L’ideologia della High Line

Foto F. Bottini (Lecco)

In tante città del mondo, a proposito e soprattutto a sproposito, da quasi una decina d’anni imperversa il mito del parco lineare sopraelevato, in gergo «High Line»: facile da assimilare come slogan, facilissimo da stravolgere e piegare a qualunque vezzo contingente e locale. Arroganti e confusi politici e portatori di interessi (in genere immobiliari e pochissimo più) quasi sempre non sanno di che parlano, anche se puntualmente si riferiscono alla medesima cosa, e cioè la «valorizzazione» di una zona. Il che in sé e per sé, decentemente gestito non sarebbe cosa sbagliata, ma pare invece assai discutibile il metodo con cui si affronta, ovvero quello sic et simpliciter del progetto, del progetto spaziale definito in quanto verde lineare in qualche modo sopraelevato rispetto al piano stradale. In pratica si ripete quella tecnica del paraocchi già vista con altri pasticci più o meno improvvisati di «sviluppo locale», vuoi ispirandosi al modello di Frank Gehry e del suo museo di Bilbao, vuoi seguendo lo schema della creative class e dei suoi quartieri, alla Richard Florida. O cioè, per meglio dire, usando come una specie di manualetto del piccolo economista urbano cose che non lo sono e mai hanno affermato di esserlo: il museo di Gehry è solo la visibile iconica punta di iceberg di una strategia programmatica pluriennale, e far atterrare le prescrizioni del sociologo-economista Florida come fossero una ricetta preconfezionata, si è rivelato quasi sempre un disastro, salvo per qualche speculatore edilizio. Perché nessuno si chiede mai cosa significa, High Line?

Il parco lineare è solo una ciliegina

Come coi citati Gehry e Florida, anche col famoso giardino pensile newyorchese i pressapochismi si sprecano, ultimo quello dei milanesi che ripropongono (non è affatto la prima volta) la dismissione ad hoc di una importantissima arteria cittadina di raccordo con gli anelli delle Tangenziali, per farne una improbabile passeggiata, carineria sospesa nel nulla, che porta il potenziale passeggiatore da un nulla a un altro nulla, presumibilmente ammirando qualche capolavoro di giardinaggio, visto che non c’è altro. Val la pena, qui, almeno ricordare che verso la fine del secolo scorso a Manhattan, quel che si delineava nella costruttiva dialettica tra i gruppi di animazione economica locale e l’amministrazione cittadina del sindaco Bloomberg non era affatto un progettone di verde, ma un piano di sviluppo pensato come tale, che invece di demolire una ingombrante e dismessa infrastruttura la trasformava in risorsa e immagine, grazie a quello che era, ed è tuttora, un espediente: il progetto di landscape architecture High Line.

La vera idea, che il New York Times ancora attorno al 2000 riteneva coerentemente di descrivere molto nei dettagli, ma relegare al contempo in cronaca cittadina, era per «un programma particolareggiato di trasformazione, per un’area compresa tra la Decima e Undicesima Avenue, delimitata a nord dalla Trentesima Strada Ovest e a sud dalla Sedicesima Strada Ovest. A sua volta il piano si inserisce nel quadro delle strategie cittadine di stimolo pianificato alla trasformazione della fascia occidentale di Manhattan. La variante urbanistica prevede il cambio da zona omogenea industriale-terziaria a zona mista, consentendo l’inserimento di residenza, almeno 4-5.000 alloggi, specie sui fronti principali allineati agli assi nord-sud». Ecco: anche solo in un passaggio letterale di uno dei tanti articoli e trafiletti della storia tecnico-amministrativa del riuso che chiamiamo High Line (Winnie Hu, «City unveils plan to transform old rail line into a park», NYT 25-09-03), si dovrebbe cogliere quanto giardinaggio, passeggio, consumo di bibite fresche ammirando il panorama sottostante, siano al massimo la ciliegina sulla torta, non certo i pilastri su cui si poggia la strategia di sviluppo. E men che meno una artificiosa e rischiosa «dismissione pilotata» di infrastruttura di trasporto funzionante, come se si trattasse di una specie di domenica a piedi diventata eterna.

Gerarchie, priorità

Anche senza essere necessariamente autoritari, decisionisti, antidemocratici o che so io, tocca sempre e per forza ricordare che anche quando si tratta del mitico trendissimo verde, inclinato secondo gli assi più adeguati e di moda del momento, sostenibile, infrastrutturale, bio-diverso, resiliente e chissà che altro, vale sempre il criterio secondo cui il progetto di trasformazione fisica si concretizza a valle di una qualsivoglia strategia. Sempre: anche quando noialtri comuni mortali quella strategia non la vediamo, spesso perché non vogliono farcela nemmeno intravedere, come capita ahimè in tanti casi di scimmiottamento (improvvido o anche virtuoso, come pure accaduto) del modello High Line. Si può trattare di un privatissimo progettone privato di valorizzazione immobiliare, trasformazione urbanistica, sostituzione sociale e funzionale, gentrification ed espulsione; oppure di trasparente serie di decisioni partecipate, in cui con tutti i limiti di queste operazioni, se ne capisce e condivide il senso metropolitano, sociale, ambientale, il significato anche pubblico, perché no. Magari in entrambi i casi vedremmo il medesimo rendering messo a punto dal giardiniere di turno, la relazione del biologo sulla catena alimentare innescata dalle essenze scelte, l’entusiasmo dei gelatai e ristoratori della zona, i timori di qualcun altro per gli effetti sul traffico, diretti e indiretti. Ma perlomeno nella seconda opzione, quella in cui il nostro parco lineare ha qualche visibile senso dentro il metabolismo urbano, e la riqualificazione, e la sicurezza, e chissà mai la nascita di nuove attività, non staremo a chiederci cosa si nasconde dietro a un filo d’erba. Sindaci: qualche minuto di riflessione sul metodo, prima di dichiarare cose tipo: «Vorrei una High Line anche nella nostra città».

Riferimenti:
– Larry Bleiberg, Bridges, rail corridors find new life as urban trails, USA Today, 21 aprile 2017 (con links diretti ai siti di vari progetti)
– Per un’idea più ampia del profilo dell’intervistato, Ed MacMahon, la sua scheda personale e qualche pubblicazione e intervento, dal sito Urban Land Institute

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