Sono attuali, gli «Orti di Guerra»?

Ma questa generazione di americani ce l’ha la “stoffa” per affrontare le sfide epiche della conservazione della vita su un pianeta che si riscalda rapidamente? Certo, i grandi mezzi di comunicazione sono pieni di servizi sul credito di carbonio, le auto ibride, la nuova urbanistica intelligente: ma anche così, la nostra impronta ambientale si sta allargando, non restringendo.
La nuova abitazione media USA, per esempio, è più grande del 40% rispetto a quella di 25 anni fa, anche se la famiglia media ha meno componenti. Nello stesso periodo, si sono impossessati delle autostrade quei dinosauri dei SUV (che contano oggi per il 50% dei veicoli privati), mentre la superficie commerciale pro capite (indiretto quanto affidabile criterio di calcolo del consumismo) è quadruplicata.

In altre parole, troppi fra noi sono verdi a parole, ma conducono esistenze decisamente sopra le righe: dando così adito al cinismo dei conservatori che scrivono quegli editoriali sulla bolletta elettrica di Al Gore. La nostra cultura appare senza speranza dipendente dai combustibili fossili, dallo shopping compulsivo, dallo sprawl suburbano, da una dieta a base di carne bovina. Rinunceranno mai volontariamente, gli americani, ai loro SUV, McMansions, McDonald’s, e prati tosati?
La risposta, sorprendentemente piena di speranza, sta nella memoria recente. Negli anni ‘40, gli americani hanno combattuto contemporaneamente il fascismo oltremare, e gli sprechi a casa propria. I miei genitori, i loro vicini di casa, e milioni di altri lasciavano a casa la macchina per andare a lavorare in bicicletta, strappavano l’erba da prato sul fronte per piantare cavoli, riciclavano il dentifricio e il grasso di cottura, facevano volontariato ai centri diurni o per l’USO, dividevano la loro casa e i pasti con degli estranei, tentavano coscienziosamente di ridurre i consumi non indispensabili e gli sprechi. Il fronte interno della seconda guerra mondiale è stato il più importante e ampiamente partecipato esperimento della storia USA. Lessing Rosenwald, a capo del Bureau of Industrial Conservation, chiedeva agli americani di “trasformare un’economia dello spreco – e questo paese è famigerato per lo spreco – in un’economia della conservazione”. La maggioranza della popolazione civile, alcuni riluttanti, ma molti altri entusiasti, rispose all’appello.

Il simbolo più famoso di questa etica della conservazione in tempo di guerra fu il giardino della vittoria. Promossi originariamente dall’amministrazione Wilson per combattere la penuria alimentare durante la prima guerra mondiale, gli orti familiari e comuni erano stati rivitalizzati all’inizio del New Deal come strategia di sussistenza per i disoccupati. Dopo Pearl Harbor, fu una sollevazione di entusiasmo popolare a spazzar via lo scetticismo di alcuni dirigenti del Dipartimento dell’Agricoltura, e mettere l’orto della vittoria al centro della campagna “Food Fights for Freedom”.
Nel 1943, sull’ex prato della Casa Bianca crescevano fagioli e carote, e la First Lady Eleanor Roosevelt insieme ad altri 20 milioni di coltivatori degli orti della vittoria, produceva il 30-40% della verdura nazionale: lasciando così liberi i contadini di poter contribuire al nutrimento di Gran Bretagna e Russia. In The Garden Is Political, volume popolare in versi del 1942, il poeta John Malcolm Brinnin salutava questi “ ettari di internazionalismo” che mettevano radici nelle città USA. Anche se erano gli orti suburbani e rurali quelli più ampi e produttivi, fra i più attivi coltivatori c’erano i ragazzi della inner-city.

Con la partecipazione di Boy Scout, sindacati, organizzazioni, vennero trasformati migliaia di spazi inedificati, industriali dismessi o ridotti discariche, in orti di quartiere, che davano ai ragazzini l’orgoglio di diventare agricoltori urbani autosufficienti. A Chicago, c’erano 400.000 alunni delle scuole iscritti alla campagna “ Clean Up for Victory”, a recuperare spazi industriali e ripulirli a orti.
Fare victory gardening riuscì anche a trascendere il bisogno di produrre cibo per il tempo di guerra, sviluppandosi in una visione spontanea di città più verde (anche se si trattava di un concetto ancora inesistente) e sicurezza di sé. A Los Angeles, vennero inseriti anche dei fiori (“ che rafforzano la morale del cittadino”) nel programma “ Clean-Paint-Plant” di trasformazione degli spazi urbani disponibili, e il Brooklyn Botanic Garden insegnava i principi della “cultura dei giardini” a maestri, professori, e migliaia di entusiasti allievi.

La guerra riuscì anche a detronizzare temporaneamente l’automobile dal suo ruolo di icona del modo di vita americano. Le catene di montaggio di Detroit venivano dedicate alla costruzione dei carri armati Sherman e di B-24 Liberators. La benzina era razionata, e dopo l’invasione giapponese della Malesia anche la gomma (lo U.S. Office of the Rubber Director aveva il compito di convogliare i pneumatici usati verso le fabbriche dove venivano trasformati in parti dei carri armati o camion militari). Quando razionamento e congestione portarono il sistema tranviario e di autobus nazionale vicino a un punto di cedimento, diventò fondamentale convincere i lavoratori a condividere i viaggi in auto o a adottare modalità diverse di spostamento. Se i grandi poli congestionati della difesa come Detroit, San Diego, o Washington, D.C., non raggiunsero mai la quota nazionale di 3,5 occupanti per auto, raddoppiarono comunque la loro media attraverso una vasta rete di accordi personali a livello di quartiere, fabbrica, ufficio. La condivisione dell’auto trovava uno stimolo in più nell’inventivo del razionamento, nelle salate multe a chi guidava da solo per motivi di tempo libero, o negli slogan secchi: “ Quando stai in macchina DA SOLO” avvertiva un manifesto “ stai guidando per Hitler!”.

Anche l’autostop divenne una forma ufficialmente approvata di condivisione dell’auto. Si incoraggiavano gli automobilisti a far salire i lavoratori che aspettavano l’autobus alla fermata o i soldati che tornavano a casa in licenza. In Colorado, il Partito Repubblicano approvò una mozione per risparmiare gomma obbligando tutti i propri candidati alle elezioni del 1944 a muoversi in autostop per le varie iniziative di propaganda. A Hollywood, un’attricetta in succinti calzoncini da tennis si guadagnò le lodi della stampa per aver aiutato un uomo delle pulizie senza mezzi di trasporto a trovarsi un passaggio per casa. Emily Post, maestra di cerimonie della buona creanza d’America, non approvava queste seduzioni da ciglio della strada, e suggeriva uno stile più modesto per chiedere uno strappo: era “ cattiva educazione alzare il pollice per chiedere passaggi”; invece, una signora avrebbe dovuto “ mostrare il suo distintivo di volontaria della difesa”. Aggiungeva che “questi passaggi non sono occasioni sociali, e non è necessario fare conversazione”, anche se molti dei cinquantenni di oggi sono senza dubbio conseguenza di quei passaggi del tempo di guerra.

Uno dei grandi film del 1942 fu L’Orgoglio degli Amberson di Orson Welles , un resoconto pessimista sul modo in cui il moderno capitalismo industriale e l’automobile avessero distrutto il bel mondo fatto di calessi a cavallo di fine ‘800. E molti degli aspetti di quel mondo, compresi cavalla e calessi, rinascevano sotto gli auspici dell’austerity da tempo di guerra. Per la gioia di bambini e anziani, che ancora rimpiangevano la fine dell’epoca del cavallo in città, droghieri e agenzie di consegna aggirarono la crisi dei pneumatici attaccando Old Nellie a un carro. Gli abitanti suburbani di Connecticut e Long Island cominciarono a “ mettere le redini ai cavalla da sella” come scriveva in un articolo del maggio 1942 il New York Times, aggiungendo anche che “ i fabbricanti di finimenti hanno aumentato in fretta gli affari, mentre escono dai nascondigli tutti i veicoli trainati da cavalli”.

Più importante, quella che era stata l’ossessione nazionale del 1890, la bicicletta, ebbe un’enorme ripresa, in parte ispirata dall’ampiamente pubblicizzata esperienza britannica del tempo di guerra, con le biciclette che facevano muovere oltre un quarto della popolazione verso i posti di lavoro. Meno di due mesi dopo Pearl Harbor, emerse sulle pagine dei giornali e sugli schermi dei cinegiornali una nuova arma segreta, la “bicicletta della vittoria” costruita con metalli non strategici e gomme di materiale riciclato. Centinaia di migliaia di lavoratori della difesa, poi, confiscavano ai figli le bici per andare alla fabbrica o all’ufficio, mentre città e cittadine sponsorizzavano cortei e “giornate della bicicletta” per propagandare il vantaggio patriottico del marchio Schwinn su quello Chevrolet. Con l’uso dell’auto a scopo ricreativo tagliato dai razionamenti, le famiglie giravano e andavano in vacanza con la bici. Nel giugno 1942, i responsabili del parco riferivano che “ nella Yosemite Valley la bicicletta non è mai stata tanto popolare quanto in questa stagione”. I funzionari della sanità pubblica lodavano il duplice contributo di orti della vittoria e spostamenti in bicicletta, all’aumentato benessere e vigore della popolazione, prevedendo addirittura che si sarebbe potuto anche ridurre l’aumento già minaccioso delle percentuali di cancro.

Si riciclavano anche le idee, oltre agli oggetti, negli anni di guerra. Riemerse gran parte dell’idealismo del primo New Deal, nelle case popolari, nell’organizzazione del lavoro, nei programmi di assistenza all’infanzia, oltre che nella conversione economica post-bellica dalla produzione militare a quella civile. Un esempio di particolare interesse fu il movimento per un “consumo razionale” sostenuto dallo Office of Civilian Defense (OCD), che incoraggiava “l’acquisto solo per bisogno” organizzando centri di informazione del consumatore che davano consulenza sull’alimentazione familiare, la conservazione dei cibi, la manutenzione delle apparecchiature. Il comitati di consumatori OCD mettevano in discussione il sacro valore del consumo di massa – rapida trasformazione dei comportamenti, tirannia della moda e della pubblicità, obsolescenza programmata e così via – promuovendo invece il nuovo concetto della casalinga “soldato dell’economia” che gestisce la famiglia con la medesima frugale efficienza con cui Henry Kaiser amministra i suoi cantieri navali.

Ma anche il concetto tradizionale di genere veniva sempre più messo in discussione, con milioni di donne che impugnavano un saldatore o una sparachiodi. Nell’aprile 1942, ad esempio, ilNew York Times mandava un giornalista a visitare un villaggio di case mobili vicino a un impianto di produzione militare del Connecticut, aspettandosi di trovare giovani mogli sognanti la casa suburbana del futuro dopoguerra, o le cucine modello, profetizzate dell’Esposizione Mondiale di New York del 1939. Trovò invece operaie, che amavano il proprio lavoro industriale, soddisfatte di abitare in case semplici, che non richiedevano molte faccende domestiche.
Un punto di convergenza fra questo primo “femminismo di guerra” e la necessità del risparmio, fu il movimento della moda nel 1942. Con l’assillo di conservare quanto più possibile lana,rayon, seta, cotone, il War Production Board (WPB) riteneva che le medesime tecniche che stavano rivoluzionando la produzione di bombardieri e navi Liberty – semplificazione progettuale e standardizzazione dei componenti – potessero essere utilmente applicate anche alla produzione di vestiti. Calandosi in un ruolo poco abituale per un erede di impero dei grandi magazzini, H. Stanley Marcus (della dinastia Neiman Marcus) divenne commissario capo del WPB per la razionalizzazione dell’abbigliamento. In questo ruolo, mise in prima fila risparmio e durata: priorità che corrispondono al femminismo egualitario a lungo auspicato dalla disegnatrice di moda Elizabeth Hawes, il cui libro del 1943, Why Women Cry,è un audace manifesto per milioni di “ragazze con la chiave inglese”.

Obiettivo: “una silhouette essenziale e sottile” le cui linee di cucitura, forme continue, variazioni fisse di stile, rendono disponibili più stoffa e telai per le uniformi, le tende, i paracadute. Quando insieme a tute e pantaloni si impongono delle gonne più corte anche nelle norme approvate dallo WPB, i fotografi della rivista Life intrattengono anche le truppe oltremare con immagini di autentico zelo patriottico: attricette che tagliano via pezzi di vestaglia, o che mostrano pigiamo accorciati, per aiutare a vincere la guerra. Quelle strisce di vestaglia, insieme ai ritagli di lana dai pantaloni dei maschi (ordinanza WPB del maggio 1942), saranno accuratamente riciclate per coperte e altre attrezzature militari, nei circa 500 laboratori di cucitura del paese organizzati in risposta a un appello del Bureau of Industrial Conservation.

Il risparmio muove guerra anche alla vita lussuosa. Anche se la produzione bellica aggiunge miliardi alla ricchezza dei plutocrati americani, per loro diventa più difficile spenderli nel modo vistoso abituale. Per obbligare i costruttori a rispondere all’acuto bisogno di case popolari per I lavoratori delle industrie belliche, il WPB proibisce di realizzare case di prezzo superiore ai 500 dollari (il valore medio di una casa all’epoca è di circa 3.000). Contemporaneamente, migliaia di lavoratori domestici se ne vanno da Park Avenue o Beverly Hills verso i salari più alti delle fabbriche di produzione militare, e molti di quanti rimangono entrano nella nuova United Domestic Workers Union affiliata al Congress of Industrial Organizations. Qualche miliardario si chiude negli esclusivi club a lamentarsi per l’ultima offesa di Franklin D. Roosevelt, ma altri accettano questa penuria di servitù e si trasferiscono in appartamenti più piccoli (sebbene ancora di lusso) lasciando che le proprie dimore diventino temporaneamente abitazioni di guerra. In un articolo caratteristico dell’epoca il Chicago Tribune nel luglio 1942 descrive le avventure di sette giovani ufficiali di marina che insieme alle mogli condividono la magione di un vecchiorobber baron (oggi lo chiameremmo “ cohousing”).

La mobilitazione generale dell’epoca è stata soprannominata “Guerra del Popolo”, e se non manca di critici conservatori, c’è una notevole convergenza da parte di osservatori, giornalisti e altri (oltre che in seguito nelle memorie) sul fatto che l’insieme di crisi mondiale, piena occupazione, relativa austerità, sembra essere stata un tonico per il carattere americano. L’editorialista del New York Times Samuel Williamson, per esempio, copre gli effetti del razionamento e delle restrizioni nell’uso dell’automobile delle famiglie suburbane prive sia della “autosufficienza dell’aperta campagna” che della “ perfetta integrazione della grande città”. Dopo aver notato una iniziale perplessità e confusione, Williamson si rincuora vedendo questi abitanti salire sulle biciclette, rammendare vestiti, coltivare gli orti, passare più tempo in attività cooperative coi vicini. Senza l’automobile, ci si muove a ritmi più lenti, ma a quanto pare si fanno più cose. Come Welles nel suo L’Orgoglio degli Amberson, anche Williamson indica come la vita Americana sia stata rivoluzionata nell’arco di una sola generazione, e come molti degli antichi valori che sembravano perduti per sempre vengano ora fatti rivivere dall’urgenza del risparmio. “ Uno di questi” scrive “ è forse la riscoperta della casa: non solo dormitorio, ma luogo per abitare. O l’amicizia che conta di più”.

C’era un futuro diverso, acquattato negli speranzosi commenti di Williamson, che poi fu spazzato via dalla reazione alle riforme sociali ed economiche del New Deal, dall’euforia per l’abbondanza del dopoguerra. Sopravvissero pochi, dei valori centrali e dei programmi innovative della Guerra del Popolo, alla guerra fredda e all’omogeneizzazione culturale del suburbio. E pure, ancora qualche generazione più tardi, possiamo trovare sorprendenti ispirazioni e strumenti essenziali di sopravvivenza, in quella breve epoca di orti della vittoria e autostoppisti felici.

da Sierra Magazine, luglio-agosto 2007 – Titolo originale: Home-Front Ecology – Traduzione di Fabrizio Bottini
Immagini Biblioteca del Congresso Usa 

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