L’orto urbano: una risorsa per le città (1919)

Qualunque città desidera prosperare e progredire il più possibile, e al giorno d’oggi sono in molti a comprendere quanto una città bella debba anche essere economicamente vitale. E probabilmente non esiste nulla che renda la città più bella del coltivare orti e giardini. Il giardinaggio vale doppio: aggiunge ricchezza, aggiunge bellezza. E al tempo stesso costruisce orgoglio civico e spirito comunitario. Sono questi i motivi per cui tutti vorrebbero potersi orgogliosamente definire «città giardino», vuoi in senso letterale, vuoi in senso semplicemente simbolico. Uno dei risultati delle iniziative per gli orti di guerra è che oggi qualunque città americana può in qualche modo definirsi descritta in quel modo. Ed è una gran bella cosa. Unità di pensiero, azione, ideali, sono quello di cui c’è tanto bisogno oggi in in America. Uniti si vince, divisi si cede. E nulla è più possente come motore dello spirito comunitario del coltivare qualcosa come gli orti. Un modo per stare insieme e coltivare interessi comuni, tenersi per mano col fine collettivo di produrre di che mangiare. Gomito a gomito nella aiuole degli orti, operai e borghesi, uomini d’affari e casalinghe, tutti rapidamente scoprono quante cose hanno in comune. E una di queste è l’amore per la propria città, la voglia di vederla progredire.

Se la democrazia di un paese si basa sulla democrazia degli individui che lo compongono, allora certamente l’orto di guerra è un crogiolo in grado ogni giorno di forgiare e rafforzare gli anelli della catena democratica. I nostri soldati gomito a gomito nelle trincee hanno imparato come qualunque fosse il loro posto nella vita, erano tutti fratelli. Con solo un pizzico di stimolo in meno, ma sufficiente a spingere gli animi, anche i nostri orticoltori si sono fusi in una sola salda entità. Anello dopo anello la catena della democrazia si rafforza, e con essa l’orgoglio civico. Quello di ciascuna comunità nel proprio progresso. E uno degli avanzamenti principali di cui andare orgogliosi, è la quantità di orti di guerra attivi. Nello stesso modo in cui le città fanno a gara ad essere le prime a raggiungere le quote del Prestito per la Libertà ottenendo la bandiera simbolo del dovere patriottico svolto, esse sono ansiose di eccellere anche nella quantità di orti di guerra piantati, e in quelle dei vegetali raccolti, per «aiutare quei ragazzi».

La Commissione Nazionale Orti di Guerra, ha ricevuto da centinaia di centri sparsi in tutti gli Stati Uniti, messaggi che mostrano quanto si sia fieri dei propri orti. Esempi di tale entusiasmo: «Da noi si coltiva ogni centimetro di terra disponibile»; «Non c’è una sola casa che non abbia un orto di guerra»; «Dietro ad ogni edificio o strada si pianta qualcosa»; «Probabilmente i nostri sono i più begli orti degli Stati Uniti». Insomma ogni città vuole stabilire qualche record di produzione alimentare. È con questo tipo di concorrenza che si progredisce. Ma gli orti di guerra sono anche una forma ben tangibile di contributo all’economia e alla ricchezza materiale. Tutto quanto si coltiva contribuisce al benessere della città. In primo luogo significano più soldi per i singoli: chi coltiva un orto risparmia sulle spese, soldi in meno che se ne vanno sui conti del mercato e dei negozi. Che poi quei risparmi li metta via o lo spenda in qualche attività locale, o persino in lussi, si avvantaggia pur sempre la comunità. Soldi che vanno i abitazioni, terreni fabbricabili, automobili, libri, arredamenti, pianoforti, vestiti, tutto ciò che fa la vita moderna gradevole e felice. Ma aiutando sé stessi si aiutano anche le attività produttive e commerciali della città, si accresce la ricchezza complessiva.

Una ricchezza monetaria lampante da attività degli arti di guerra, come ci raccontano eloquenti le cifre di alcuni casi. Per esempio, Indianapolis stima il valore del proprio raccolto del 1918 a 1.473.165 dollari, con un incremento di oltre 600.000 dall’annata precedente. Denver calcola 2.500.000 dollari e Los Angeles 1.000.000. Poi ci sono altre città: Minneapolis, 1.750.000; Washington, District of Columbia, 1.396.500; Grand Rapids, Michigan, 900.000; Salt Lake City, Utah, 750.000; a Bryant Park, New York, nel cuore della più vibrante metropoli del paese, si è piantato un orto di guerra pilota, con un casotto dove si distribuiscono opuscoli della Commissione Nazionale Orti. È stata tenuta una cerimonia all’inaugurazione del piccolo edificio. A Louisville, Kentucky, il raccolto ha fruttato 750.000 dollari; Worcester, Massachusetts, 750.000; Oklahoma City, Oklahoma, 500.000; Dallas, Texas, 300.000; Scranton, Pennsylvania, 450.000; Rochester, New York, 350.000; Pittsburgh, Pennsylvania, 250.000; Burlington, Iowa, 250.000; Newark, New Jersey, 160.000; New Orleans, Louisiana, 125.000; Atlanta, Georgia, 100.000.

Altro vantaggio per le città che coltivano orti è il miglioramento nell’aspetto dei luoghi; e non dimentichiamoci che più bellezza significa più valore. Dice il poeta che «una bella cosa è una gioia per sempre»; ma avrebbe potuto anche scrivere altrettanto giustamente (anche se certo la mente del poeta non pratica vie commerciali) «una bella cosa è un valore che dura per sempre». Sul lungo periodo certi interventi che migliorano la bellezza di una città, aggiungono anche ricchezza, e progresso cittadino. Per questo motivo le camere di commercio e altre associazioni di categoria agiscono per il bene della propria comunità, quando chiedono di ripulire spazi aperti e disponibili per convertirli a orti. E i visitatori notano quanto tante città abbiano cambiato aspetto per il meglio negli ultimi due anni, grazie alla trasformazione di tanti spazi sul retro delle case verso i binari della ferrovia, in orti ben tenuti. Di solito lo spazio sul retro è senza fiori, che si tengono di preferenza nell’affaccio principale sulla via; e quindi l’orto diventa ancor più utile per migliorare il luogo. Chi acquista o affitta una proprietà dotata di un sano e ricco orto, è indotto a un atteggiamento più favorevole, e a spendere un po’ di più.

Per quanto riguarda poi quei tanti spazi inutilizzati sparsi qui e là nelle vie prima degli orti di guerra, a testimoniare la necessità di fare po’ d’ordine tra le brutture, il vantaggio appare evidente. Luoghi spogli, di rovi ed erbacce, orribili mucchi di cenere e spazzatura, brutti non solo da guardare, ma anche tali da togliere valore agli immobili circostanti. In tanti casi nessuno aveva mai neppure pensato di calcolare quanto fosse la superficie di queste aree inutilizzate. E non esisteva una sola città, grande o piccola, senza almeno qualche centinaio di ettari di luoghi inutili del genere. Ma con pochissimo lavoro tutti questi spazi possono essere convertiti i fertili aiuole per contribuire a nutrire la città, e tutto il paese. Ripulirli e metterli a uso conveniente, è una forma di promozione locale efficacissima. L’esempio di una città porta all’imitazione in un’altra, e al tentativo di fare ancora meglio. Il vantaggio di uno è il vantaggio di tutti: la città, lo stato, il paese.

Cleveland ha superato sé stessa negli orti di guerra. Dopo una campagna molto attiva da parte del comitato cittadino, sotto gli auspici di quello nazionale e del sindaco, nel 1918 risultano attivi 40.000 orti. Se ne erano programmati 25.000 ma si è andati molto oltre le previsioni. George A. Schneider, presidente del comitato, ha tracciato le linee di una efficace campagna che ha portato a questo risultato record. Carl F. Knirk, responsabile tecnico, è stato instancabile nel perseguire il successo. È stato compilato un censimento di tutti gli spazi disponibili in città e nei dintorni, con la collaborazione degli studenti delle medie per raccogliere i dati nelle proprie zone. Sono stati assunti sei coordinatori responsabili ciascuno di un settore urbano. Tre trattori per arare e predisporre il suolo negli appezzamenti maggiori, e con la collaborazione di altri enti, fra cui le associazioni femminili, imprenditoriali, alcune imprese. La Western Reserve University ha attivato un corso in orticoltura aperto alle associazioni e ai singoli interessati. Molte industrie hanno messo spazi a disposizione dei propri dipendenti, creando centinaia di magnifici orti. Si è promossa anche la conservazione dei prodotti raccolti, e distribuite centinaia di copie dei manuali di coltura e inscatolamento attraverso la Biblioteca Civica di Cleveland, le scuole e altre entità disponibili.

Anche i migliori sistemi di parchi cittadini, non perdono certo nulla della propria bellezza e fascino, se una parte di essi viene convertita a scopi di utilità. Lo storico Boston Common non aveva certo perduto nulla agli occhi dei passanti nella stagione del raccolto 1918, con l’orto dimostrativo realizzato su un lato. Anche quando non è resa così urgente e necessaria dai bisogni della guerra, una schiera di ordinate aiuole a orto del genere, patriotticamente dispiegate, nulla certo toglie alla bellezza naturale del paesaggio. Potomac Park, all’ombra dell’alto imponente Monumento a Washington, è sempre stato una fonte di piacere per le migliaia di automobilisti che passano sulla strada lungo il fiume. Ma al crepuscolo la vista delle centinaia di persone al lavoro nelle aiuole così vicine alla Casa Bianca e alla maestosa cupola del Campidoglio, è una veduta indimenticabile. Nella Chesapeake Bay, dove salgono sulle navi i preziosi carichi umani diretti insieme alle provviste verso la Francia, la Commissione per la Bellezza della Città di Norfolk si è fatta carico della campagna per gli orti di guerra, sino a realizzare con successo una produzione del valore di oltre 200.000 dollari di verdure, arricchendo tutta la regione.

A New York City c’è l’estremamente interessante esperienza dell’orto a Bryant Park. Nel cuore della metropoli, all’ombra di grattacieli torreggianti e della maestosa biblioteca pubblica, il piccolo giardino di guerra lancia il suo messaggio al mondo. Uno spazio dimostrativo realizzato sotto la direzione di A.N. Gitterman, presidente del comitato orti di guerra presso il Settore Parchi del Borough di Manhattan. La casupola al centro è stata inaugurata nella primavera del 1918, per distribuire i libri e opuscoli della commissione Nazionale Orti, e altre pubblicazioni utili ai «contadini di città» della Grande New York. Il lavoro di questo orto, così come quello degli altri milioni di spazi simili in tutto il paese, contribuisce al senso che tiene accesa la fiamma della Statua della Libertà all’entrata in questo paese libero. Nella sua relazione finale presentata a William F. Grell, Commissario ai Parchi di Manhattan, Gitterman scrive:

«Abbiamo allestito due orti dimostrativi, uno a Union Square, tra la Quattordicesima e Broadway, l’altro a Bryant Park, tra la 42° Strada e la Sesta Avenue, dove c’è una sede di rappresentanza in un piccolo edificio modello donato alla città dalla Commissione Nazionale degli orti di Guerra di Washington. Un orto che ha rappresentato un grande successo sin da quando il presidente Pack all’inaugurazione ha dato il primo colpo di vanga, in quella che è la più preziosa aiuola del mondo. Qui c’è stata la dimostrazione di una orticoltura produttiva, grazie ai risultati su una superficie tanto limitata per ciascuna varietà. Su piccole lavagne si spiegano le varie operazioni dell’orto, piantare, levare le erbacce, curare, sfoltire, vaporizzare, raccogliere. Altre informazioni più particolareggiate sono fornite dallo speciale tabellone dedicato ai parassiti, e al loro controllo, insetti, piante dannose all’agricoltura, formule per i trattamenti, varietà di sementi, le malattie delle piante e altro di interesse per l’orticoltore».

Secondo la relazione a Manhattan nel 1918 c’è stato un incremento delle attività di orticoltura del 70% rispetto all’anno precedente, e per il 1919 si prevede che sarà messa a coltura ogni superficie disponibile. Nel 1918 sono stati distribuiti e sparsi centosessanta rimorchi di letame grazie alla collaborazione delle società ippiche operanti in Central Park. L’orto dimostrativo di Union Square ha una profondità di terriccio di meno di mezzo metro, sopra la copertura della metropolitana, e ciò è servito anche a convincere i pessimisti proprietari di terreni in qualche modo difficili: anche con poche decine di centimetri di terra di possono ottenere risultati considerevoli. Un flusso costante di visitatori ha lasciato la propria firma e recapito nel registro degli ospiti posto nella casetta di Bryant Park. Gente da ogni città degli Stati Uniti, e tanti anche dai paesi europei, a visitare il luogo. Le città e gli uomini a volte senza volerlo possono fare dei miracoli, e in tanti casi la promozione degli orti di guerra per motivi puramente patriottici, si è poi rivelata un modo per scoprire la forma conveniente dell’agricoltura urbana. Ciò che nell’Ecclesiaste si chiama il «Pane gettato sulle acque» è tornato a noi sotto forma di prodotti dell’orto per nutrire un modo affamato, ma anche arricchire e migliorare le città. È certo: gli orti di guerra sono una risorsa.

Da: The War Garden Victorious, Lippincot Co., Philadelphia 1919 – Titolo originale del capitolo: War gardens as city assets – Estratti e traduzione a cura di Fabrizio Bottini
Immagini: C.L. Pack, Victory Gardens Feed The Hungry, National War Garden Commission, Washington D.C. 1919

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