L’equivoco globalizzato della Città Giardino

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Foto F. Bottini

Gli slogan sono trappole micidiali, e più funzionano più sono micidiali. A differenza delle trappole fisiche, quelle con la gabbia la tagliola gli spuntoni, gli slogan acchiappano di norma anche chi pensa di essere il cacciatore, perché la sua intuizione vincente se lo mangia subito in un boccone. Con la Città Giardino, era già evidente ai critici sin dal primo istante che qualcosa non andava affatto per il verso giusto, ovvero che lo slogan dall’immediato travolgente successo serviva da pura cortina fumogena. Primissimo, e del tutto istintivo, l’architetto Trystan Edwards in una breve serie di articoli pubblicati dalla Town Planning Review fra il 1913 e il 1914, mentre nelle campagne a nord di Londra sta giusto iniziando l’avventura tentennante di Letchworth. Istintivo ma acuto, Edwards coglie implicitamente nelle forme ciò che è anche sostanza, ovvero che la fuga mentale dal modello urbano, quel citazionismo un po’ scemo degli abbaini e dei tetti spioventi, quelle densità twelve per acre arbitrariamente decise da Raymond Unwin in ossequioso omaggio all’ideale del villaggio tradizionale, è innanzitutto antistorica. E tanto per fare un altro esempio di critica radicale al modello, stavolta sul versante sociale, si può citare mezzo secolo più tardi il nostro Carlo Doglio quando quasi sarcasticamente ne liquida i contenuti non obbligatoriamente progressisti nel suo “Equivoco della città giardino”, su Volontà (e poi su Urbanistica) nel 1953.

Nella crepa si precipita di tutto

Del resto perché mai avrebbe dovuto essere particolarmente e implicitamente progressista, quella definizione di città giardino che lo stesso “utopista” Ebenezer Howard aveva ripreso dalla sua ex città, Chicago, dove figurava nello stemma dalla metà del XIX secolo? Esattamente come ai nostri giorni si vantano di essere città giardino, legittimamente a modo loro, quelli di Varese, dove indubitabilmente ci sono una città, e dei giardini. Ecco, qui sta la questione degli slogan: i contenuti dipendono al 100% da chi ascolta, chi riprende, chi rilancia. Il villaggio industriale di Crespi d’Adda realizzato subito dopo l’unità d’Italia da un capitalista della tessitura per metterci i suoi operai, è legittimamente una città giardino, come dicono alcuni magari sbadatamente, e del resto lo stesso Howard diceva che l’idea gli era stata ispirata proprio da quei paternalisti quartieri di villini attorno alle fabbriche britanniche. E città giardino, saranno altrettanto legittimamente le centinaia di migliaia di quartierini dai sentieri serpeggianti che fino al secondo dopoguerra sorgeranno ovunque, nelle periferie urbane, con iniziative cooperative, o socialiste, o nazionalsocialiste, o fasciste, a piacere. Dove sta l’implicitamente progressista? Da nessuna parte sta. E così come non c’è il particolare contenuto sociale e politico, secondo la critica di Doglio, allo stesso modo ci azzeccava anche al volo Trystan Edwards: non esiste neppure un vero e proprio contenuto urbano.

Personaggi e interpreti

Solo per citare un altro architetto, e assai più famoso di Edwards, c’è il solito megalomane le Corbusier, che davanti a un marchio vincente tenta spudoratamente di annetterselo, con la sua Cité Jardin Vertical. Che altro non è se non uno dei suoi tanti progetti razionalisti, dove il contenuto urbano, quello ambientale, quello sociale, diventano pura materia prima, cera fusa da plasmare a piacimento. A costruire un esempio emblematico di tutto il resto, ovvero del fatto che sono legittime città giardino anche le lottizzazioni americane infinite e ameboidi, tipo quella dove abita Marty McFly in Ritorno al Futuro, o si aggira smarrito il protagonista di Truman Show salvo scoprire che si trattava di una finzione, di una enorme finzione. E così come capiamo benissimo la metafora mediatica di quel film, allo stesso modo dovremmo intuire la patacca dello slogan urbanistico, quando uno spazio ci viene proposto stracarico di significati riassunti in un piccolissimo grumo di parole. Ascoltiamo quelle parole, le facciamo nostre, e ci scordiamo di provare ad accostarle all’oggetto che pure starebbe lì davanti al nostro naso, pronto per essere verificato direttamente. Dov’è il bosco che dovrebbe essere in verticale? Nella nostra testa, perché davanti abbiamo solo degli alberi montati su un impianto. Dov’è la città? Idem, se vediamo solo delle file di edifici, magari in una via deserta, senza relazioni, senza viavai, senza il minimo di qualità urbana. Ecco perché anche lo stupore di uno dei titolari del copyright “città giardino”, invitato in Cina a validare a modo suo dei nuovi quartieri che dovrebbero ricordare il villaggio sognante di casa sua, la Letchworth paradigmatica, puzza di ideologia lontano un chilometro. Parla come magni, direbbero da qualche parte.

Riferimenti:
David Ames, Taking Letchworth to Chengdu: can garden cities work in China? The Guardian, 2 dicembre 2014

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