Pensiamo a una agricoltura progressista

ligrestoni_selvanesco

Foto J. B. Hunter

Parlando di agricoltura urbana si finisce abbastanza presto per scontrarsi con due estremi. Il primo, in fondo di gran moda tra i catastrofisti da salotto, è quello un po’ da Medio Evo prossimo venturo, o dopobomba che dir si voglia, in cui il collasso dei massimi sistemi porterà allo sgretolamento della metropoli industriale, soffocandola sotto la rivincita della natura in forma di viticci che avvolgono rovine a mezza strada fra il classico castello con edera e una fabbrica dismessa con piantagioni di pomodori. Il secondo estremo è quello sedicente realista, che sulla base di osservazioni in effetti piuttosto inattaccabili, liquida tutto il comparto agricoltura urbana come moda da casalinghe annoiate, qualcosa di simile all’Ikebana o al cruciverba, niente di male per carità, ma parliamo d’altro, perché agricoltura vuol dire mercato globale, enormi distese, enorme business e interessi, c’è in gioco la vita e la morte eccetera eccetera. A mezza strada fra questi due estremi ci sono i verticalisti riformisti, pure di gran moda, che vanno dal fai da te del peperone in terrazzo, o dei cento metri quadrati di giardino riciclati a piccolo pollaio multietnico (nel senso dei pennuti), sino alle vertigini high-tech delle cosiddette fattorie verticali, care agli architetti, o per altri versi agli speculatori di vario genere.

A mali estremi, rimedi moderati

Uno dei vari motivi per cui queste posizioni sono estreme e tutte irrealistiche, è il loro non tener conto delle varie prospettive intrecciate, anche dal punto di vista storico. Perché a ben vedere l’ormai accettata da tutti dizione agricoltura urbana in realtà è qualcosa di lessicalmente simile all’acqua che si incendia. Scena apocalittica, ma sottilmente più cinematografica che da vita quotidiana, e per dirla coi Deep Purple: some stupid with a flare gun – Burned the place to the ground – Smoke on the water, fire in the sky. Quindi la cosa più importante è evitare come la peste di recitare pur involontariamente il ruolo di quello stupid with a flare gun. Ovvero separare i due aspetti, come sono sempre stati separati, e poi considerare come li si vorrebbe accostare. Del resto non stiamo inventando nulla di nuovo, visto che sulla ricomposizione di città e campagna si esercitano in parecchi e da qualche secolo.

La complessità è semplice, da un certo punto di vista

Ripartiamo coi piedi ben piantati per terra, e rivediamo il famoso davanzale col basilico, il latifondo remoto con le colture estensive, mettiamoci anche il grattacielo tecnologico con le colture Ogm dello scienziato pazzo, interpretazione estrema delle teorie di Despommier, sponsorizzato per ovvi motivi dalle multinazionali, ma ci manca ancora una infinità di cose. Ad esempio a quali domande vogliamo rispondere, e qui in fondo casca l’asino: non è una questione di grandi categorie, ma di prospettive di osservazione. Se rinunciamo all’impossibile teorica ricomposizione dell’urbano e del rurale in quanto categorie dello spirito, magari si arriva pure a qualcosa. Riformuliamo la questione: che spazio si può trovare in città per produrre qualcosa da mangiare? E qui si inizia ad andare meglio, molto meglio.

Di che parliamo

Agricoltura urbana intesa (letteralmente) terra terra è un’attività che si svolge negli spazi di una metropoli con l’obiettivo di produrre sia per l’autoconsumo che per la commercializzazione locale, con vantaggi di vario tipo che vanno da una buona organizzazione degli spazi, a un contenimento di certi sprechi energetici, alla creazione di nuove economie. Appartengono alla tipologia di questa agricoltura urbana orti e giardini, sia privati, che collettivi e di quartiere, gestiti da singoli o dalla pubblica amministrazione, e superfici maggiori a organizzazione agricola più tradizionale ma poste a stretto contatto con la città, nelle fasce di interposizione. Sono agricoltura urbana anche le nuove iniziative produttive a forte contenuto tecnologico tradizionale o innovativo, acquacoltura, idroponia, serre, colture verticali, sia di iniziativa privata che collettiva o condivisa, con finalità anche sociali e di partecipazione. Si possono assimilare e affiancare al sistema dell’agricoltura urbana anche altre attività produttive come limitati allevamenti di animali, piscicoltura, apicoltura, eventualmente adattando edifici e coperture.

Scordiamoci il collasso della metropoli

L’agricoltura urbana così intesa, e legata alle economie locali ad esempio per la distribuzione commerciale, la trasformazione, la ricerca, le attività di tempo libero, il verde pubblico e la mobilità dolce, non solo non ha nulla a che vedere con il crollo della civiltà che molti accostano al concetto (alcuni per motivi loro psichiatrici addirittura vagheggiano), ma può rappresentare una valida risposta alla progressiva urbanizzazione del pianeta, contribuendo a costruire sistemi insediativi che uniscano habitat umani e produttivi a impatti contenuti sull’ambiente, i consumi energetici e di risorse, aria acqua suolo. Perché ciò possa avvenire l’insieme degli spazi e delle attività, dirette e indirette, dell’agricoltura urbana deve essere regolamentato e orientato da politiche pubbliche, urbanistiche, della mobilità, di governo delle reti commerciali sul territorio. Dal punto di vista urbanistico, per esempio escludere dall’edificazione alcune aree ben identificate e localizzate, fasce o cunei di verde, significa a volte interferire o condizionare il mercato delle abitazioni, far crescere prezzi, indurre speculazioni. Cose che devono essere evitate da qualunque governo locale. Tecnicamente parlando, occorre stabilire quali forme di agricoltura urbana sono consentite e sostenute, a seconda delle zone e delle situazioni, e quali invece sono escluse (come l’allevamento di animali, o certe monocolture). Nei piani si dovrà anche tener conto del rapporto con la rete distributiva e di trasformazione, ad esempio riguardo ai mercati di sbocco, ai relativi trasporti e agli impatti locali, ad esempio cosa significa una vertical farm laboratorio da trenta piani in mezzo a un quartiere abitato? La si può davvero considerare produzione locale? Ecco: giusto per fare qualche esempio, e ci sarà modo ovviamente di tornare tante altre volte sul tema. Per ora proviamo a seguire le esperienze delle città che affrontano con varie contraddizioni l’argomento.

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