Nuove città inglesi del ventesimo secolo (1962)

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Stevenage New Town

Dopo il XIII secolo non vi è stato, in Gran Bretagna, alcunché di confrontabile con l’attuale ondata di ragionate fondazioni di città. Nel corso della storia, infatti, le nostre città hanno avuto quella «giusta crescita» che risultava dalle sorti di singole iniziative private. Qui e là soltanto, sovrani e governi hanno creato città in luoghi prescelti e prescritto per esse piani planimetrici. La «febbre» per la costruzione di nuove città, che si verificò nel Medio Evo, raggiunse il suo culmine in Francia e in Gran Bretagna, sotto il regno di Edoardo I (1272 – 1307) che imparò la tecnica costruttiva dall’esperienza acquisita nelle bastides della Linguadoca e della Guascogna prima di salire sul trono inglese. Il motivo principale di allora era militare, ma Edoardo era perfettamente consapevole che la città deve avere una base economica e sociale. I pianificatori di oggi possono trovare molto interesse, se non una guida, nella lettura dei suoi metodi, che comprendevano conferenze di esperti e di rappresentanti delle autorità locali. Egli stabilì molti precedenti, non escluso quello di scegliere talvolta il luogo sbagliato. Edoardo fondò molte città nel Galles, tra cui Flint, Conway, Carnavon, Newborough, Criccieth, Beaumaris e Rhuddlan. Uno dei suoi completi fallimenti fu costituito da Bere, nella contea di Merioneth.

In Inghilterra la sua Kingstown-upon-Hull (città reale sull’Hull) ebbe invece un così grande successo economico che il piano originale fu completato in tempo; a Winchilsea, che non divenne mai popolare, il piano è rimasto sulla carta e decorazione di numerosi libri di testo. Si possono trarre da esso degli insegnamenti, ma non con un superficiale colpo d’occhio. Tra gli immediati successori di Edoardo I e Ebenezer Howard esiste un intervallo di sei secoli, nella storia della fondazione di città. A volte alcune autorità cittadine e grandi proprietari terrieri, più tardi alcuni industriali, fecero progettare la pianta di parti di città. Numerose nuove città industriali sorsero con la Rivoluzione Industriale, senza però preoccuparsi della localizzazione e della progettazione urbanistica. Letchworth (1904) e Welwyn Garden City (1920) sono le prime città deliberatamente create e interamente pianificate dell’epoca moderna, entrambe sono iniziative di capitali privato con un limite di profitto auto-imposto. Bisogna attendere il New Town Act del 1946 perché un governo inglese riprenda l’iniziativa nella costruzione di città.

È importante rendersi conto che le nuove città inglesi non sono state concepite semplicemente come fini a sé stesse, né sono destinate a sostituire città esistenti. Esse sono necessarie per rendere possibile una buona ed efficiente ricostruzione di città esistenti, in cui l’abitato è sovraffollato, le industrie troppo concentrate, e troppo scarsi gli spazi liberi. Indagini svolte dopo la guerra 1939-45 indicarono che nel modo in cui procedeva questa ricostruzione, per la quale erano necessari molti anni, alcuni milioni di persone avrebbero dovuto essere trasferite altrove(oltre un milione solo da Londra). La validità del principio di disseminare queste persone in lontani sobborghi fu messa in dubbio, le città esigevano la preservazione di ciò che restava del circostante terreno verde agricolo. L’obiettivo della nuova politica fu quello di provvedere al trasferimento in nuove città di una parte dei milioni di persone in eccedenza con le relative industrie. Molta gente, forse la maggioranza, venne perciò sistemata mediante limitati ampliamenti di città provinciali: una variante, questa, del concetto di dispersione adottato col Town Development Act 1952 (Legge sullo sviluppo urbano).

In alcune regioni l’esigenza di nuove città era ed è sentita per altri motivi: nella contea settentrionale di Durham, ad esempio, essa è dovuta alla necessità di raggruppare popolazioni eccessivamente sparse; a Fife (Scozia) e altrove, in seguito alla riapertura di giacimenti carboniferi. I vantaggi economici e culturali derivanti dalla presenza di un maggior numero di città e di più vasti agglomerati urbani nelle zone agricole, dove la popolazione è diminuita, incoraggiano questa politica. Lo stesso avviene per considerazioni riguardanti la difesa, infatti, anche se la Gran Bretagna rimarrà sempre vulnerabile, è semplicemente imprudente non ridurre l minimo i rischi che in tempo di guerra rappresentano le enormi popolazioni ammassate in poche grandi città.

La legge sulle New Towns

Scopo della importante legge sulle nuove città del 1946 era quello di provvedere alla creazione di città attraverso l’intervento di development corporation costituite e finanziate dal governo. Il Ministro dell’Abitazione e del Governo Locale, e in Scozia il Segretario di Stato, hanno il potere in virtù della legge di designare, previa consultazione delle autorità locali interessate, l’area per la localizzazione delle nuove città proposte. Anche l’area si una piccola città esistente può essere compresa, cosa che in pratica è stata ritenuta spesso necessaria, data la scarsità nel paese di aree adeguate completamente libere. Allo sviluppo di ogni nuova città è preposta una corporation nominata dal Ministro e dotata di ampi poteri, tra i quali quello di esproprio di terreni e di edifici (soggetto al consenso del Ministro). I piani delle nuove città richiedono l’approvazione del Ministro il quale deve, in questa materia, consultare anche le autorità locali. È pure soggetto al controllo del Ministro il modo in cui la corporation può disporre del suolo; in generale esso non può essere venduto totalmente, ma solo ceduto in affitto per periodi non superiori ai 99 anni. L’approvvigionamento idrico, le fognature e gli altri servizi pubblici principali sono normalmente di competenza delle autorità locali o di altre autorità pubbliche, ma dove necessario può provvedere la corporation stessa.

Finanziamento e localizzazione

Tutte le spese capitali delle corporations sono finanziate mediante anticipi del Ministero, con l’approvazione del Tesoro. Aiuti finanziari sono anche elargiti per le spese correnti durante il periodo in cui non è ancora possibile coprirle con le entrate. Fino alla metà del 1962 sono stati anticipati alle prime quindici corporations oltre trecento milioni di sterline, di cui 200 milioni per abitazioni. Altri notevoli capitali sono stati spesi da società industriali per stabilimenti ed impianti e da proprietari di case private. A questo punto si potrebbe anche pensare che alla maggior parte delle spese in case, fabbriche e sviluppi relativi si sarebbe pur dovuto provvedere in qualche luogo indipendentemente dal fatto che fosse o no stato dato l’avvio alle nuove città. Per quanto la somma sembri enorme, essa rappresenta solo una piccola parte delle spese sostenute in Gran Bretagna per abitazioni e trasformazioni urbane nel dopoguerra. Tuttavia, se nessuna nuova città fosse stata costruita, sarebbero state necessarie spese più forti per il miglioramento dei trasporti e di altri servizi nelle città congestionate, le quali avrebbero anche potuto essere ricostruite senza decongestionamento di popolazione.

In virtù del New Towns Act, sono state iniziate diciotto nuove città, di cui tre o quattro pressoché ultimate e dieci completate per oltre la metà. Otto sorgono nella regione della Grande Londra: Harlow e Basildon (Essex); Stevenage, Hemel Hampstead, Welwyn Garden City e Hatfield (Hertfordshire); Crawley (Sussex) e Bracknell (Berkshire). Due si trovano nel nord-est dell’Inghilterra. Newton Aycliffe e Peterlee (Durham). Quattro in Scozia: East Killbride (Glasgow), Glenrothes (Fife), Cumbernauld (Lanarkshire) e Livingstone (Midlothian). Una è nelle Midlands: Corby (Northamptonshire); una nel Galles del sud: Cwmbran (Glamorgan) e due nel nord-ovest dell’Inghilterra. Dawley (Shropshire) e Skelmersdale (Lancashire). Altre località sono giudicate degne di essere prese in considerazione dal Governo e i patrocinatori di questa politica ritengono necessario un maggior numero di nuove città sia per alleggerire il congestionamento esistente che per provvedere al previsto incremento della popolazione nazionale (cinque milioni e mezzo entro il 1982). Tutti i partiti inglesi accettano la politica delle nuove città, ma è opinione diffusa che la sua azione sia di gran lunga troppo debole e lenta in rapporto alle esigenze. È probabile che nel prossimo futuro essa venga considerevolmente accelerata.

Problemi e critiche

In una così vasta operazione qualche disturbo di «rodaggio» era inevitabile. Si è proceduto ad espropri di proprietà, sono state eseguite indagini ed elaborati piani di massima. Un’intera organizzazione ha dovuto essere creata da zero. Resistenze da parte ddi agricoltori e altri interessi locali hanno dovuto essere equamente trattate. Tutte queste difficoltà sono state superate con successo. Gruppi di lavoro altamente qualificati di amministratori, direttori di nuclei industriali attrezzati, economisti, architetti ed ingegneri sono stati riuniti sotto la direzione delle corporations e, nella maggior parte dei casi, sono stati elaborati eccellenti piani adeguati alle condizioni topografiche ed alle funzioni economiche e sociali delle città moderne. La preferenza inglese per la casa unifamiliare con giardino è stata generalmente rispettata in quanto, contrariamente alle teorie ispirate alla moda di alcuni architetti, tale tipo di abitazione ha dimostrato chiaramente di trionfare.

La prevalenza di case a schiera a due e tre piani è considerata da alcuni suscettibile di produrre una certa monotonia; ma vi è una grade varietà ed armonia nel disegno esterno e nella disposizione planimetrica che, insieme alla ricchezza di alberi, cespugli e fiori, ha dato all’ambiente un carattere generale gradito alla maggioranza degli abitanti delle nuove città. Molti edifici pubblici, soprattutto le scuole e le chiese, sono di grande interesse estetico e funzionale; i centri commerciali, tanto quello principale che quelli dei nuclei residenziali (molti di essi progettati come precinti pedonali), rivelano grande varietà e immaginazione.

Lo sviluppo industriale delle nuove città è stato notevolmente vigoroso e coronato da successo; pressoché tutti gli abitanti lavorano nella città in cui risiedono ad una distanza dalle proprie abitazioni percorribile a piedi od in bicicletta. Sotto questo aspetto, le nuove città differiscono radicalmente dai «sobborghi dormitorio» che proliferarono attorno alle città nel periodo fra le due guerre. Infatti, in alcune di queste città l’espansione industriale ha superato temporaneamente il volume delle residenze ed in alcune di esse ha dovuto essere chiusa l’ammissione di nuove aziende. Di recente le attività terziarie hanno rivelato una tendenza a stabilirsi nelle nuove città, con grande vantaggio per il loro equilibrio relativo ai tipi di occupazione. Il sistema di sviluppo attraverso corporations governative fa sì che questo equilibrio possa essere influenzato mediante una politica oculata. La vota sociale delle nuove città si è rapidamente sviluppata. Si imputa però a queste di nn essere ancora ampiamente dotate di certi tipi di attrezzature culturali e ricreative che potranno essere, e certamente saranno, aggiunte nella maturazione delle città stesse. Vi è una intensa vitalità nelle forme di cultura da dilettanti che possono sociologicamente presentare aspetti positivi.

Un fattore estremamente importante, e che non era stato del tutto previsto, è costituito dal fatto che la maggior parte di queste nuove città ha raggiunto il pieno successo finanziario nel breve periodo di 12-14 anni. Le prime dodici dell’Inghilterra e del Galles stanno già pagando l’intero interesse dei capitali loro anticipati e rivelano un’eccedenza di reddito che potrebbe venir usata – e si spera lo sia – per attrezzature sociali e culturali supplementari. Nell’insieme, le nuove città inglesi possono, a buon diritto, essere considerate come un insigne e valido contributo alla politica di pianificazione. Esse sono visitate da un grande numero di urbanisti e di amministratori pubblici di altri paesi. Noi le vediamo come un elemento indispensabile nel rinnovamento delle nostre vecchie grandi città poiché, se queste sono decongestionate e preservate da ulteriore espansione, possono venire ricostruite con una densità inferiore e con vantaggi sia dal punto di vista dell’efficienza economica che delle condizioni di vita per l’uomo.

Da: Urbanistica, n. 36-37, novembre 1962 (numero monografico sulle New Town) – come si sarà accorto qualcuno, la traduzione lascia un po’ a desiderare

Si veda anche, per alcuni dei temi più interessanti proposti da Osborn, qui su Città Conquistatrice anche l’antica considerazione di Raymond Unwin (1921), il progettista di Letchworth, sulla «Massa critica» indispensabile a garantire vitalità

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