Ma si mangia, quella roba che cresce nell’orto?

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Foto M. B. Style

A volte, e giustamente, si sottolinea il ruolo un po’ ambiguo svolto dall’agricoltura nei contesti metropolitani. Il fenomeno è di gran moda e quindi oggetto di pressioni economiche e mediatiche, come tutte le novità necessita di un periodo di assestamento sia nell’informazione che nelle pratiche. Sta di fatto che se ne enfatizzano aspetti tradizionali decisamente fuori luogo, mentre invece l’interesse starebbe proprio in quelli innovativi. Oppure certi innegabili benefici sociali e ambientali delle attività di coltura intra moenia portano a esagerare sul versante produttivo, facendo dimenticare una realtà ovvia: oggi come oggi dal punto di vista alimentare siamo ancora abbastanza lontani dall’immaginario dei certi entusiasti del chilometro zero, comunque definito.

Così, ogni volta che aprendo un quotidiano si vedono le pagine del tempo libero dedicate a orti o terrazze piantate a fagioli e pomodori, dobbiamo fare dovuta la tara: non sarà certo quello a liberarci dalla dipendenza dell’attuale sistema agro-industriale. Ma resta ad ogni modo l’importante realtà della ricerca e sperimentazione di settore, quella che vorrebbe davvero iniziare a parlare seriamente di chilometro zero, magari senza passare in esclusiva dalle soluzioni autoritarie e tecnocratiche della vertical farm multinazionale promossa da qualcuno (distorcendo non poco, c’è da dire, l’intuizione originaria). Un interessante avanzamento scientifico riguarda l’efficienza e sostenibilità ecologica del modello di orticoltura urbana.

Uno dei grandi problemi della produzione agro-industriale attuale, nonché sinora sfida fallita, è quello di garantire alimenti alla popolazione mondiale in crescita senza consumare la risorsa suolo fertile, e al tempo stesso senza esaurirne i cosiddetti servizi all’ecosistema, dall’immagazzinamento dell’anidride carbonica, alla regolazione dei cicli dell’acqua, allo smaltimento degli inquinanti. Le colture intensive classiche si comportano invece in modo simile a quanto fa il resto del sistema socioeconomico con altre risorse come il petrolio, l’aria, l’acqua, le materie prime, ovvero consuma suolo fertile senza sostituirlo. Ma appunto una serie di recenti ricerche ecologiche hanno rilevato potenzialità nel modello dell’orticoltura e agricoltura urbana, analizzando comparativamente campioni di suolo. Ne emerge che nella medesima regione, i suoli urbani coltivati e quelli delle campagne presentino stati di salute assai differenti: la città fa bene anche al terreno fertile, oltre che a chi ci abita, insomma. La responsabile del progetto Jill Edmondson ha dichiarato: “Ci sono notevoli differenze nelle qualità dei suoli urbani e rurali. Lo studio dimostra come gli operatori urbani, a differenza di chi pratica l’agricoltura corrente, curino molto di più i terreni”.

In altri termini chi cura gli orti urbani e le altre superfici riesce a parità di raccolti a non sacrificare sostanze nutrienti, utilizzando tecniche più sostenibili forse anche per via della prossimità con le abitazioni, forse per via delle diverse regolamentazioni. Basta pensare al fatto che nel 95% dei casi studiati gli agricoltori urbani trasformano gli scarti in compost riciclando quindi le sostanze nutrienti sul posto in modo efficace. Ne esce così assai rafforzato il ruolo di questo genere di colture, ben oltre quello sociale, estetico, e anche ambientale: possono essere sostenibilmente produttivi, e rappresentare anche un modello di riferimento tecnico. Si calcola che oggi al mondo siano 800 milioni gli abitanti delle città che partecipano attivamente alla produzione alimentare, con un contributo inestimabile. Le politiche urbane dovrebbero sostenere attivamente questo tipo di infrastrutture e pratiche, ben oltre la sola tolleranza, sociale o estetizzante: sono una concreta alternativa e complemento alla coltura rurale classica, che anzi ne dovrà seguire in parte gli approcci sostenibili.

Viene così a rafforzarsi l’idea secondo cui agricoltura e orticoltura urbana non sono (come invece sosterrebbe in parte il movimento eco-tradizionalista Transition Town) una alternativa alla metropoli del ventesimo secolo, un riavvicinarsi a modi e tempi di generazioni precedenti. Interpretando in senso lato e non solo ingegneristico il concetto di infrastruttura verde, le forme di produzione integrate agli spazi edificati vengono invece a svolgere un ruolo ambientale, sociale, e ovviamente alimentare di importanza essenziale. Pur senza escludere anche proposte tecnologiche come la coltura acquaponica (idroponia + itticotura) ad esempio nel modello partecipativo di Growing Power, e neppure qualche variante addomesticata e regolamentata della coltura verticale, pur senza il valore monopolistico delle declinazioni di Despommie sostenute dalle stesse multinazionali che oggi dominano l’agro-industria. Naturalmente è tutto da verificare e sviluppare, ma certamente lo studio sugli orti urbani, scaricabile direttamente qui di seguito, è un passo avanti.

Riferimenti:

Jill L. Edmondson et. al. “Urban cultivation in allotments maintains soil qualities adversely affected by conventional agriculture”, Journal of Applied Ecology, aprile 2014

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