Non è gentrification, scemo: ho solo cambiato dieta!

Foto J.B. Gatherer

L’ultima ondata di ideologiche sciocchezze e pretestuose falsità, in materia di cose urbane, riguarda un termine di introduzione abbastanza recente, ma che a quanto pare neppure così riesce a sottrarsi alle più incredibili manipolazioni: rigenerazione. Che come in teoria dovrebbe dire il nome, genera di nuovo ciò che era già stato generato, salvo poi ovviamente scegliere esattamente su quali aspetti puntare di più. Nasce, la rigenerazione urbana, con la crisi della città industriale classica, ovvero dell’intreccio tra produzione, infrastrutture e servizi strettamente connessi, la società sostanzialmente operaia, e gli spazi dentro cui si colloca il mix. Però pian piano, complice anche l’oggettiva inevitabile centralità di qualche adeguamento fisico (per cui vale la famosa convinzione degli architetti novecenteschi dell’inestricabilità del binomio forma-funzione), prima la rigenerazione ha finito per coincidere di fatto con la riqualificazione urbana, e poi addirittura a descrivere corposi interventi di nuova urbanizzazione, purché in qualche modo pur labilmente collegati a qualche processo più generale di dismissione. Ma senza dubbio la parola delle città che continua ad andare per la maggiore quando si tratta di rigirare la frittata del senso proprio, resta pur sempre la solita gentrification.

Il suo nome non è il suo programma

Ormai a furia di conferire nuovi significati e sfumature alla gentrification, non si capisce più neppure a quale diavolo di processo ci si sta riferendo. Anche qui, come nel caso della rigenerazione, si era partiti da qualcosa di apparentemente assai chiaro: una completa trasformazione sociale in senso piccolo borghese, a fronte di modifiche spaziali-urbanistiche quasi inavvertibili. Poi tutta l’attenzione si è spostata dentro l’ambito edilizio-architettonico (specie negli Usa, che poi come spesso avviene hanno ri-esportato la propria interpretazione come se fosse quella autentica e indiscutibile), finendo per chiamare gentrification anche processi che assomigliavano invece assai da vicino ai nostri classici sventramenti con espulsione e dispersione degli abitanti, sostituiti dai ceti emergenti locali, o da qualche forma di immigrazione di lusso dai connotati speculativi. Probabilmente la punta più estrema dello stravolgimento terminologico l’hanno toccata da par loro alcuni analisti finanziari, chiamando «gentrification» una pura lettura delle mappe del reddito, ovvero astratta sia dalle forme urbane, sia da fattori come lo stock edilizio, ma anche dalla composizione sociale, dai servizi. In teoria, la loro trasformazione poteva semplicemente riguardare una qualunque evoluzione economica dei vecchi residenti, che erano stati promossi in massa sul lavoro, o magari avevano vinto tutti alla lotteria, chissà. Ma questo incredibile (e purtroppo accettato) svarione da bancari, ci introduce a un’altra pericolosa confusione: quella tra sintomi e realtà, o se vogliamo tra fini e mezzi, che per quanto concerne la gentrification ormai pare diventata la norma.

Non è gentrification, scemo, ho solo cambiato dieta!

Insomma pare del tutto ovvio che una volta banalizzato un termine, facendolo letteralmente esplodere a includere tutto e il contrario di tutto per puro interesse personale (o mediatico e modaiolo), poi diventi facilissimo che anche in buona fede si finisca per trovare gentrification nel caffellatte, o nell’analisi dei tessuti durante un’autopsia. Succede, ormai in una miriade di quelli che credono di essere reportage dal fronte della trasformazione urbana, che si scambino lucciole per lanterne, superficialmente sovrapponendo un «mutamento sociale» a cause generali tutte da verificare, che si danno per scontate quando magari non lo sono affatto. C’è stata gentrification in un quartiere? Certe evoluzioni nel commercio locale, lo sappiamo da sempre, possono essere un campanello di allarme delle striscianti sostituzioni sociali altrimenti inavvertibili, dato che almeno nel terzo millennio le differenze di classe e reddito non saltano coì all’occhio, come un tempo poteva accadere con l’ostentazione di auto. Ed è certamente vero che la chiusura o radicale refurbishment della rete commerciale rivolta agli abitanti – poniamo – di un ex quartiere operaio che si fa zona trendy per professionisti e borghesi in cerca di stimoli post-urbani, è un segnale. Però fare l’equazione, sic et simpliciter, fra il peso delle salsicce di maiale vendute cinque anni prima, quello dei veg-burger commercializzati oggi, e poi dissertare sull’universo accostando cose che non c’entrano nulla, va oltre il cazzeggio pettegolaio. È vera e propria disinformazione, paragonabile a quella sulle malattie mortali curabili pensando forte di star bene. Pensiamoci un istante, prima di far certe sparate dalle colonne di un organo di stampa.

Riferimenti:
Rosie Spinks, The oat milk invasion: how off-licences became the frontline of gentrification, The Guardian, 18 settembre 2017

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