Partiamo dalla posizione orizzontale

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Foto J. B. Gatherer

Spesso chi prova a immaginare, partendo da un punto di vista diciamo così urbanistico (e non stiamo qui a questionare sul senso della parola), scenari non tradizionali di produzione agricola, viene preso assai sotto gamba dagli specialisti di settore. I quali contestano dati alla mano quanto irrealistico sia pensare di dar davvero da mangiare alla città con quel che ci cresce, ora o in futuro, e che invece se proprio si vuol fare qualcosa di utile, si pensi a far fare alla città il suo mestiere di sempre. Che sarebbe, anche qui forse inutile sottilizzare: concentrazione concentrazione concentrazione di tutto quanto con l’agricoltura proprio non c’entra nulla, ovvero produzione, servizi, residenza, cultura, e farlo crescendo vertiginosamente verso l’alto, così da risparmiare le preziose superfici coltivabili, che invece sarebbero ingoiate dall’urbanizzazione espandendosi orizzontalmente. La prima cosa che viene in mente spontanea, pensando a queste due concezioni potenzialmente in conflitto, è che entrambe potrebbero vicendevolmente accusarsi di voler “cementificare” qualcosa: quelli che vorrebbero l’agricoltura tradizionale infatti temono la cementificazione dei campi da espansione, i sostenitori dell’agricoltura urbana temerebbero la cementificazione dell’aria da densificazione e sviluppo in verticale.

I conflitti stanno altrove

Qui, in questa contraddizione, è entrato in campo come noto da tempo il discusso movimento della vertical farm, ma noi proviamo invece, per un istante, a osservare la questione da sdraiati, anziché dalla cima di qualche torre ipertecnologica. Consideriamo quelle tante superfici ex rurali che per vari motivi invece di essere obliterate da un’urbanizzazione continua e ad elevata intensità, hanno avuto un destino lievemente diverso, vuoi da assetti proprietari, vuoi da sfruttamenti che in alcune fasi potevano essere economicamente alternativi alla pura edificazione definitiva. E che siano arrivate fortunosamente in questo precario equilibrio sino a quella svolta culturale e amministrativa del secondo ‘900, in cui un briciolo di consapevolezza ambientale ha iniziato a pervadere la pianificazione urbana anche non conservazionista. Quei piani che iniziano a prevedere le discontinuità più o meno importanti nell’edificato come invariante di metodo, e che rappresentano anche l’ingresso (il ritorno) in campo di discipline sino a quel momento emarginate, dalla biologia alle scienze agronomiche e della salute. Si cominciano a sperimentare regolarmente iniziative come gli orti urbani in forma innovativa e con contenuti sociali non tradizionali, si conferisce allo stesso termine “verde urbano” una nuova valenza molto diversa da quella corrente di ambito per la contemplazione o le attività ludiche. Tanto per capirci, questa descrizione che potrebbe valere in generale per tanti altri casi nel mondo, è ripresa dalla vicenda della Zenger Farm di Portland, Oregon, coltura didattica-sociale d’avanguardia da molti punti di vista, collocata a ridosso del centro cittadino.

Sostenibilità verticale

Ecco, se osserviamo da una prospettiva orizzontale tutto ciò, cosa ci viene in mente? Considerando la contrapposizione fra ruralisti produttivi pragmatici e vago romanticismo urbano, così come tratteggiata (strumentalmente) all’inizio, potremmo ritenere che gli uni ci vedano una caricatura stupida di azienda agricola senza costrutto, che spreca inutilmente suolo, e gli altri invece un esperimento di metodo da estendere in orizzontale sino ai più lontani confini della terra. Hanno entrambi torto marcio, e proprio sulla base della famosa teoria della vertical farm, se ne diamo una interpretazione non meccanica. L’obiettivo delle colture intensive ad elevata densità, infatti, è dichiaratamente quello di liberare le superfici agricole da pratiche di irrigazione, fertilizzazione e disinfestazione che oggi uccidono biodiversità e minacciano l’ambiente. Nata all’interno della cultura agricola-alimentare, la vertical farm ha visto però nell’ambiente urbano uno sbocco troppo generico, e l’immediato balzare dentro il ricco piatto di tante ideologie speculative e progettuali attente a finalità diverse non ha aiutato a chiarire nulla. Perché resta aperta la domanda di cosa fare, con quelle superfici liberate. Lo speculatore non ha dubbi: se si produce in verticale, non ha più senso preservare i campi orizzontali, costruiamoci sopra! Ma le discipline urbane in senso lato dovrebbero invece cogliere una sfida affatto conservatrice o conservazionista: quei campi sono il nuovo orizzonte per enormi sperimentazioni del tipo agricoltura urbana sostenibile, solo in contesti diversi. La fine dell’urgenza produttiva apre sviluppi che (con adeguato doveroso sostegno pubblico) possono ribaltare il senso del concetto di verde territoriale, almeno per una quota significativa di queste superfici. Ergo, con tutti questi presupposti, un serio movimento ambientalista, e non gli architetti alla moda, dovrebbe essere il capofila nel promuovere le vertical farm. Quando si dice ribaltamento di prospettiva: esattamente di 90°.

Riferimenti:

Zenger Farm, Portland (Oregon)

Vertical Farm (il sito di Dickson Despommier, ancora tutto da capire, per esempio ascoltando i podcast che raccontano le tesi fondamentali e i loro presupposti storici)

Ovviamente tutti gli articoli classificati secondo il tag Vertical Farm qui su La Città Conquistatrice

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