Il valore (prevalentemente) sociale delle colture urbane

Bosco_verticale

Foto M. B. Fashion

Nelle fasi più cupe delle grandi guerre novecentesche, sia quella del 1914-18 che la successiva 1939-45, fiorivano anche nei posti più improbabili i cosiddetti orti della vittoria. Che certamente contribuivano in qualche modo a integrare la magra sbilanciata dieta di popolazioni colpite dalle distruzioni delle infrastrutture che impedivano i trasporti delle derrate, dallo spopolamento delle campagne per la leva o per i rischi legati alla guerra, dalla disorganizzazione generale delle filiere normali di distribuzione a causa dell’emergenza. Apparentemente saltando di palo in frasca, quando tempo fa da tutto il mondo fioccavano premi di architettura e riconoscimenti critici vari al Bosco Verticale di Milano, o per altri versi ad altri progetti di «ripensamento del verde urbano», dalla High Line di Manhattan in poi, spesso si facevano collegamenti tematici a cose come le tematiche alimentari di Expo 2015 (nel caso del Bosco c’era forse la pura vicinanza fisica al sito dell’evento) o ancora più in generale alla rinaturalizzazione della città nel ventunesimo secolo. Ma che c’entrano, questi eleganti pastiche architettonici del nostro tempo, con i rudi richiami patriottici dell’era dei Victory Gardens o delle Battaglie del Grano nell’Italia autarchica e fascista? C’entrano parecchio, dal punto di vista del ruolo comunicativo e sperimentale.

Cortocircuiti indebiti, ma anche no

Certamente esiste parecchio di ideologico, in senso positivo ma soprattutto negativo, nell’accostare un simbolico campo di grano in piazza, un orto sul retro delle case popolari, il campo arato residuo nel green wedge di un sobborgo giardino, le terrazze e i tetti verdi ripristinati high tech a coltivazioni idroponiche, o versioni altrettanto futuristiche di acquaponia partecipata in un capannone dismesso. Fanno bene certi critici, davanti alle divagazioni assai libere che hanno accompagnato gli elogi alle qualità estetiche del Bosco Verticale e dei suoi emuli, a ricordare che in fondo si tratta né più né meno che di un bel condominio di lusso, con un sistema innovativo di verde privato per i fortunati che se ne possono accollare le spese di manutenzione. Ma, c’è sempre un ma, e in quest’ultimo caso riguarda sia aspetti tecnologici che sociali: la complessità degli impianti che consentono di realizzare le pareti di piante adulte è certamente innovativa, così come certamente è innovativo (per certi aspetti anche negativamente innovativo, perché privatizza in modo esasperato il verde) il tipo di full immersion della vita quotidiana in quella specie di bosco artificiale. E ricordiamo, visto che da lì siamo partiti, quanto tutti gli esperimenti di colture emergenziali urbane dei periodi di guerra di fatto non dessero quel gran contributo alimentare, ma sostanzialmente affiancassero allo sventolare delle bandiere patriottiche anche quello delle foglie di insalata, dell’identità nazionale che affondava le radici nella terra, anche in quella terra piccola e tangibile dietro casa.

La sfida urbana e ambientale parte dall’immaginario

In realtà capita sin troppo spesso, di arrivare alla fine di tanti articoli della stampa che raccontano mirabilie di questo o quel progetto innovativo di agricoltura urbana più o meno high-tech o orti sociali di quartiere, o tetti verdi, per scoprire una realtà ai limiti del ridicolo. Ridicolo perché finiti i giri attorno alle descrizioni di contesto, delle personalità singolari dei protagonisti, magari anche dei bilanci in attivo dell’attività, si capisce che in fondo da mangiare c’è pochissimo, poco o nulla. Che razza di agricoltura o orticoltura sono, attività che non danno quasi nulla da mangiare? O che ruolo «sociale» può avere un orto che alla fine coinvolge una quota infinitesimale degli abitanti di un quartiere? Ripensando agli abitanti del Bosco Verticale con l’esperimento di simbiosi sulla loro parete ad alta tecnologia di alberi maturi, ripensando ai Victory Gardens che servivano più a rinsaldare le radici identitarie che quelle delle carote, viene in mente la risposta più ovvia: che la rinaturalizzazione della metropoli contemporanea sia ancora una pia aspirazione, a volte una pia illusione, ma che non per questo vadano sottovalutate e scoraggiate le esperienze che si muovono in questa direzione. Certo sottolineandone sempre gli aspetti ideologici, che non mancano mai, e però ricordando sempre che rimane valido il vecchio assunto: se vogliamo più campagna, dobbiamo volere anche più città, più densità, che significa più funzioni e articolazioni spaziali. Quali, ovviamente, dobbiamo ancora capire con esattezza.

Riferimenti:
Trevor Greene, Urban Gardening Transforms Dead City Space Into Clean Fresh Produce, The Huffington Post, 1 febbraio 2016

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