Milano fascista: Manhattan tascabile

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Piazza San Babila (1938)

Negli anni Venti, Milano è la città più ricca d’Italia, la più popolosa con quasi un milione di abitanti, la più attiva nell’industria, nella finanza, nei servizi, ma anche la più solidale con le sue associazioni benefiche, e la più colta con le sue università. Milano paga un sesto delle tasse di tutto il Regno, ma la sua esuberanza è strozzata da una struttura urbanistica inadatta, come una florida signora costretta nel suo antico corpetto da adolescente1. Questi, oltre il dibattito degli architetti e le relative polemiche, sono i presupposti “politici” del piano regolatore che si va formando alla fine degli anni Venti, dopo il concorso vinto dal progetto Ciò per amor, di Piero Portaluppi e Marco Semenza. La terziarizzazione totale del centro, con la relativa riorganizzazione stradale, edilizia, dei trasporti, è obiettivo limpido ed esplicito, come pure ne sono dichiarati i metodi: «Si domanderà: ma voi volete dunque distruggere Milano? No, rispondo, si vuole ricostruirla»2. Con questa frase, di mussoliniana concisione, il vicepodestà Giuseppe Gorla presenta pubblicamente il progetto che sta prendendo forma sotto la guida di Cesare Albertini, capo dell’Ufficio Urbanistico istituito ad hoc. Gorla non è certo uno sprovveduto in campo urbanistico: è ingegnere, sarà apprezzatissimo presidente dell’Istituto case popolari, e da ministro dei Lavori Pubblici farà approvare la legge urbanistica nazionale richiesta a gran voce dai tecnici. Quindi non parla a vanvera nemmeno quando, confermando lo stretto rapporto fra sistema di trasporto metropolitano e struttura del piano regolatore, aggiunge che la mobilità di massa veloce renderà meno traumatico «vuotare il centro dalle abitazioni per trasformarlo in uffici». Dunque lo sventramento e la trasformazione in city dedicata al terziario superiore del centro di Milano sono, in primo luogo, una consolidata scelta dell’amministrazione, e non certo il prodotto della megalomania del capo Ufficio Urbanistica, troppo sensibile agli interessi degli operatori, convinto a torto o a ragione di essere the right man in the right place3.

In secondo luogo, e come del resto era abbastanza ovvio, le soluzioni che combinate a mosaico costituiscono il piano per il centro di Milano presentato nel 1928 sono, per usare le parole di Cesare Albertini, «proposte che erano nell’animo di molti»4. Per essere più precisi, nel disegno della nuova città si accumulano di fatto opere previste nel piano del 1912, pressioni degli interessi particolari, vari lavori iniziati, cui si aggiungono le ipotesi via via scaturite dall’Ufficio Urbanistica e i loro adattamenti5. I punti focali su cui operare sono presto individuati in un sistema attorno alla zona del Duomo, e saranno poi oggetto dei provvedimenti particolari approvati via via: RDL 6 gennaio 1932 per la zona sud, est, nord-est di piazza del Duomo; RDL 25 gennaio 1932 per la zona del nuovo Palazzo di Giustizia sul corso di Porta Vittoria; RDL 22 luglio 1932, per il “Quartiere degli Affari” e la nuova Borsa nel fitto tessuto storico delle vie a ovest di piazza Cordusio. A questo si aggiungono, solo per fare qualche esempio, il grande sistema di accesso alla città dalla nuova Stazione Centrale (non centralissimo ma estremamente importante per l’insediamento terziario), o i lavori per la tombatura dell’anello dei Navigli, pensata sin dal dibattito sul piano Beruto per risolvere problemi igienici e di circolazione, ma che così vicino al centro si rivelerà poi «un cappio al collo della vecchia Milano»6. Solo con Legge 433 del 1934 verrà approvato il piano di ampliamento, ovvero lo schema generale (con aspirazioni “regionali”) che dovrebbe contraltare con la disponibilità di spazi moderni i gravi problemi creati dalla massiccia riconversione della città storica.

Il piano per il centro che viene presentato nel 1928, ricuce gli interventi – puntuali per quanto rilevantissimi – secondo un sistema viario teso a raddoppiare all’interno l’anello dei navigli tombati (la conclusione dei lavori di copertura sarà nel 1931), evitando al traffico il passaggio per la Piazza del Duomo, tentando dove possibile di formare le nuove piazze in una logica di sosta anziché di transito, pur se di sosta delle automobili ormai si tratta in massima parte.7 Su questi aspetti, e non per esempio su altri come il decentramento, i servizi a scala urbana ecc., si concentrano le polemiche degli architetti, innanzitutto sul tracciato di smistamento attorno alla zona Duomo (poi denominato la “racchetta” in una delle sue varianti), e poi sulle singole soluzioni, come l’organizzazione della piazza Diaz e poco più a sud, sul tracciato di smistamento, la riorganizzazione della zona Missori-Corso Roma-Bottonuto. Significativo, questo concentrarsi delle polemiche sul centro del centro, perché dà il polso degli interessi in gioco, nonché della cultura prevalente fra gli urbanisti: le immagini dei grandi spazi aperti che Marcello Piacentini aveva presentato a conclusione del concorso8 contano assai poco, ora, lontane molto più delle periferie in cui si dovrebbero realizzare nuovi centri direzionali e impianti sportivi. Le priorità sono altre, e le pressioni enormi, certamente superiori alle possibilità di intervento di una struttura tecnica che, come riconoscerà molti anni più tardi anche il critico più feroce dell’Albertini, era quantomeno inadeguata ai compiti, «assai manchevole e come premuta da una tradizione di modestia di mezzi»9. Hanno buon gioco dunque, le critiche pur motivate di intellettuali che coltivano il sogno di una Milano ideale, altoborghese e illuminista10, ma a cui sfugge e in parte continuerà a sfuggire l’abisso che separa l’arte di costruire le città dall’urbanistica, fatta di gestione quotidiana, governo, compromesso.

Inizia a prendere forma e vita, così, «la città mastodontica, fitta, omogenea»11, con l’area di piazza Diaz e dintorni, e relativa sistemazione del raccordo con il lato sud di piazza Duomo, rimasto irrisolto dall’epoca della Galleria del Mengoni a nord. Il progetto prevede demolizioni tra le più rilevanti nel quadro del piano per la zona sud-est-nord-est, ed è oggetto di un laborioso iter, che coinvolge anche la maggiore autorità in materia di conservazione e diradamento, Gustavo Giovannoni. Una curiosità: tra gli elementi oggetto di tutela nella zona c’è anche il “covo” di via Paolo Da Cannobio, ovvero la stanza usata da Mussolini agli albori del fascismo, e ora assurta a reliquia storica. Le difficoltà saranno comunque superate, e l’area inizierà ad assumere l’assetto attuale, con la piazza Diaz in asse alla Galleria, e le architetture di Muzio, Griffini, Magistretti, Portaluppi e Marcello Piacentini. A est dell’abside del Duomo, ancora a ridosso del proposto percorso di smistamento del traffico, che ha un tracciato più interno rispetto a quello, poi realizzato, del corso Europa, si demoliscono gli isolati fra l’Arcivescovado e la vecchia sede del Tribunale, realizzando un unico spazio fra le piazze Fontana e Beccaria. Di seguito, il taglio del Verziere fino alla colonna dell’attuale Largo Augusto, e poi fino all’altezza del tombato naviglio di via Sforza, realizza senza soluzione di continuità un percorso dalla zona Duomo a quella del nuovo Palazzo di Giustizia. Il piccolo commercio che ancora occupa in parte questi spazi, è ormai incompatibile con le funzioni avanzate e rappresentative previste: «Scompariranno le bancarelle, e le robinie che tentano di ombreggiarle: e sullo sfondo sorgerà uno di quegli edifici imponenti che i nostri architetti certamente vorranno»12.

Imponente di certo è il nuovo Palazzo di Giustizia, previsto poco più in là, sull’area dell’ex caserma di artiglieria a cavallo, e oggetto di un apposito piano regolatore con la “regia” di Marcello Piacentini. La scelta localizzativa conferma, se necessario, la scarsa o nulla volontà decentratrice dell’amministrazione, visto che un’area per il nuovo tribunale era stata identificata nel 1923 dall’assessore all’Edilizia, Cesare Chiodi, in fondo a Corso Magenta al posto del vecchio Macello, in una logica di rivalutazione della zona. Ma su pressione della magistratura, sfruttando anche la battuta di Mussolini, «non vogliamo mandare la giustizia al macello»13, la podesteria aveva optato per un’area appena esterna alla cerchia dei navigli, sull’asse di Porta Vittoria, orientato verso la circonvallazione dei bastioni e più oltre ai già popolosi quartieri orientali e all’aeroporto. Come in altre situazioni qui e là per l’Italia, il Piacentini veniva chiamato a dirimere conflitti vari, che avevano generato due diversi piani adottati nel 1929 e 1930, e un concorso di progettazione. Con l’affidamento del progetto, Piacentini chiede e ottiene anche una variante al piano urbanistico, che darà tra l’altro all’isolato la forma definitiva trapezoidale e l’assetto stradale attuale.

Un altro piano regolatore parziale del centro, interessante un’area più piccola e isolata rispetto alle precedenti, dimostra però forse meglio il dispiegarsi di quella che è stata definita “urbanistica postnapoleonica”, attenta alle quantità quanto incapace di cogliere un salto qualitativo in atto nella domanda di spazi urbani: « il costo sociale di questo errore è il sacrificio della città storica; quello economico è la mancanza di una contropartita apprezzabile in termini di efficienza nel centro»14. È il progetto per il “Quartiere degli Affari” che, a riprova di quanto affermato circa il costruirsi del piano come mosaico di interessi particolari, nasce da una autonoma iniziativa del Consiglio dell’Economia che indipendentemente da una destinazione diversa già prevista dal Comune, individua a nuova sede della Borsa un’area alle spalle della via Meravigli (la vecchia si trovava a Piazza Cordusio), mettendo l’Ufficio tecnico di fronte al fatto compiuto e condizionandone in negativo l’opera, nonostante l’ufficiale «perfetto accordo, vanto del regime, tra ente locale e governo per la realizzazione della stessa politica urbanistica»15. La definitiva sistemazione della zona, con il palazzo della Borsa progettato da Paolo Mezzanotte e gli edifici a completamento della piazza di sosta, dà forse idea con il suo vivo contrasto col residuo contesto circostante, del faticoso ruolo di coordinamento, compromesso, ricucitura svolto in altre zone della città dall’Ufficio Urbanistico. Fermo restando il fatto – comunque limpido e coerente – dello scarso interesse per le preesistenze, è indubbio che l’efficienza dal punto di vista della circolazione e dell’accessibilità, nonché della localizzazione terziaria in generale, sia caratteristica molto più tangibile nella zona di piazza Diaz, o dell’ex Verziere e di via Larga, che nel caso del Quartiere degli Affari.

Certo, molte delle critiche del Club degli urbanisti16 sono fondate, ma si tratta evidentemente, anche senza tenere conto di questioni di interesse professionale, di critiche di principio. Albertini le definirà critiche “da manuale”, ovvero con occhio molto attento alle teorie di Unwin, Sitte, Stübben, ma piuttosto distratto riguardo alle pressioni e condizionamenti in gioco, alla loro dimensione e complessità. Unica critica concreta e fondata, quella della sostenibilità economica del piano che, non va dimenticato, nasce esattamente a cavallo della grande crisi economica internazionale, che ha effetti devastanti su mercati immobiliari ben più solidi di quello dell’aspirante city di Milano. La scelta di essere più realisti del re, di concepire un piano grandioso ma azzardato, con «atteggiamento forse insuperato di soggezione allo stato di fatto e alle forze economiche dominanti»17, si rivela perdente.

A poca distanza di tempo dall’approvazione del piano generale, appare evidente lo iato fra previsioni ed effettive attuazioni, e la città “americana” sognata con le prospettive degli anni Venti deve accontentarsi di qualche episodio di architettura del Novecento, che lentamente trasforma alcune parti di città in piccoli campioni assaggio dell’accattivante Milano futura schizzata da Piero Portaluppi nel progetto vincitore del concorso. Pure, ancora alla fine degli anni Trenta, quando è evidente il rallentamento e la difficoltà di attuazione delle opere di piano, è ancora la forma comunicativa del “Milano com’è e come sarà” ad ispirare l’ennesimo programma pluriennale dell’amministrazione18, che significativamente vede ancora al centro dell’interesse tra le altre le piazze Duomo, Diaz, degli Affari, Cavour (dove sorgerà il Palazzo del Popolo d’Italia di Giovanni Muzio), il Verziere, il Bottonuto (dove nel dopoguerra sorgerà la Torre Velasca). Per fare una proporzione, il centro con una piccolissima quota di superficie assorbe oltre la metà dei 2.390.000.000 di lire (dell’epoca) preventivati, con punte di 70.000.000 solo sull’asse Duomo-Diaz-Bottonuto. Ancora qualche anno dopo, a guerra ormai iniziata, le note pubblicate dalla rivista municipale sullo stato di attuazione del piano regolatore hanno perso qualunque nota elegiaca, e le illustrazioni a corredo sono fotografie di enormi vuoti19, sparsi qui e là tra realizzazioni parziali e strade dissestate. Le distruzioni belliche, in particolare i bombardamenti del 1943, metteranno fine alle polemiche, riaperte nel dopoguerra con gli stessi toni, sugli stessi nodi. Come osserverà il De Finetti, «L’ipotesi economico-tecnica di potere rifare tutta la vecchia città entro i bastioni con case alte, tutte destinate ad uffici, e con gratuite strade larghe, non si fondava sul vero; è pertanto naturale che essa sia crollata alla prova dei fatti»20.

(estratto da Storia dell’Architettura Italiana – il Primo Novecento, Electa, 2005 – il titolo originario del saggio integrale è: Dalla periferia al centro: idee per la città e per la city)
immagine di copertina da F. Reggiori, Milano 1800-1943

NOTE
1 L’immagine città/signora si deve ad Anatole France, spesso ripreso dalla pubblicistica tecnica, in Italia per esempio da Gustavo Giovannoni, Vecchie città ed edilizia nuova, UTET, Torino 1931, p. 156
2 Giuseppe Gorla, «Milano futura», Conferenza tenuta all’Università Popolare il 26 febbraio 1929, Milano. Rivista mensile del Comune, 31 marzo 1929, p. 134
3 L’espressione sarà usata per una ironica critica del ruolo di Albertini, da Ferdinando Reggiori, in Milano 1800-1943. Itinerario urbanistico-edilizio, Edizioni del Milione, Milano 1947, p. 58. I motivi della incredibile “sfortuna critica” di questo protagonista dell’urbanistica tra le due guerre, sono probabilmente da ricercare nel suo essere, rispetto alla cultura diffusa degli architetti italiani, il «più coriaceo avversario delle loro tendenze espansionistiche». Guido Zucconi, La città contesa. Dagli ingegneri sanitari agli urbanisti (1885-1942), Jaca Book, Milano 1989, p. 166.
4 Cesare Albertini, «Si chiacchiera del piano regolatore del centro …», Città di Milano, febbraio 1928, p. 22
5 In questo senso la complessa processualità del piano, spesso liquidata come “pasticcio” dai critici anche più attenti come Reggiori o De Finetti, emerge dalla lettura dei contributi dell’Albertini sulla rivista municipale, su La Casa, e Rassegna di Architettura. Per gli aspetti giuridici e normativi di questo accumulo di istanze, Cfr. «Il piano regolatore di Milano davanti al Senato (Relazione Raimondi)», La Proprietà edilizia italiana, gennaio 1932
6 Virgilio Vercelloni, «Un secolo di occasioni mancate nello sviluppo della città», Casabella Continuità, luglio 1961, p. 33
7 Cfr. Cesare Albertini, «Aspetti del nuovo piano regolatore. Le piazze centrali», Città di Milano, gennaio 1934
8 Cfr. Marcello Piacentini, «Il concorso nazionale per lo studio di un progetto di piano regolatore e d’ampliamento per la città di Milano», Architettura e Arti Decorative, vol. 2, 1927
9 Giuseppe De Finetti, Milano, costruzione di una città, a cura di Giovanni Cislaghi, Mara De Benedetti, Piergiorgio Marabelli, Etas Kompass, Milano 1969, p. 249
10 «Muzio parlava di forma urbana, Albertini parlava di urbanistica, De Finetti mostrava di credere ancora all’arte di costruire le città». Giorgio Ciucci, Il dibattito sull’architettura e le città fasciste, in Storia dell’arte italiana. Parte seconda, dal Medioevo al Novecento, Volume terzo, il Novecento, Einaudi, Torino 1982, p. 304
11 Luigi Dodi, «L’urbanistica milanese dal 1860 al 1945», Urbanistica n. 18-19, marzo 1956, p. 36
12 Cesare Albertini, «Aspetti del nuovo piano regolatore. Le comunicazioni col palazzo di giustizia», Città di Milano, febbraio 1934, p. 57
13 Dario Franchi, Interventi edilizi e piani regolatori a Milano 1923-1934, in Dario Franchi, Rosa Chiumeo, Urbanistica a Milano in regime fascista, La Nuova Italia, Firenze 1972, p. 63
14 Silvano Tintori, Normativa tecnica e contrattazione nel governo urbanistico di Milano, in Giulio Ernesti (a cura di), La costruzione dell’utopia. Architetti e urbanisti nell’Italia fascista, Edizioni Lavoro, Roma 1988, p. 286
15 Dario Franchi, op. cit., p. 76. Per la cronaca delle demolizioni e dei cantieri della Borsa, Cfr. L’Ambrosiano, 15 settembre 1929; Il Corriere dei Costruttori, 6 settembre 1931
16 Club degli urbanisti, ovvero gli architetti classificati al secondo posto nel concorso del 1926-27 (Cfr. Marcello Piacentini, «Concorso …», cit.) con il progetto dal motto Forma Urbis Mediolani. Tra loro alcune personalità di spicco, anche per lo spessore delle polemiche sul futuro della città, come Giuseppe De Finetti, Ferdinando Reggiori, Giovanni Muzio, Giò Ponti
17 Paolo Sica, Storia dell’urbanistica. III. Il Novecento, Laterza, Bari 1978, p. 430
18 Cfr. «Il piano regolatore di Milano e le opere previste per il quadriennio 1939-1942 XVII-XXI E.F.», Rassegna di Architettura, 1938; «Il programma di realizzazioni d’opere pubbliche della podesteria», Città di Milano, dicembre 1938
19 Cfr. «Appunti sulla esecuzione del piano regolatore e di ampliamento di Milano», Città di Milano, maggio 1941
20 Giuseppe De Finetti, op. cit., p. 284

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