tutti gli istituti della società Americana, e in generale delle società industriali occidentali.
La Jacobs irruppe nella città reinventata del dopoguerra, nell’ossessione degli urbanisti per segregare la casa rispetto al lavoro, i ricchi rispetto ai poveri, la residenza dalla strada col suo commercio, le attività economiche dalla residenza, le persone l’una dall’altra, rimodellando le città nel suburbio: secondo una fede nel progresso, nella tecnologia, nel controllo sociale. La Carson mise in discussione radicalmente la fiducia nella grande scienza, e le sue nuove soluzioni disastrose a problemi vecchi di secoli, e forse anche il vecchio punto di vista cartesiano sul mondo per frammenti isolati, che sostituì con una preveggente visione di ecosistema in cui le contaminazioni come quella del DDT si spostavano dai propri punti di origine a toccare e contaminare ogni cosa. La Friedan toccò il lato femminile dell’
American dream, le questioni di genere, patriarcato, la famiglia del ceto medio suburbano, chiudendo il cerchio di questo assalto. Dopo tutto, la suburbanizzazione graffiata dalla Jacobs era pensata per produrre le medesime vite private indagate dalla Friedan. Insieme, queste tre scrittrici si rivolgevano ai grandi versanti del moderno progetto di controllo del mondo in ogni sua dimensione, portando ampi attacchi sulle questioni della natura, delle donne, su tutto quanto fosse caotico, diverso, affollato, povero. Il loro lavoro ha trasformato le nostre percezioni del mondo interno della casa, del mondo esterno delle città, e del regno più ampio della biosfera, spalancando nuove vaste possibilità di trasformazione sociale.

È vero, come hanno sostenuto alcuni critici, che sia Jacobs, che Carson e Friedan in gran parte abbiano evitato un analisi sistemica approfondita. Eppure questo sforzo è implicito nel riferimento costante della Friedan a operatori di mercato e pubblicitari che vogliono mantenere le donne buone consumatrici, nel fastidio della Jacobs per le soluzioni calate dall’alto e ai costruttori dei grandi piani, nella condanna della Carson per l’industria chimica e le monocolture dell’agribusiness facili alle aggressioni dei parassiti. Silent Spring recita, “C’è ancora molta poca consapevolezza sul tipo di minaccia. Questa è un’epoca di specialisti, ciascuno dei quali vede il suo problema ma non vede o vede con fastidio il quadro più ampio entro cui si inserisce. È anche un’epoca dominate dall’industria, dove il diritto di far soldi ad ogni costo è raramente messo in discussione”. Rileggendo i loro libri, mi chiedo se non danno alla bestia il nome usato dai loro contemporanei della vecchia sinistra perché questi offrivano un’alternativa poco gradevole al capitalismo industriale, ed erano perseguitati per questo. O forse semplicemente non erano interessate a quel tipo di grande narrazione: dopo tutto i loro libri erano ampi a sufficienza.
Ciò che è più importante, il socialismo standard dell’epoca era assai meno radicale del “riformismo” presentabile di queste tre scrittrici, nella misura in cui accettava la premessa di una civiltà con un difetto originario. Acquattata in questi tre libri, come idea inespressa e forse inesprimibile, c’è la ricerca di una critica alla società industriale nel suo insieme, e forse ad altri aspetti della civiltà occidentale, andando a ritroso sino a quando Adamo diede la colpa a Eva. Se mancarono di unirsi alla rivoluzione del proprio tempo, prepararono il terreno per quella più grande che sarebbe venuta: ripensare la natura, l’agricoltura, l’alimentazione, genere, sesso, razza, vita familiare, casa e abitazioni, trasporti, uso dell’energia, idee sull’ambiente, guerra, violenza e molte altre cose. Quella che ha reso possibile mettere in discussione qualunque autorità e tradizione.

Death and Life e Silent Spring sono ancora magnifici, leggibili, anche se solo il primo appare contemporaneo. Il libro della Jacobs descrive con brillante precisione quello che va e quello che non funziona nelle città, in un linguaggio impavido e netto come uno squillo di tromba: “La pseudoscienza dell’urbanistica e la sua compagna, arte della progettazione urbana, .. non si sono ancora avventurate nel confronto con il mondo reale”. Descrive l’ecologia sociale delle città, elencando cosa genera soddisfazione, piacere, vivacità, complessità, civiltà come esperienza quotidiana nello spazio. Sono state fatte molte concessioni, al suo enormemente influente argomentare: i progetti residenziali in stile Le Corbusier per i poveri sono più o meno finiti, e la mia città San Francisco ha preso una serie di decisioni che probabilmente lei approverebbe, come ricostruire un pezzo di strada sopraelevata colpita dal terremoto sotto forma di larga via a livello con arredi per i pedoni.
Ma molto di ciò che descrive come sbagliato è ancora sbagliato, posti come Las Vegas o Phoenix sembrano essersi impegnati ad opporsi a qualunque sua analisi o indicazione. Spesso giudicato conservatore per il suo scarso entusiasmo verso i grandi piani,
Death and Life non cantava le virtù della libera impresa, ma l’iniziativa locale. Quello che celebrava di più era la vita in pubblico, la vita quotidiane delle strade, che sei anni più tardi sarebbe diventata la straordinaria vita delle strade in protesta, dimostrazione e rivolta, a Praga, Parigi, Città del Messico e nelle università di tutti gli Stati Uniti (la Jacobs era tanto contraria alla guerra del Vietnam che si trasferì con la famiglia a Toronto, portando il figlio in età di leva fuori dalla portata dell’Esercito).

Il libro della Carson è straordinario da rivisitare. Leggerne i primi passaggi è come ascoltare Dio che evoca il mondo nei primi giorni della creazione, anche se si tratta solo del mondo delle idee ambientaliste: una frase evoca questioni poi affrontate da Alfred Crosby in Ecological Imperialism, un’altra richiama le critiche di Vandana Shiva alle biotecnologie, un’altra sembra prefigurare Michael Pollan e il suo The Botany of Desire, o ancora Sandra Steingraber in Living Downstream, e la sua voce forte si sente ancora negli scritti ambientalisti di Terry Tempest Williams. La Carson non era la prima ad affrontare molte delle crisi ambientali che si accumulavano alla fine degli anni ‘50; il risultato brillante ottenuto con Silent Spring fu di sintetizzare informazioni tecniche sin lì non disponibili per il vasto pubblico, e far sì che l’attenzione generasse comprensione e interesse.
Il libro ebbe un colossale impatto si dall’inizio, e spesso gli si attribuisce l’aver ispirato la proibizione del DDT avvenuta a livello nazionale 1972. Anche se molti ora mettono in discussione il rapporto fra DDT e l’assottigliamento delle uova degli uccelli selvatici, specie come il pellicano bruno, l’aquila calva o il falco pellegrino si sono riprese dal limite dell’estinzione a cui erano giunte, dalla proibizione. Conservatori come Michael Crichton preferiscono dare la colpa alla Carson e agli ambientalisti per i “milioni di morti” di malaria, ma la proibizione non fu mai applicata a scala mondiale, e il DDT è tuttora in modo selettivo all’estero (la Carson sottolineò che le zanzare sviluppavano resistenza al DDT, come fanno gli insetti con molti pesticidi, e quindi la sostanza non è affatto una sinecura). Ma cogliere in fallo la Carson sul DDT non significa non capire che fu la prima a descrivere scopi e sinistre conseguenze di una società chimica, la possibilità che, attraverso erbicidi, pesticidi e altro, stessimo avvelenando non solo i parassiti, o non solo parassiti e uccellini e qualche lavoratore dei campi, ma tutto e tutti, per un lungo periodo a venire. Per dirla con l’inizio di un capitolo, “Per la prima volta nella storia del mondo, ogni essere umano ora è soggetto al contatto con sostanze chimiche pericolose, da momento della concezione a quello della morte”.
É ancora vero. E se i particolari delle sostanze chimiche individuate dalla Carson sono cambiati abbastanza da far apparire il suo libro non più attuale come quello della Jacobs, anche questa è una misura del suo successo. Un’altra è il livello molto maggiore di cultura ambientalista del pubblico, base necessaria di qualunque ampio movimento ecologista.

In The Feminine Mystique la Friedan, morta quest’anno all’età di 85 anni, descrive un insieme di nebulose forze della società – giornali femminili, psicologia freudiana, discorsi dei politici, pubblicità e altro – che esercitano pressioni e convincono le donne ad essere mamme tutta casa, produrre il baby boom, consumare prodotti di bellezza e per la casa, e ridurre al minimo e frustrare le proprie capacità. Il suo compito era il più difficile, perché queste forze in senso tecnico non erano coercitive; per dimostrare che lo erano, dovette argomentare contro la potente facciata della domesticità appagata, una facciata che non solo gli uomini ma anche molte donne erano (e sono) orientate a conservare. Semplicemente mettendo in mostra le forze che avevano spinto di nuovo le donne dentro casa dopo la Guerra, entro una versione ancora più retrograde di identità femminile, la Friedan scavava nel profondo e colpiva duro; se il suo libro ora appare eccessivamente concentrato su donne middle-class sposate con figli, schiudeva territori completamente nuovi al pensiero su quello che oggi potremmo chiamare produzione di identità e possibilità di resistenza.

Per molti versi, The Feminine Mystique sembra datato oggi. Il retroterra di psicologia della Friedan sembra averla resa suscettibile a parecchio del chiacchericcio del suo tempo su “delinquenza”, omosessualità, adulterio o promiscuità, come se stesse assistendo ai primi movimenti di quello che sarebbe diventato femminismo e rivoluzione sessuale, senza scorgerne le implicazioni. Né discute i fondamenti (se non le gioie) del matrimonio, dell’agiatezza o del suburbio. E pure ci sono momenti in cui riconosce i legami fra “mistica femminile” e capitalismo consumista, come quando osserva che “nel suburbio dove per la maggior parte del tempo nella giornata non ci sono uomini … le donne che non hanno altra identità se non quella di creature sessuali alla fine devono trovare rassicurazione nel possesso di cose”.

L’originaria soluzione della Friedan al “problema senza nome” sembra essere che queste signore istruite del ceto medio hanno bisogno di un lavoro, o di qualche stimolo intellettuale, soluzione di gran lunga meno profonda della sua analisi del problema, e che non tiene conto delle donne che stavano già invadendo la politica. In The Feminine Mystique dice degli anni ‘50, “Era facile trovare le radici freudiane del comportamento dell’uomo, delle sue idee, delle sue guerre, guardare criticamente alla sua società e agire in modo costruttivo a migliorare i suoi errori”. Naturalmente, la Friedan avrebbe continuato a pensare più radicalmente a cosa potevano diventare le vite delle donne, come potevano cambiare.

da: The Nation, marzo 2006; Titolo originale: «Three Who Made a Revolution» – Scelto e tradotto (all’epoca della pubblicazione nel 2006) da Fabrizio Bottini

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